Difendere i diritti di tutti, Rohingya inclusi per un futuro differente in Myanmar

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Per assicurarsi il sostegno internazionale ed un futuro inclusivo, il NUG governo di unità nazionale deve impegnarsi a difendere i diritti di ognuno nel paese, Rohingya inclusi.

La lotta per la democrazia nel Myanmar è sostenuta da una aspirazione comune ad un futuro differente, libero dal governo e dai crimini dei militari, dal furto e dalla discriminazione che sono impliciti in esso, ma non è ancora chiaro se questo futuro include tutti i popoli del Myanmar.

Manifestazione interetnica contro il golpe a Yangon AFP

Se si considera la diversità del Myanmar e le violazioni dei diritti sofferti dai gruppi di minoranza sotto decenni di dominazione etnica Bamar, il governo di unità nazionale, NUG, formato lo scorso mese da parlamentari eletti e capi etnici per rigettare la domanda di potere della giunta, deve inequivocabilmente impegnarsi a rispettare i diritti umani di tutti i popoli nel paese.

Perché questo impegno sia sincero deve includere specificatamente i gruppi più reietti del Myanmar, Rohingya inclusi, tra gli altri a cui lo stato ha negato i diritti umano togliendo loro la cittadinanza.

In termini individuali vari membri del NUG hanno già sostenuto questo obiettivo, ma un impegno ufficiale del NUG, che potrebbe assumere la forma di una dichiarazione breve del governo, creerebbe un principio fermo con cui guidare la riforma futura.

Accrescerebbe la credibilità del NUG di forza democratica inclusiva dal momento che giustamente cerca il riconoscimento come governo legittimo del Myanmar.

Una dichiarazione iniziale non deve per forza indicare politiche dettagliate o proposti cambiamenti legali, argomenti che richiedono maggior tempo e spazio per consultazioni ponderate ed inclusive. Costruire una resistenza unita contro il golpe domanderà maggiore immediata attenzione. Ma senza questo primo passo l’impegno del NUG ai diritti umani sarà in dubbio.

Come questione legale, l’abilità di un popolo di godere dei diritti umani nel Myanmar è impedita dal quadro legale legato alla cittadinanza, disegnata e applicata in gran parte da uomini in uniforme non eletti, xenofobi. Secondo la costituzione del 2008, come anche la legge della cittadinanza del 1982 e la sua applicazione discriminatoria, solo chi è cittadino può godere dei diritti umani, tra cui i diritti all’uguaglianza, alla libertà e alla giustizia.

Comunque il censimento del 2014 trovò che il 25% dei residenti del paese non avevano documenti ufficiali e perciò un’identità legale che rende molti residenti di sempre degli apolidi. Persino tra cittadini con documenti di cittadinanza molti non sono considerati di appartenere ad una delle “razze nazionali” del Myanmar e sono perciò trattati come cittadini di seconda classe.

Sono inclusi in questa categoria i discendenti di Indiani, di Cinesi e di nepalesi, e coloro di antenati misti che sono definiti in termini peggiorativi di “sangue misto”

Inoltre i cittadini con legami familiari diretti al mondo esterno non possono assumere una carica politica, tra cui anche Aung San Suu Kyi che fu esclusa dalla presidenza perché i suoi figli sono cittadini britannici.

Fondamentalmente la disumanizzazione delle comunità di minoranza a cui è negata la cittadinanza ha gettato le basi per i crimini contro l’umanità e di possibile genocidio, perpetrati con impunità dalle stesse unità militari che ora compiono atrocità nel paese contro i civili che resistono al tentato golpe illegale.

Legare il godimento di diritti umani alla visione esclusiva della cittadinanza è insensata e arcaica come anche chiaramente antidemocratica e deve essere cambiata.

In molti paesi con popoli differenti, il diritto alla cittadinanza è definito in termini vasti per includere popoli di etnie differenti e persino nazionalità differenti. Gli stati possono avere il diritto sotto la legge internazionale di decidere i criteri di cittadinanza, ma questi criteri non devono portare alla apolidicità né violare i diritti umani. Inoltre al di là di certi diritti politici come il voto, la cittadinanza legittimamente non è un prerequisito per godere dei diritti umani in ogni paese.

Potrebbe essere irrealizzabile o persino indesiderabile per il Myanmar scuotere del tutto il concetto di nazionalità etniche, dato che è legata a lotte decennali di gruppi marginalizzati per la rappresentanza e l’autonomia politica.

Tuttavia la lista delle “razze nazionali” o “nazionalità etniche” è limitata e continuerà ad escludere alcuni gruppi persino se si aggiungessero altri. Per preservare il concetto mentre si allinea ancora la legge del Myanmar all’impegno visionario ai diritti umani e al pluralismo democratico, il NUG deve considerare di disaccoppiarli dalla cittadinanza, in modo tale che ogni appartenenza dei residenti del Myanmar della razza nazionale abbia pochissimo se non nessuna importanza sullo stato di cittadini.

Per rimediare al suo impegno di rispettare i diritti umani di tutti, NUG deve anche promettere di consultare le comunità di tutto il paese. Ascoltare le variegate esperienze di discriminazione spingerà necessariamente una riflessione sulla legittimità e equità del concetto di “razze nazionali” e della legge di cittadinanza.

Il NUG potrebbe seguire le raccomandazioni della Commissione dell’allora governo sullo stato del Rakhine, guidato dall’ex segretario dell’ONU Kofi Annan, di rivedere le leggi discriminatorir. Potrebbero persino impegnarsi ad abolirla e sostituirla.

Mentre si stendono i dettagli di un processo di consultazione, il NUG deve adeguare il proprio discorso pubblico all’impegno visionario. Ciò include integrare il concetto di diritti umani come esplicitamente essere per tutti i popoli, piuttosto che per i cittadini o le nazionalità etniche nella sua comunicazione ufficiale e nelle dichiarazioni.

I termini “cittadini” e “razze nazionali” sono mezzi che dopo tutto sono stati usati da vari regimi militari per escludere e dividere le comunità per perpetuare e giustificare il continuo governo militare.

Un vero governo di unità li scollegherebbe dal godimento dei diritti umani.

L’impegno del NUG ai diritti umani di tutti, indipendentemente dallo stato di cittadinanza, deve essere proclamato chiaramente e con forza. Sarebbe un segnale importante di volontà politica, per i governi stranieri che potrebbero considerare di riconoscere il NUG come governo legittimo del Myanmar, e più importante ancora per le vittime di discriminazione.

LAETITIA VAN DEN ASSUM e SEAN BAIN FRONTIER

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