Rimpatrio nel Myanmar e arruolamento per migranti in Malesia

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Ko Myo Min Tun si guadagna da vivere come manovale in nero in Malesia con la paura costante del rimpatrio nel Myanmar nelle fauci del regime militare.

Sarebbe un’inversione crudele per quest’uomo di 34 anni che un tempo era un preside di scuola famoso e rispettato nella città di Htantabin della regione di Bago. Abbandonò la propria posizione per unirsi al Movimento di Disobbedienza civile che mise in atto uno sciopero di massa degli impiegati pubblici contro il golpe militare del 2021. Dopo due anni di latitanza decise di pagare 1700 dollari ad un’agenzia che lo portasse in Malesia.

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Come altre centinaia di migliaia di lavoratori birmani in nero che sono in Malesia rischia di essere arrestato nel continuo rastrellamento dei migranti clandestini e rimandato in Myanmar dove rischia l’arresto.

Myo Min Tun è ancora in attesa di un permesso di lavoro che chiese sette mesi fa attraverso un agente. Nel frattempo mantiene un basso profilo e lascia la stanza solo per andare a lavorare. Per dodici dollari al giorno trascina materiali di costruzione e altre cose di casa sui camion della compagnia per spedirli.

“Ho davvero paura di essere arrestato e di essere rispedito in Myanmar. La vita della gente come me del movimento sarebbe in pericolo” racconta a FM, e non esagera perché molti che hanno preso parte al movimento di disobbedienza civile tra cui tanti insegnanti sono stati assassinati dal regime.

Ma emigranti come Myo Min Tun si sentono sempre più male accolti in Malesia. A partire dall’epidemia di Covid-19, la Malesia è diventata sempre più ostile agli emigranti e rifugiati birmani, molti dei quali sono vittime del traffico.

Viaggiare in Malesia illegalmente è la sola opzioni possibile per molti dissidenti come Myo Min Tun che rischiano l’arresto se provano a lasciare il Myanmar da un aeroporto o da un posto di frontiera ufficiale.

Dal primo marzo il governo malese ha introdotto un nuovo programma di rimpatrio per incoraggiare i migranti clandestini a presentarsi volontariamente alle autorità per essere rimpatriati senza subire un processo ma con una sola multa di un centinaio di euro.

Nonostante la multa, si tratterebbe di un’offerta allettante in circostanze normali, dato che alcuni migranti senza documenti e richiedenti asilo sono rinchiusi a tempo indeterminato. I gruppi per i diritti dei migranti affermano che la Malesia sta usando un approccio del tipo “bastone e carota”, avendo anche lanciato un giro di vite a dicembre che ha portato all’arresto di 1.000 migranti illegali finora.

Ma molti temono di tornare in Myanmar a causa della minaccia di persecuzioni politiche o dei pericoli della guerra civile post-golpe. Il regime ha ulteriormente incentivato i migranti a stare lontani introducendo una politica di arruolamento per rimpolpare le sue forze armate in difficoltà, che stanno affrontando una resistenza diffusa da parte di una serie di gruppi armati in tutto il Paese.

La minaccia del rimpatrio nel Myanmar e arruolamento forzato

A febbraio, l’esercito ha attivato la legge sul servizio militare popolare del 2010, che consente l’arruolamento agli uomini di età compresa tra i 18 e i 35 anni e alle donne di età compresa tra i 18 e i 27 anni nell’esercito per due anni. Il servizio obbligatorio può salire a cinque anni per emergenza nazionale, che il regime ha dichiarato il giorno del colpo di Stato e continua a prorogare.

Non è chiaro come verrà applicata esattamente la legge. Un portavoce del regime ha detto che non si possono richiamare più di 50.000 persone all’anno, con un primo lotto ad aprile, e che le donne saranno esentate. Ma in una dichiarazione scritta si legge che le forze armate ne prenderanno 5.000 al mese – che si sommano a 60.000 all’anno – e che le donne presteranno servizio da settembre. Nel frattempo, anche prima dell’annuncio di febbraio, i giovani delle città sono stati rapiti di notte e arruolati a forza nell’esercito, spesso senza alcun riferimento alla legge.

Ko Khant Htet in Malesia da ottobre 2021 dice di volersi avvalere del programma di rimpatrio che gli permetterebbe di passare del tempo con la moglie, il figlio e la madre e tornare in Malesia con i documenti giusti. Ma l’annuncio dell’arruolamento gli ha fatto cambiare idea.

“Se torno in Myanmar sarò costretto a fare il militare e in quel caso nessuno potrà sostenere la mia famiglia” dice Khant Htet che fa mattoni da costruzione a Kuala Lumpur per dieci euro al mese e riesce a mandare qualcosa a casa ogni mese. “Ho deciso di restare qui e affrontare ciò che accade per sostenere la famiglia”

Provenendo da Maubin Township, nella regione di Ayeyarwady, dove la giunta ha una presa salda, sarebbe particolarmente a rischio. Il reclutamento forzato è stato avviato nella regione già nel 2022 e i rapporti indicano che il regime sta concentrando lì alcuni dei suoi sforzi più recenti.

