Movimento democratico birmano e la questione spinosa dei Rohingya

Il processo presso la Corte di Giustizia Internazionale per i crimini commessi contro i Rohingya vedrà a breve una prima fase di verifica di quanto fatto dal governo di Myanmar dopo le ingiunzioni dell’Alta Corte a proteggere la minoranza musulmana dagli intenti genocidi dei militari.

Non è un segreto il fatto che la minoranza Rohingya sia fortemente disprezzata in Myanmar anche da settori che nel passato si sono battuti contro la dittatura militare e che sia oggetto di epiteti spregiativi come Kalar e Bengalesi anche da esponenti del movimento democratico birmano.

Se col primo epiteto di Kalar si mostra lo spregio verso i musulmani, col secondo si sottolinea anche che sarebbero dei migranti clandestini provenienti dal Bangladesh. In un precedente articolo del 2012, scritto a ridosso di disordini razziali e settari nel Rakhine, si citavano illustri esponenti del movimento che nel 1988 si batterono per la democrazia in Birmania.

Molto meno nota, e passata poco sotto i riflettori di molte ONG internazionali, è l’impegno xenofobo ed antimusulmano di esponenti democratici durante la feroce repressione militare di fine 2017, quando oltre 700 mila Rohingya furono costretti a fuggire in Bangladesh e migliaia di altri perirono per mano dei militari birmani e di militanti armati Rakhine.

Fu versato anche tanto odio sui media sociali anche da parte di esponenti democratici insospettabili che diedero così il loro sostegno morale e materiale proprio a quelle forze militari contro cui combattevano da anni e che da sempre si sono macchiate di crimini di guerra contro tutte le etnie del Myanmar.

Non è un caso forse che il processo presso la Corte di Giustizia Internazionale per i crimini contro i Rohingya sia stato iniziato da un paese musulmano come il Gambia che ha vissuto nel passato simili azioni di genocidio.

Su questa distanza tra richieste di democrazia ed istanze xenofobe e nazionaliste, sono apparsi alcuni articoli che ci sembra meritino la nostra attenzione.

Nel primo importante articolo a cura di ANDREW NACHEMSON e LUN MIN MANG, apparso sul Frontier Myanmar, si prende in considerazione un’importante icona del movimento democratico birmano, Ki Zayar Lwin, un giovane attore birmano arrestato insieme a tutta la troupe, Peacock Generation, ad aprile del 2019 perché in una sua commedia ridicolizzava i militari birmani.

L’accusa era di diffamazione e di minare le forze armate birmane, Tatmadaw, e rischia insieme ai suoi amici parecchi anni di carcere nel silenzio del governo birmano e della Aung San Suu Kyi.

Contro questa chiara detenzione per reati di opinione si schierarono giustamente le grandi ONG internazionali, da Human Rights Watch ad Amnesty International, che chiedevano e chiedono il loro rilascio immediato.

Da notare che nella amnistia annuale per il capodanno birmano Peacock Generation non ha ottenuto la minima attenzione del presidente della Unione di Myanmar che fece liberare 25 mila prigionieri ma nessuno di Peacock Generation, né altri prigionieri di coscienza come il poeta U Saw Wai. Il noto poeta birmano fu arrestato perché chiedeva a gran voce nel 2019 l’emendamento della costituzione del 2008 che garantisce ai militari il controllo di ministeri chiave e una quota del 25% dei seggi parlamentari.

movimento democratico birmano e Rohingya

Di Zayar Lwin si legge nell’articolo del FM:

“Due anni prima che ZL diventasse un simbolo di resistenza, egli era nello stato Rakhine a diffondere idee cospirative sulla comunità musulmana Rohingya quando i militari birmani portavano avanti una campagna di violenze che comportarono la fuga di oltre 700 mila Rohingya in Bangladesh. Il governo ed i militari dissero che era un’operazione legittima di risposta al ‘terrorismo’, cioè agli attacchi del ARSA sui posti di polizia il 25 agosto del 2017, ma che gli esperti internazionali definirono come genocidio.

