Conflitti etnici birmani ostacolano la risposta coordinata al CIVID-19

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Nonostante gli inviti internazionali ad un cessate il fuoco a favore di una risposta coordinata al CIVID-19, i gruppi armati etnici e i militari birmani continuano a combattere mettendo a rischio la sopravvivenza immediata di tanti civili.

In un conflitto la distanza sociale e le misure di prevenzione dell’epidemia sono una priorità secondaria in molti stati di minoranze etniche in Myanmar. La gente non ha assistenza medica adeguata, ha restrizione nei movimenti sia per il conflitto che per la pandemia e problemi ad accedere a beni e servizi fondamentali.

Sebbene lo stato birmano abbia espresso l’impegno ad affrontare la pandemia del COVID-19, i militari, Tatmadaw, continuano con le loro offensive in molti stati delle minoranze etniche del paese quali gli stati Rakhine, Chin e Karen.

Il gruppo etnico Karen che costituisce quasi il 7% della popolazione del paese ha subito per decenni ricollocazioni forzate, offensive militari, stupri ed omicidi sistematici, vedendo i propri villaggi, campi e proprietà incendiati al pari di tante altre minoranze in Myanmar.

I conflitti in Myanmar tra gruppi armati etnici e militari che continuano sin dal 1948 costituiscono quella che è considerata la più lunga guerra civile. A febbraio oltre 2000 Karen furono cacciati dalle loro case nella parte settentrionale dello stato Karen per una offensiva lanciata dall’esercito, mentre altre regioni dello stato vedono ancora attacchi regolari iniziati dai militari.

“Negli stati etnici tra cui lo stato Karen, il governo e le forze di sicurezza accrescono fortemente la vulnerabilità al virus mortale a causa della offensiva brutale dei militari contro le comunità senza attenzione alle richieste di cessate il fuoco da parte delle organizzazioni armate etniche, dei partiti politici etnici, società civile ed ONU” si legge in una dichiarazione di KPSN, Rete Karen di Sostegno alla Pace.

“Sono stati incendiati i villaggi ed uccisi come animali nella foresta” dice Naw Wahkushee, una portavoce del KPSN. “Ci sono 15 villaggi minacciati e la gente è pronta a fuggire se c’è una escalation del conflitto in quelle aree. Hanno più paura dei militari birmani che del COVID-19”

Nella parte settentrionale dello stato Rakhine, dove il gruppo armato Arakan Army attualmente sta incrementando il conflitto coi militari birmani, il numero delle persone dislocate era alla fine di aprile di 164211 persone secondo una dichiarazione del Rakhine Ethnic Congress.

“Nelle aree di conflitto, nella parte settentrionale dello stato Shan e molto più seriamente l’intero Rakhine e Chin Meridionale, la preoccupazione del COVID-19 è secondaria rispetto a quella di sopravvivere” ha detto l’analista Anthony Davis.

Il 29 aprile l’inviato uscente dell’ONU in Birmania Yanghee Lee espresse una feroce lettera di addio in cui chiedeva una indagine sulle accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità nel Rakhine e nel Chin.

“Mentre il mondo si occupa della pandemia del COVID-19 i militari del Myanmar continuano ad accelerare l’assalto nello stato Rakhine prendendo di mira la popolazione civile” scrisse Yanghee.

Il 2 aprile 18 ambasciatori in Myanmar hanno chiesto la fine dei conflitti etnici chiedendo ad entrambe le parti di essere attenti a “proteggere le comunità più vulnerabili dall’impatto devastante del COVID-19”

Alla fine dello scorso mese il governo annunciava un comitato congiunto del COVID-19 con i gruppi armati etnici per combattere insieme la diffusione della pandemia, e ci si aspetta che i membri condividano le informazioni sulle loro rispettive misure.

Secondo Anthony Davis, è improbabile che la pandemia cambierà lo stato del conflitto.

“In alcune aree potrebbe sospendere il conflitto e penso in particolare ai conflitti tra il Tatmadaw e lo Shan ed il KNU. Ma altrove, come il Rakhine, non fa alcuna differenza. Non è stato nei mesi passati e non lo sarà per i prossimi, la guerra continua”.

Dove finiscono i finanziamenti di aiuto?

Mentre sono stati inviati milioni di dollari di aiuto internazionale al governo centrale di Myanmar, i gruppi etnici che hanno una infrastruttura sanitaria e scolastica proprie temono che non sarà sufficiente una risposta coordinata al CIVID-19.

Il 20 aprile la Banca Mondiale approvava una linea di credito di 45 milioni di euro per la risposta coordinata al COVID-19 in Birmania.

Il governo birmano ha posto 15,75 milioni di euro per le misure di prevenzione per le Persone Dislocate Internamente in tutto il paese, ed altri milioni sono stati inviati da donatori privati, ONG e organizzazioni di aiuto internazionale.

Ma molto di quanto mandato sarà usato per accrescere la bassa capacità di cure intensive del paese per lo più a Yangoon, la città più popolosa ed epicentro dell’epidemia del paese. Questo tipo di cura è per lo più inaccessibile a chi vive fuori dai centri urbani.

Molti si domandano se le donazioni al governo centrale raggiungeranno le reti sanitarie operate dai gruppi etnici.

“E’ come se provano a distruggere la esistente struttura federale se sostengono solo il governo centrale. Fanno accedere tutti i gruppi etnici ai finanziamenti attraverso il governo” dice Naw Wahkushee.

Naw Wahkushee aggiunge che per L’Unione Nazionale Karen, il proprio sistema sanitario è più efficace, perché la gente accede ai servizi e medicazioni nella propria lingua e regione. Inoltre la maggioranza dei gruppi è coinvolta nell’educazione della gente e nell’applicare le proprie misure per impedire la diffusione del virus. Nello stato Karen le misure includono controllo della temperatura di chi attraversa le linee del distretto e la creazione di centri di isolamento.

Persino mentre Myanmar usa l’aiuto per sviluppare il proprio servizio centrale sanitario, la maggior parte del paese non ha l’infrastruttura per gestire una pandemia.

“La maggiora parte di chi muore in Myanmar di pandemia morirà a casa” dice Anthony Davis. “L’idea di appiattire la curva, quella potrebbe essere relativa a Mandalay e Yangoon, ma nei villaggi moriranno a casa”

Molti sostengono che l’aiuto per i campi delle persone dislocate internamente non raggiungerà tutti coloro che ne hanno bisogno, e non sarebbe sufficiente per bilanciare quello che si è perso nella persa assistenza umanitaria e nella consegna dei rifornimenti, che sono ostacolati dalle frontiere chiuse.

A vivere nei campi di Persone Dislocate Internamente in tutto il paese ci sono 241 mila persone, secondo l’ufficio del Coordinamento degli affari umanitari ONU.

“E’ una grande preoccupazione per noi che ci sarà fame, dopo che hanno chiuso la frontiera e a causa della crisi economica. Non è facile trasportare cose come lo era prima” dice Naw Wahkushee.

“Chiediamo ad ogni gruppo di lavorare insieme per salvare vite umane”

Leah Carter, DW

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