“Siamo preoccupati per i cittadini del Myanmar che non hanno ancora documenti validi”, ha dichiarato U Nyi Nyi Lwin, responsabile del Centro per i rifugiati dell’Arakan, che assiste i Rakhine in cerca di asilo in Malesia. “Se le autorità malesi li arrestano e li rimandano indietro, finiranno nelle mani dei militari del Myanmar”.

Finora pochi migranti hanno accettato il progetto di rimpatrio. Il primo marzo il ministero degli interni malese ha detto che dei 600mila lavoratori stranieri illegali in Malesia solo 800 sono tornati a casa.

“Molti non potevano lavorare per ragioni di salute e alcuni per paura di essere arrestati dalla polizia malese” dice Than Naing, un militante dei diritti dei migranti che vive in Malesia.

Proprio questa paura ha motivato U Aye Ko, muratore di 45 anni giunto illegalmente in Malesia a giugno 2021 e che soffre di fegato ingrossato.

“Se mi arrestano perché sto qui illegalmente, peggiorerà la mia salute in prigione, e così ho deciso di tornare” racconta.

Than Naing si è detto convinto che la Malesia inizierà presto a sgomberare i suoi centri di detenzione per migranti e teme per la sicurezza delle persone deportate.

“Le prossime persone che saranno costrette a tornare in Myanmar sono i cittadini del Myanmar detenuti in Malesia”, ha previsto. “Non avranno il diritto di rifiutarsi”.

A causa di questa possibilità, Ko Thu Ta è costantemente preoccupato per il fratello più giovane, arrestato in un’incursione della polizia nel bar dove entrambi lavoravano a Kuala Lumpur.

“Mio fratello dovrà tornare in Myanmar dopo la sentenza di tre mesi di carcere qui. Ho davvero paura per lui perché alcuni dei giovani che tornano possono essere spediti ai campi di reclutamento” racconta.

Le organizzazioni che assistono i migranti affermano che per queste ragioni il numero dei nuovi arrivi ha superato quello di chi torna a casa.

Difficoltà dei documenti

Le organizzazioni che assistono i migranti intervistati da FM stimano che 300mila degli 800mila lavoratori birmani in Malesia non hanno documenti. Ai nuovi arrivati queste organizzazioni dicono che per tenere un profilo basso durante la repressione non devono indossare il loro vestito tradizionale longyi né di mettere il thanaka sul volto, caratteristiche tipiche dei cittadini birmani.

“Molti cittadini birmani che sono arrivati in Malesia dopo il golpe non hanno permessi di lavoro e pochissimi hanno carte di identità del UNCHR” dice Nyi Nyi Lwin.

L’agenzia dei rifugiati dell’ONU ha detto a metà gennaio che circa 160mila cittadini del Myanmar si erano registrati presso l’agenzia in Malesia tra cui 100mila Rohingya e 25mila Chin. La Malesia non aderisce alla convenzione dei rifugiati del 1951 e molti che si registrano presso UNCHR non sono mai risistemati in un paese terzo, ma la registrazione fornisce qualche protezione dall’arresto.

Ma anche molti migranti documentati rischiano di diventare clandestini a causa di un enorme collo di bottiglia nel rinnovo dei passaporti presso l’ambasciata del Myanmar a Kuala Lumpur.

Nyi Nyi Lwin ha detto che più di 150.000 cittadini del Myanmar sono in attesa di nuovi passaporti, ma l’ambasciata può rilasciarne solo 20-30 al giorno, lasciando le persone nel limbo fino a 18 mesi. I gruppi di migranti in Malesia hanno dichiarato che prima del colpo di stato il rinnovo dei passaporti richiedeva circa una settimana, ma da allora la domanda è aumentata mentre i servizi consolari gestiti dalla giunta si sono deteriorati.

Ko Aung Thura, che lavora in nero in un ristorante di Kuala Lumpur, ha pagato 500 euro ad un mediatore per il rinnovo del proprio passaporto in 3 mesi.

“Era importante avere il nuovo passaporto in tempo per poter estendere il permesso di lavoro. Ecco perché ho speso tanti soldi” racconta. Ma sebbene per lui tutto sia andato bene, Aung Thura mette in guardia contro i falsi mediatori che vogliono solo trarre vantaggio di qualche migrante disperato.

A peggiorare le cose, i cittadini del Myanmar in Malesia hanno dichiarato a FM che l’ambasciata non rilascia passaporti a persone politicamente sensibili. Tra questi possono esserci i partecipanti al CDM o anche persone provenienti da township dove sono forti i gruppi di resistenza armata. L’ambasciata del Myanmar non ha risposto alle richieste di commento.

Myo Min Tun, l’ex preside, è ancora nascosto. Si aggrappa alla speranza di ricevere il suo permesso di lavoro, mentre si preoccupa per i suoi compatrioti che languono nella detenzione per immigrazione. Sa che con un colpo di sfortuna potrebbe unirsi a loro e affrontare la deportazione.

“L’esercito ha urgente bisogno di manodopera in questi giorni. Se i cittadini del Myanmar vengono rimpatriati dalla Malesia e cadono nelle loro mani, non potranno fare nulla”.

ANT PWEH AUNG | FRONTIER

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