In vari post Facebook dal settembre 2017, quando l’intero paese era chiaramente ossessionato per la situazione nel Rakhine, ZL col profilo Nan Zay che è risaputo essere il suo, accusava i Rohingya per la loro situazione mentre si riferiva a loro con i termini spregiativi Kalar e Bengali. La parola Bengali è usata per implicare che i Rohingya non provengono dal Myanmar, ma sono migranti clandestini del Bangladesh a giustificare la loro violenta espulsione dal paese.

In un suo post ZL diceva che i residenti dei ‘villaggi bengalesi’ circondavano i ‘villaggi intrappolati’ dei buddisti del Rakhine e chiedevano perché i militari non stavano facendo di più per salvare i Rakhine.

‘Non tutti i Bengali di Maungdaw sono terroristi ma è ancora molto difficile differenziare tra terroristi e bengali’ scriveva invocando una comune difesa del governo dalla violenza di stato diffusa.”

Zayar Lwin poi sottoscrisse pienamente la narrazione secondo cui erano gli stessi Rohingya a bruciare i loro villaggi divenendo così vittime agli occhi del mondo e che la loro fuga in massa nel Bangladesh, luogo dove i Rohingya nei decenni precedenti si rifugiavano per sfuggire alle repressioni militari, era dovuta agli attacchi del ARSA.

Il caso del gruppo Peacock Generation non è isolato, e le manifestazioni di massa che ci furono in Birmania a sostegno del governo di Aung San Suu Kyi e dei militari sulla questione Rohingya lo testimoniano.

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Il poeta birmano Saw Wai “difendeva invece il suo avversario di sempre. ‘per favore basta accusare i militari e si apprenda la realtà sul campo’ scrisse in un commento sul Myanmar Times, chiedendo quali prove ci fossero che i militari avessero ucciso migliaia di musulmani.

Come molti altri in quel tempo Saw Wai attribuì la violenza ai Rohingya. ‘Il governo, mentre risolve i casi di confisca della terra secondo la legge, è stato attaccato ed assassinato dagli estremisti musulmani’ scrisse.”

Quando il gruppo Peacock Generation fu arrestato, questi discorso d’odio erano passati già nel dimenticatoio e le grandi ONG protestarono comunque a ragion veduta contro la violazione della libertà di espressione di questo gruppo, di cui non condividevano certo la loro posizione razzista e di cui non ne erano a conoscenza.

Phil Robertson di HRW dice a FM di non essere affatto sorpreso di quelle dichiarazioni e che comunque la difesa del gruppo Peacock Generation deve continuare con forza.

“La triste realtà è che l’odio verso i Rohingya è ben presente in molta della società birmana”.

Questo odio è ben presente e radicato persino nel movimento dei diritti umani e della democrazia, come per esempio in molti membri del gruppo 88 Generation che da studenti nel 1988 furono all’avanguardia nelle lotte contro i militari e da loro repressi brutalmente.

“I militanti Ma Nilar Thein ed il compianto Ma Mee Mee visitarono il Rakhine nello stesso periodo di Zayar Lwin, forse nello stesso viaggio. Nilar Thein fu fotografato in viaggio con quella che sembra una scorta militare ed in un altra foto è visto dare degli alimenti ad un soldato birmano.

Dopo quel viaggio a Nilar Thein e Mee Mee si unirono altri membri di Generazione 88 ad una conferenza stampa dove uno dei membri più importanti del movimento Min Ko Naing giustificò l’espulsione dei Rohingya perché non erano uno dei gruppi etnici riconosciuti in Myanmar.

Il gruppo rilasciò una dichiarazione scritta dicendo che la situazione sul terreno nel Rakhine era ‘totalmente differente’ da quella descritta da ‘alcuni potenti media internazionali’.

Sono dichiarazioni che hanno danneggiato la credibilità di un movimento democratico del Myanmar che un tempo fu ammirato in tutto il mondo”.

