Triplicato il numero di vittime del traffico di schiavi salvati in Thailandia

Sono 1807 le vittime del traffico di schiavi salvati nel 2019 in Thailandia, secondo un articolo pubblicato dalla Reuters che cita dati ufficiali.

La cifra rappresenta il 300% di aumento rispetto ai dati del 2018 quando furono 622 e 982 nel 2015, come mostrano i dati ufficiali.

Triplicato il numero di vittime del traffico di schiavi salvati in Thailandia
bangkokpost

Di queste 1807 vittime il 60% sono donne e quasi i tre quarti sono di origine birmana che usano la Thailandia come luogo di transito per andare in Malesia, dove esiste una comunità Rohingya semiclandestina.

La Thailandia è sotto la lente sia dell’ONU che del dipartimento di stato americano da anni per il traffico di schiavi nella fiorente industria della pesca thailandese e nell’industria del sesso che il governo thailandese non riesce a contrastare efficacemente.

Questo mancato contrasto, specie nel campo dell’industria della pesca, potrebbe portare ad un declassamento dei prodotti ittici thailandesi sul mercato americano con possibile imposizione di dazi.

Nel 2018 la Thailandia, primo paese in Asia, ratificò il protocollo 29 della Convenzione del Lavoro forzato ed insieme alla UE e ILO fu istituito un progetto Ship to Share Rights per coinvolgere sia le imprese che lavoratori ed autorità su come contrastare il lavoro forzato sui pescherecci e come risolvere i gap della legislazione thailandese. La Thailandia deve comunque ancora ratificare le convenzioni 87 e 98 dell’Organizzazione Internazionale del lavoro sui diritti sindacali dei lavoratori della migrazione.

Triplicato il numero di vittime del traffico di schiavi salvati in Thailandia

L’alto numero delle vittime salvate pone un problema di sovraffollamento e di risorse finanziarie sui pochi centri e rifugio di vittime.

“Questo pone un peso sia sul budget dedicato alle vittime che sulla possibilità del personale a dare sostegno particolarmente perché c’è già poco personale” sostiene l’avvocato Papop Siamhan alla Reuters.

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Coloro che sono individuati come vittime del traffico di schiavi possono scegliere il tipo di aiuto del governo, come l’essere ammessi ad un rifugio e ricevere risarcimenti da un fondo statale che paga anche le spese per vivere e la riabilitazione.

Le vittime possono anche ricevere aiuto legale oppure lavorare mentre attendono il processo in cui testimoniare oppure essere rimpatriati.

“Quando un grosso gruppo di persone entra nei rifugi, è difficile dare loro i diritti dovuti come la cura della salute” dice Chonticha Tangworamongkon della Human Rights and Development Foundation che fornisce assistenza legale libera ai lavoratori della migrazione e alle vittime del traffico di schiavi.

Qualche dubbio su questa cifra è sollevata da alcuni militanti secondo i quali tra traffico di schiavi, che implica la coercizione ed un guadagno finanziario dallo sfruttamento, e traffico umano che implica una certa consensualità, non sia stata fatta la dovuta differenza. Forse un modo per gonfiare le cifre della lotta alla schiavitù del governo thailandese a qualche giorno della presentazione del rapporto TIP?

Secondo le statistiche ONU la Thailandia ospita quasi cinque milioni di migranti che costituiscono il 10% della forza lavoro thailandese. La maggioranza proviene da Birmania, Cambogia e Vietnam e sono vulnerabili al traffico umano.

Ci sarebbero 610 mila nuovi schiavi, uno ogni 113 persone di una popolazione di 69 milioni di persone, secondo Global Slavery Index su dati del 2018.

Altro tema che le autorità thai stanno affrontando è quella del lavoro minorile particolarmente nei distributori di benzina col coinvolgimento della PTT, il maggior distributore di prodotti petroliferi in Thailandia.

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Le stazioni di benzina sarebbero uno dei luoghi, particolarmente nelle comunità lontane, dove sono impiegati i bambini nei turni di notte, secondo il generale Nanthader Meksawat.