Sudest Asiatico e la pattumiera di rifiuti plastici del mondo

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Dopo l’uscita della Cina nel 2018 dal mercato internazionale del riciclaggio delle plastiche, il Sudest asiatico è diventato la pattumiera dei rifiuti plastici, il luogo dove le organizzazioni criminali inviano illegalmente i rifiuti usando vari paesi di transito per camuffare i porti di origine dei rifiuti.

Lo rivela l’Interpol che cita “l’uso importante di documenti contraffatti e registrazioni false dei rifiuti” che fanno sì che anche rifiuti plastici italiani finiscono dall’Italia passando dalla vicina Slovenia.

Sudest Asiatico e la pattumiera di rifiuti plastici del mondo

Il comitato dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, OCSE, sta affrontando ad Ottawa questo problema cercando di elaborare controlli giuridicamente vincolanti per fermare l’insidioso e crescente “traffico di rifiuti”.

I problemi che l’Asia ha con i rifiuti plastici non saranno però risolti a Ottawa dal momento che Cina, Indonesia, Filippine, Thailandia e Vietnam immettono negli oceani più di tutti quanti i paesi sulla terra messi insieme.

La Cina scarica tanta plastica direttamente in mare vicino all’isola Matsu di Taiwan ad appena 9 chilometri dalla costa cinese. Nel 2023 il governo dell’isola ha raccolto 900 tonnellate di rifiuti che sta cercando di rispedire in Cina.

Una parte importante della plastica ritrovata negli oceani deriva dai cittadini che gettano i rifiuti nei fiumi che li portano poi in mare, e dai pescatori che gettano a largo tutte le plastiche.

La quantità di plastica e di rifiuti gettati nel Citarum di Giava, chiamato “fiume della spazzatura” e diventato famoso in tutto il mondo, dagli indonesiani farebbe arrossire i residenti inquinanti di Manaus, in Brasile.

I fiumi Brantas, Solo, Serayu e Progo in Indonesia sono tra i 20 più inquinati al mondo.

Le Filippine sono un altro tra i paesi più inquinanti al mondo e scaricano 750mila tonnellate ogni anno che soffocano la Baia di Manila, insozzando le spiagge un tempo pulite e le mangrovie mettendo in pericolo la vita marina in tutta la regione. La plastica si decompone negli oceani trasformandosi in microplastiche che i pesci ingoiano e che finiranno nella catena alimentare con effetti ancora sconosciuti sulla salute umana.

Sudest Asiatico e la pattumiera di rifiuti plastici del mondo

Gran parte di questi rifiuti alimentano 5 enormi vortici di rifiuti negli oceani di tutto il mondo. Il maggiore di questi è la Grande Discarica del Pacifico che copre un’area vasta tre volte la Francia.

Nella maggioranza dei paesi asiatici sono state iniziate campagne di pubbliche relazioni, iniziative educative e campagne di raccolta di rifiuti, per educare la gente e le compagnie. Il Comitato intergovernativo di negoziazione dell’OCSE che si riunisce a Ottawa considera le esportazioni di plastica a scala industriale verso la Malesia e l’India come le maggiori minacce ad una gestione dei rifiuti.

L’OCSE ha pubblicato un lavoro “Responsabilità estesa del produttore (EPR): Fatti di base e principi fondamentali” per chiarire le prospettive politiche. Dice il documento:

“La politica dell’EPR è un approccio che rende i produttori responsabili dei loro prodotti nell’intero ciclo vitale compreso la fase del post-consumo. Essa è caratterizzata dallo spostamento di responsabilità (fisiche e/o economiche, per intero o parzialmente) fino ai produttori; e dalla fornitura di incentivi affinché i produttori si facciano carico delle considerazioni ambientali quando disegnano i propri prodotti. I governi che accettano l’approccio di EPR usano un insieme di strumenti di politica che spostano la responsabilità finanziaria e talvolta operativa della gestione del rifiuto e della raccolta dei materiali dai governi ai produttori.”