La discussione è aperta e difficile, anche perché di volta in volta cambiano gli obiettivi che il Tatmadaw birmano colpisce: prima nel Rakhine fu la volta dei Rohingya, ora sono i buddisti del Rakhine stesso ad essere oggetto delle violazioni dei diritti umani.

E probabilmente quegli stessi militanti dei diritti comprenderanno la vera natura del Tatmadaw, del loro divide et impera applicato alla perfezione nelle guerre etniche.

“Noi indichiamo dove siamo in disaccordo con loro, loro ascoltano ed annuiscono e talvolta cambiano le idee” dice Robertson a FM. “E’ interessante che i militanti Rakhine, alcuni dei quali ci attaccavano perché promuovevamo i diritti dei Rohingya nel 2017, ora vogliono essere i nostri amici ora che Tatmadaw viola i diritti dei Rakhine”.

La speranza di vedere un movimento democratico scevro da posizioni razziste o giustificazioniste verso i militari è affidata alla generazione più giovane di democratici e FM intervista per l’occasione Ko Thet Swe Win e Ma Thinzar Shunlei Yi che “hanno anche pagato il prezzo sotto forma di estraneazione dal resto della comunità militante e dalla società in generale”.

“Parlare a favore dei Rohingya o fare dichiarazioni in loro sostegno su Facebook comporta il rischio di essere indicato come traditore o di attacchi personali” dice Thet Swe Win a FM, mentre Thinzar Shunlei Yi dice che il solo fatto che le si chiede di parlarne la rattrista.

“Ero furente nel 2017 e lo sono ancora” dice la ragazza che aggiunge che non era cosciente di così tanti militanti democratici con una storia di discorsi di odio contro i Rohingya. “Davvero penso che sia importante indicare come distruggano i loro stessi principi e valori o come siano ipocriti”.

Ed il peso che questi militanti hanno sul resto del movimento rende difficile alla generazione più giovane avere un peso su questa questione.

Interessante è quanto esprime un militante Rohingya dei diritti, Nay San Lwin che ha fondato Free Rohingya Coalition. Dopo aver espresso l’idea che comunque il movimento democratico birmano pur nelle sue limitazioni è fondamentale, dice:

“I Rohingya non furono sempre esclusi dal movimento democratico, dice Nay San Lwin, ricordando che fu suo zio a fondare NLD nella città di Buthidaung e che la comunità Rohingya era attiva nel partito. Ma oggi dice che solo pochissimi militanti birmani sostengono i Rohingya.

‘Non vedono i Rohingya come esseri umani, questo è il vero problema. Ci considerano come una sottospecie umana’..”

Che ci sia un inizio di cambiamento nel movimento democratico, pur nel diffuso sentimento anti-Rohingya, è testimoniato dal fatto che altre minoranze etniche cominciano a mostrare del sostegno come accaduto durante il processo a L’Aia nel gennaio 2020.

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Traduciamo di seguito il secondo articolo apparso su FM.

Myanmar e Rohingya: Il tempo del riconoscimento nazionale

Una rivalutazione pubblica della crisi Rohingya richiederà una conversazione profondamente difficile pubblica ed un grande coraggio ed umiltà da parte di molte figure importanti.

Mentre la ruota della giustizia gira lentamente nella Corte Internazionale di Giustizia a L’Aia è facile dimenticare l’isteria che prese Myanmar alla fine del 2017.

I giornali di tutto il mondo riportavano le immagini di centinaia di migliaia di Rohingya che fuggivano dalla repressione militare nello stato Rakhine, che era stata lanciata in risposta agli attacchi da parte dei militanti Rohingya sui posti di sicurezza. Mentre seguiva la condanna internazionale, le pagine dei media sociali di Myanmar erano piene di disprezzo. La narrazione popolare diceva che gli apolidi Rohingya avevano attaccato chi li ospitava , i cittadini di Myanmar, con una campagna di terrore islamico che il mondo era intento a negare. Di fronte a questa chiara minaccia, molta gente sentì il dovere di schierarsi sotto le bandiere del loro governo.

