Cosa significa il ritiro degli USA dall’Afghanistan per il Sudestasiatico

Listen to this article

Il ritiro degli USA dall’Afghanistan apre delle domande profonde su quanto gli USA sono impegnati nella regione non solo in termini militari e contrasto alla Cina ma anche in termini di lotta al COVID-19 e sostegno allo sviluppo.

Il ritiro degli USA dall’Afghanistan pone fine a quello che secondo alcuni esperti è un capitolo ignobile della politica estera USA.

Le critiche interne sono feroci mentre sia democratici che repubblicani indicano le modalità confuse del ritiro da parte della amministrazione.

storica alleanza VFA

In tantissimi commenti di esperti politici ci sono paragoni tra la caduta di Kabul e il ritiro frettoloso da Saigon nel 1975.

Mentre si tratta di analogie semplicistiche, Washington previde l’intervento in entrambi i paesi secondo le necessità percepite della politica estera ed interna degli USA.

Indipendentemente da questo storico paragone ci sono implicazioni importanti per gli impegni di Washington con il Sudestasiatico e le future percezioni dei governi nella regione.

Per prima cosa la partenza americana mina la posizione della amministrazione Biden di “l’America è tornata”.

Nel Sudestasiatico il ritiro americano da Kabul accrescerà le tante domande preesistenti tra i governi circa la sostenibilità dell’impegno USA nella regione.

I governanti della regione mantengono qualche apprensione su quanto gli USA si sentano impegnati nel Sudestasiatico, consapevoli non solo dell’intervento in Vietnam e nella regione nello sforzo di contenimento del comunismo, ma anche della presenza diminuita dopo il suo ritiro da Saigon e nel periodo del dopo guerra fredda.

Mentre la politica di Obama di perno verso l’Asia segnava una svolta nell’impegno americano con il sudestasiatico, l’approccio frammentato e transazionale dell’amministrazione Trump verso la regione riaccese le preoccupazioni sull’impegno USA.

Seconda cosa, gli ultimi accadimenti in Afghanistan indicano che gli USA, nel bene o nel male, considerano i propri interessi come prioritari rispetto a quelli dei presunti alleati e paesi dalle simili attitudini.

In primo luogo il ritiro degli USA dall’Afghanistan mina gli interessi della sicurezza in paesi come Malesia, Indonesia e Filippine, paesi che fanno molti sforzi per contenere la presenza del Califfato Islamico nella regione.

Il ritiro USA amplifica le loro preoccupazioni sulla prospettiva di un Afghanistan che torna ad essere la culla dei gruppi estremisti.

Il ritiro degli USA dall’Afghanistan amplifica anche le preoccupazioni preesistenti tra vari governi per cui gli USA mettono al primo posto di mantenere il primato strategico USA nell’IndoPacifico e contrastare la crescita di quello che i politici americani vedono come una Cina sempre più belligerante.

Secondo questa cornice gli USA guardano in modo alquanto ristretto al Sudestasiatico con lo sguardo puntato alla sicurezza e alle relazioni di sicurezza.

Comunque i governi della regione hanno idee diverse e variegate verso la Cina coscienti dell’interdipendenza economica e della prossimità geografica. Molti paesi non desiderano che agenti lontani intraprendano azioni di provocazione verso Pechino e preferiscono beneficiare dalla crescita economica cinese mentre si assicurano l’impegno esterno con la regione per tenere in piedi una linea sottile.

Nel Mare Cinese Meridionale, per esempio, gli interessi USA includono la libertà di navigazione e di sorvolo, oltre a sostenere i diritti dei paesi reclamanti a sfruttare le proprie risorse, paesi che contestualizzano i loro diritti in mare all’interno delle relazioni con la Cina.

La Malesia si è espressa di recente in modo aperto sulle attività cinesi, ma l’ex premier malese Mahathir espresse la propria apprensione per la presenza di navi militari USA che accrescerebbero solo le tensioni nella regione.