La politica di responsabilità del produttore dell’OCSE si avvale di un meccanismo istituzionalizzato non solo per chiedere conto agli esportatori di rifiuti plastici delle loro esportazioni, ma anche per tracciarle e tassarle. Si tratta di un passo significativo nella giusta direzione e sta già dando un giro di vite al business internazionale dell’esportazione di plastica in paesi in gran parte in via di sviluppo o non appartenenti all’OCSE.

Sarà sufficiente a fermare l’ondata di plastica che soffoca la regione?

Secondo NAR, la Cina nel 2018 vietò l’importazione sia di plastiche che di rifiuti elettronici dicendo che si trattava di materiali non riciclabili con la conseguenza che la maggior parte di essi finì nel Sudest Asiatico. Finirono per deturpare le spiagge un tempo brillanti che vanno da Giava alla costa del Myanmar trasformandole in strati di plastiche dove era impossibile vedere la sabbia e facendo sorgere siti illegali di riciclaggio nella regione.

Dopo il divieto cinese sono comparse strutture illegali di riciclo in Malesia dove alcuni operatori hanno nascosto gli impianti di riciclo e le discariche dei rifiuti nelle piantagioni di palma secondo il blog ambientalista New Security Beat.

Nel 2019 le autorità malesi chiusero 170 siti di riciclo con varie incursioni dichiarando che il paese non sarebbe diventato la nuova pattumiera dei rifiuti occidentali.

Le dogane iniziarono a rifiutare le importazioni di rifiuti. Furono restituiti 225 container di rifiuti plastici a 21 paesi. Dal 2016 al 2018 la regione ha visto crescere le importazioni di rifiuti del 171% fino a 2,26 milioni di tonnellate secondo un rapporto di Greenpeace del 2019.

Comunque ci sono compagnie di importazione malesi con permessi regolari che continuano ad importare rifiuti plastici.

Per quanto scottante sia questo tema, costituiscono solo una parte minore di tutti i rifiuti plastici della Malesia, la cui massa si origina nel consumo domestico di plastiche ad uso singolo.

Nel 2018 il ministro dell’ambiente indonesiano registrava 167 discariche a cielo aperto ancora operanti.

Chiunque si rechi sulle isole e sulle spiagge del Sud-Est asiatico si accorge subito di questa maledizione. Anche chi non ha visitato la regione ha probabilmente visto foto di tartarughe marine e mammiferi marini che muoiono impigliati nei rifiuti di plastica.

E questa è la parte che l’OCSE, pur con i suoi piani e le sue intenzioni, non può affrontare: le abitudini dei cittadini medi di gettare i rifiuti e quelle delle aziende locali che accettano di accogliere i rifiuti ma poi li “riciclano” in modi che non sono in linea con i termini iniziali dell’accordo con i Paesi OCSE con cui hanno firmato i contratti.

Paesi asiatici più sviluppati come Taiwan di recente hanno favorito il divieto di cannucce di plastica e l’isola ha promesso di dimezzare l’uso dei sacchetti di plastica nei prossimi venti anni.

Filippine ed altri paesi della regione hanno vietato alcuni tipi di sacchetti di plastiche del consumatore perché siano sostituite con la carta. Hanno anche iniziato a far pagare cifre nominali per i sacchetti di plastica che rimangono in uso.

Anche questi obiettivi sono un passo nella giusta direzione, ma sono sufficienti?

Resta da vedere, ma con le enormi quantità di plastica ancora presenti sulle coste di Taiwan, c’è da essere scettici.

Le spiagge bianche ed i fiumi limpidi dell’Asia un ricordo di un’era passata?

Le sfide per ripulire il problema dei rifiuti di plastica nella regione potrebbero essere al di là della portata, o persino dell’immaginazione, di un’organizzazione internazionale come l’OCSE, o di quella dei governi nazionali o locali.

Tuttavia, la bellezza dell’Asia naturale e la salute dei suoi abitanti,e del resto del mondo, richiedono uno sforzo totale, nonostante le sfide.

Gregory McCann, Asiasentinel

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