Riforma della monarchia o repubblica thai, una discussione pericolosa

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Un fatto incontrovertibile è che è sceso in modo significativo il numero dei manifestanti antigovernativi che partecipano alle marce per la riforma della monarchia rispetto a quanti ne partecipavano lo scorso anno.

Da quando sono tornati nelle strade all’inizio di quest’anno il numero dei manifestanti antigovernativi non è quasi mai stato superiore ai 3000.

Il giorno dopo l’incriminazione dei tre capi delle manifestazioni per diffamazione dei reali thailandesi e del diniego dato loro della cauzione, la folla dei manifestanti di fronte alla Corte Penale di Bangkok era appena di 300 persone, non superiore alle trecento persone. E non ho omesso degli zero.

Mentre si può discutere delle ragioni per il calo del numero dei manifestanti antigovernativi, credo che ci siano vari fattori responsabili per il basso numero di manifestanti rispetto ai numeri dello scorso anno.

La prima ed più ovvia ragione è l’attuale diffusione del Coronavirus e del suo impatto devastante sull’economia thai. Semplicemente diventa sempre più gravoso per i manifestanti, che in maggioranza sono studenti universitari e che dipendono dalle loro famiglie, uscire e protestare tutte le settimane o anche più frequentemente.

La seconda ragione è la paura. Ci sono ora otto leader del movimento in detenzione preprocessuale per accuse di lesa maestà ed altri 57 attendono le decisioni dei procuratori a breve e la possibilità di passare almeno qualche anno di carcere in prigione diventa reale.

Alcuni dei leader del movimento sono accusati o di lesa maestà oppure di sedizione, mentre chi è ancora libero comincia a verificare la prospettiva di cercare asilo politico all’estero.

La fuggitiva per lesa maestà Nuttigar Woratunyawit, che lasciò la Thailandia nel 2017, ha confermato allo scrivente per telefono dagli USA di essere riuscita ad ottenere lo status di esule politico e del fatto che alcuni le hanno chiesto del modo di fuggire dal regno.

Ha messo in guardia i militanti thai che “cercare asilo politico all’estero non è come viaggiare per turismo o studiare all’estero. E’ abbandonare il paese in cui si è nati e a cui, una volta usciti, non si potrà tornare più. E’ un biglietto di sola andata”

Questa è una decisione dura ed ogni militante che ha delle accuse pensanti dovrà prendere.

La legge di lesa maestà comporta una sentenza di 15 anni per singola accusa mentre sono 7 per la sedizione.

Nessuno può essere in una prigione thai, nota per le basse condizioni sanitarie e la congestione, per conto di un altro. Ma fuggire significa iniziare una nuova vita all’estero come cittadino di seconda classe, se non inferiore, sul suolo straniero. E significa dover apprendere una nuova lingua ed adattarsi ad un nuovo ambiente.

Terza ragione per il minor numero di manifestanti antigovernativi alle manifestazione sono le lotte intestine.

Il sottoscritto ha perso il conto di chi blocca qualche altro sui media sociali per le loro moderate differenze politiche. Alcuni, per esempio, disprezzando altri che non domandano una chiara abolizione della legge di lesa maestà definendoli oscurantisti o perdenti. Imperversa anche il dibattito sulla lotta non violenta con i suoi meriti, mentre altri lanciano dubbi sui meriti della violenza e della lotta pacifica.

Come se non sia abbastanza, un’altra ragione nasce dai dubbi interni al movimento e che ci sia una talpa all’interno del gruppo interno dei leader.

Ci sono state accuse e controaccuse che hanno raggiunto uno stato di confusione e sfiducia regnanti. Alcune donazioni pubbliche a vari gruppi che non sono mai rese trasparenti hanno portato ad accuse di possibili frodi.

Chi ha rifiutato di rivelare la quantità totale di fondi ricevuti sostiene che i donatori non hanno mai manifestato problemi sul come spendere i soldi e che quindi non c’è bisogno di dichiarare. Alcuni sostengono persino che rivelare i finanziamenti metterebbe a rischio i donatori stessi.

Poi ci sono coloro che credono che almeno una figura legata alla presunta frode della donazione potrebbe essere una talpa dello stato.

L’altra ragione è la tattica dura adottata da alcuni manifestanti come il bruciare le immagini del re in pubblico come accaduto la settimana scorsa davanti alla Corte Penale.

E’ un’azione che potrebbe alienare coloro che solo vogliono una riforma della monarchia invece di una repubblica della Thailandia.

All’interno del movimento infatti sta diventando sempre più visibile e difficile da ignorare la frattura tra la tendenza di chi vuole la repubblica e coloro che vogliono la riforma della monarchia.

Se poi queste cose non sembrano sufficienti, c’è anche in alcuni la fatica ed un senso di disperazione. Sentono che dopo un anno, nonostante che il livello della critica contro la monarchia sia schizzato attraverso il soffitto politico di cristallo, alcuni di quelli che acceleravano sono, uno dopo l’altro, in detenzione preprocessuale.

Devono comunque provare ad uscire dalla propria camera d’eco, riflettere seriamente senza comunque perdere la speranza.

Pravit Rojanaphruk, Khaosodenglish.com

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