Riaprire le porte al turismo: i casi Thailandia e Vietnam

riaprire le porte

Thitikorn Rattanarak, una direttrice di un bar per Karaoke di Bangkok, ha dovuto adattarsi ad un lavoro part time nel negozio 7-Eleven che di solito frequenta quando la Thailandia ha ordinato ai locali di vita notturna di chiudere qualche mese fa per contenere la pandemia da Coronavirus.

riaprire le porte al turismo

Quando i locali sono riaperti, le restrizioni alla frontiera hanno continuato a tenere lontano la maggioranza dei suoi clienti che sono giapponesi.

Eppure esita quando gli si chiede se la Thailandia deve riaprire le porte ai turisti stranieri.

“Forse l’anno prossimo” dice a TST. “Va bene così. Sono solo pochi mesi”

I governi che si dibattono sia con la crisi medica che col disastro economico si dibattono anche con la forza degli umori della gente.

In Thailandia le paure locali di una seconda ondata di COVID-19 hanno forzato la cosiddetta proposta “sicuri e sigillati” a far ripartire la distrutta industria del turismo del regno isolando i nuovi visitatori in una zona di un raggio di un chilometro attorno ai resort designati. L’idea era di permettere a chi ricerca la tintarella di far passare la quarantena di 14 giorni su una spiaggia di Phuket, dove si lancia questo progetto per la prima volta.

Ma la gente a Phuket l’ha rigettata. Sebbene sia fortemente legata alla moneta estera del turismo, sono ancora scioccati dalla prima ondata dell’epidemia, quando la provincia segnò il numero più alto di infezioni a parte Bangkok.

“Abbiamo capito la lezione. Allora quando la gente veniva a sapere che venivi da Bangkok era riluttante a parlare con te” ha detto a TST il presidente della Associazione Turistica di Phuket Bhummikitti Ruktaengam. “la gente delle altre province non accetterebbe la gente di Phuket se permettessimo ai visitatori stranieri in quarantena di andarsene in giro in aree di sicurezza e mescolarsi con la gente del posto”.

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Oggi il governo prova invece ad attirare turisti dal portafoglio largo con visti di lunga durata a cui permetterebbero di stare fino a 270 giorni mantenendo allo stesso tempo la quarantena obbligatoria di 14 giorni. Se questa proposta va avanti, porrebbe Phuket avanti a Bali, un centro turistico rivale in Indonesia che non ha riaperto ai turisti stranieri nonostante i piani iniziali.

La Thailandia è da quattro settimane che non ha casi di trasmissione locale, ma la sua economia secondo la Banca Mondiale si contrarrà di almeno 8,3% almeno la peggiore contrazione della regione.

Il paese si arrovella sulla domanda di quando e come riaprire le porte. E’ una domanda così delicata che, quando il ministro del turismo Phiphat Ratchakitprakarn lanciò l’idea di una quarantena dimezzata ad una settimana, gli risposero stizziti gli altri ministri che questa domanda non era all’ordine del giorno.

Supant Mongkolsuthree, presidente della Federazione delle Industrie Thailandesi, attribuisce alla cattiva capacità di comunicare del governo lo stato del sentimento generale.

“Quello che è fondamentale è di comunicare gli aspetti positivi, come i numeri dei visitatori arrivati senza problemi” dice a TST. “finora ci siamo soffermati per lo più sugli aspetti negativi, come il numero di pazienti e l’impatto sull’economia”

La gente è preoccupata che una seconda ondata porrebbe il paese in una serrata da cui potrebbe non riprendersi più economicamente. Ma il vicino Vietnam ha mostrato che si può generare con successo una rinascenza.

Nella città costiera di Danang, che fu l’epicentro della seconda ondata responsabile per il maggior numero di infezioni con 35 pazienti morti, la vita è tornata quasi alla normalità, mentre il Vietnam ha registrato 1096 casi nel giorno 2 ottobre.

Come la Thailandia il Vietnam non ha avuto per quattro settimane nuovi casi di trasmissione di comunità. Mentre non ha riaperto la porta ai turisti internazionali, ha fatto ripartire i voli commerciali internazionali ed ha esentato dalla quarantena gruppi selezionati di esperti ed investitori stranieri per visite brevi se seguono le misure sanitarie rigide.

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Nonostante il Vietnam sia colpito dal rallentamento globale, la sua economia mostra abbastanza resilienza da renderla il posto più luminoso nel Sudestasiatico. Il governo dice che il PIL è cresciuto del 2,12% da gennaio a settembre rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

La Banca Mondiale si attende che l’economia vietnamita avrà una crescita su base annuale del 2.8% e crescerà del 6.8% l’anno prossimo.

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Dopo aver appreso dalla propria esperienza del primo scoppio epidemico, quando la serrata nazionale diede un brutto colpo all’economia, Hanoi ha risposto alla seconda ondata isolando Danang lasciando andare avanti quanto più normalmente possibile le altre regioni, ha detto Huynh The Du della Fulbright University Vietnam, aiutando così l’economia a riprendersi.

Nel frattempo I vietnamiti hanno avuto meno paura durante la seconda ondata perché il governo era riuscito a contenere in modo efficace la prima, secondo Le Thai Ha della Fulbright University Vietnam.

“Quando ci fidiamo del governo ci sentiamo più sicuri ad uscire, più pronti a spendere e le imprese sono più pronte ad investire”.

La Thailandia come il Vietnam ha la capacità di riprendersi dalla secondo ondata, secondo Birgit Hansl, manager per la Banca Mondiale in Thailandia.

“Ha l’esperienza di aver controllato efficacemente l’epidemia. Se colpisse una seconda ondata, riuscirebbe a contenerla senza rischiare misure di serrate estese che di fatto hanno un impatto economico maggiore”

La domanda grossa è come può convincere la gente del rischio calcolato che si deve prendere per riaprire le frontiere e far riprendere l’economia.

Tan Hui Yee, TST