Il Vietnam mette al primo posto le relazioni economiche e politiche con Pechino ed il Partito Comunista Vietnamita pone una grande importanza ai propri legami storici e politici con il partito comunista cinese.

In termini di relazioni economiche Hanoi rende prioritarie le relazioni di commercio ed investimento col grande vicino che prova a tenere separate dalle diatribe nel mare cinese meridionale.

Altri paesi reclamanti come Brunei e Indonesia restano per lo più calmi sul Mare Cinese Meridionale e preferiscono mantenere i benefici economici delle relazioni con la Cina.

Nel frattempo l’attuale amministrazione filippina, alleato USA per trattato, ha preferito non usare la decisione arbitrale de L’Aia per le dispute in mare per mettere in crisi le affermazioni cinesi sul Mare della Cina Meridionale.

In verità gli USA hanno di recente provato ad allinearsi di più agli interessi più vasti dei governi della regione, e Washington parla di un approccio più olistico alla sua visione di un Indo-Pacifico aperto e libero, sottolineando la propria intenzione di rafforzare la regione e il ruolo di centralità della sua struttura del ASEAN all’interno della sicurezza regionale e dell’architettura economica.

Comunque si dice poco di come gli USA pensino di applicare questo approccio, mentre le relazioni con tanti governi della regione sembrano largamente sussidiari al lavoro con partner e alleati di simili vedute, come i paesi del Quad.

Dal punto di vista del sudest asiatico questo approccio olistico all’impegno degli USA manca quando si parla di iniziative concrete per affrontare gli interessi più vasti dei governi quali lo sviluppo economico e il sostegno alla risposta della pandemia.

Con l’amministrazione Trump Washington ritirò il sostegno al progetto TPP che includeva tra stati ASEAN, e si preoccupò della guerra commerciale contro la Cina che allontanava il commercio dai partner USA e sminuiva il ruolo commerciale nell’economia asiatica.

Nel frattempo ASEAN nel 2020 è diventato il più grande partner commerciale della Cina, prima dell’Unione Europea e degli USA, mentre completava il RCEP, Partnership economica regionale comprensiva che accelera l’integrazione in Asia attorno alla Cina e alle grandi economie asiatiche come il Giappone.

Gli sforzi USA di sostenere la risposta alla pandemia dei governi del Sudestasiatico non fanno molto di più. Questi governi lottano per trovare abbastanza vaccini mentre crescono i casi locali della variante Delta.

Secondo stime recenti della Casa Bianca, Washington ha donato 24 milioni di dosi nel Sudestasiatico. Nel frattempo Pechino guida le esportazioni di vaccini nella regione con 235 milioni di dosi, in gran parte acquistati.

Secondo ultimi rapporti gli USA potrebbero donare altri 10 milioni di dosi di vaccino a mRNA a settimana, eppure la Casa Bianca vuole autorizzare dosi supplementari di vaccini per la propria popolazione a far capire che gli USA restano intenti a rendere prioritaria la propria ripartenza dalla pandemia.

Un sostegno maggiore alla risposta alla pandemia dei paesi del Sudestasiatico potrebbe essere uno strumento politico importante per Washington nel dimostrare l’interesse americano per i governi della regione. La Cina già dimostra di perseguire questo percorso proponendosi come leader nel Sudestasiatico e più in generale nel mondo in via di sviluppo.

Migliorare la presenza economica USA nella regione potrebbe essere di beneficio reciproco per le due parti.

Considerando che la politica estera USA è in gran parte basata sulla presenza militare ad assicurare il proprio primato strategico e contrastare l’influenza cinese, è improbabile che regga il sostegno nazionale se non ci sono valori economici reali.

Comunque se Washington dovesse espandere le relazioni economiche nella regione, si affronterebbero non solo le considerazioni interne ma potrebbe affrontare le apprensioni dei governi sulla profondità e sostenibilità dell’impegno USA nella regione.

John Harley Breen, TheDiplomat

Taggato su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ottimizzato da Optimole