Sotto la pressione a conformarsi e consumati dalla paura e dalla rabbia per quello che percepivano essere chiare menzogne nei media internazionali, molti dissero cose per cui ora si mordono la lingua. Uno di questi potrebbe essere Ko Zayar Lwin, un attore in carcere del gruppo teatrale Peacock Generation. Come FM ha scritto il 24 maggio, il giovane dissidente scrisse vari post di Facebook nel mezzo della crisi in cui includevano affermazioni per cui i Rohingya, definiti secondo i termini spregiativi kalar e Bengali, distruggevano col fuoco le proprie case prima di scappare in Bangladesh e che era difficile distinguere un Rohingya comune dai “terroristi”.

“La situazione ha trasformato questa gente che consideriamo terroristi in povere cose negli occhi del mondo” scrisse 8 settembre 2017, mostrando quello che è una scioccante mancanza di empatia.

“Questa gente” era stata esclusa dalla cittadinanza e confinata da anni in campi e villaggi senza libertà di movimento e con accesso estremamente limitato alla sanità e alla scuola. Ora erano nel mirino di militari la cui storia di violenza contro i civili è ben documentata.

Che quell’articolo citato abbia preso di sorpresa molti lettori e persino gruppi internazionali dei diritti umani è prova di come molti di quegli stessi sentimenti erano stati trasmessi sui media sociali. Persino i commenti anti-Rohingya di luminari ben conosciuti della società civile e del movimento democratico si persero in tutto il rumore. Non era il comportamento di qualche individuo impazzito ma una risposta sociale.

Data che la colpa per i discorsi d’odio anti-Rohingya è così ben condivisa, perché puntare su Zayar Lwin?

Dopo tutto lui e gli altri di Peacock Generation sono dietro le sbarre per aver messo alla berlina i militari, l’attore principale delle atrocità contro i Rohingya.

La compagnia del Peacock Generation fu arrestata ingiustamente e deve essere rilasciata, ma è anche responsabilità dei giornalisti dare ai lettori il quadro completo delle personalità alla vista pubblica.

Fu un peccato non aver potuto intervistare Zayar Lwin per chiedergli di chiarire se condivide ancora le stesse idee sui Rohingya. FM spera di dargli questa opportunità quando sarà libero di parlare ai media. Ma nessuno mette in dubbio la veridicità di quei commenti e pochissimi negherebbero il loro significato in un momento in cui i discorsi di odio sui media sociali diedero la copertura ai militari mentre si aggiravano per i villaggi nel Rakhine settentrionale a commettere atti che persino la Commissione Indipendente di Inchiesta del governo ha detto includevano crimini di guerra, e che gli esperti ONU dissero erano genocidio.

Se Zayar Lwin, o chiunque altro nominato per aver usato discorsi di odio, vuole correggere il danno fatto dai suoi commenti, allora il percorso è chiaro: una ritrattazione pubblica senza equivoci.

Questo richiede tantissimo coraggio ed umiltà ma sarebbe quello che ci vuole per imbeccare un riconoscimento maggiore nella società di quegli eventi del 2017.

Finora non c’è segno di alcuna rivalutazione pubblica persino mentre è cambiata la posizione del governo nell’arena internazionale, dalla negazione totale che furono commesse atrocità al concedere alla ICJ che erano stati commessi crimini di guerra senza però che fosse stato provato l’intento genocida.

In assenza di profonde scomode conversioni pubbliche un tale riconoscimento potrebbe non avvenire mai. L’articolo di FM era inteso a contribuire a tale conversazione.

L’alternativa sarebbe di tenere nascosti commenti come quelli fatti da Zayar Lwin come un altro sporco segreto del movimento democratico birmano, per paura di minare la lotta più vasta contro il dominio militare. Significherebbe attendere un cambio di attitudini inatteso che anno dopo anno non riesce a materializzarsi.

frontiermyanmar.net