La democrazia islamica e crisi egiziana per Farish Noor

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La democrazia islamica: la crisi egiziana fa nascere domande più profonde sulla politica e religione.
L’abbattimento della presidenza di Mohamed Morsi e del suo Partito della Libertà e della Giustizia in Egitto ha fatto sorgere un vespaio di domande difficili e profonde sul futuro della religione politicizzata in generale e quello dell’Islam politico in particolare.

Per iniziare ci ha posto la domanda singolare: Se i Fratelli Musulmani di Egitto ora sentono che il percorso democratico non è un metodo di ottenere la conquista dello stato, alcuni di loro saranno indotti ad abbandonare del tutto il processo democratico, optando per metodi extracostituzionali di venire al potere?

Viene in mente la tesi di Olivier Roy che ha scritto moltissimo sul futuro dell’Islam politico. La sua posizione, sviluppata alla fine degli anni 90, era che i movimenti politici religiosi come Ikhwan’ul Muslimin alla fine impareranno a moderarsi e a fare compromessi se fosse loro permesso di diventare parte del processo democratico. Il credo allora era che l’arena della politica fosse come un modello strutturato che avrebbe dato forma e formato tutti i movimenti che entravano il suo spazio normativo.

L’assunzione sottostante questa tesi è che i movimenti politico religiosi fossero la componente umana dolce che entrava nella struttura dura degli stati e delle istituzioni, e che tali istituzioni, per virtù della loro capacità di mantenere e riprodurre norme di comportamento, avrebbero addomesticato le forze belligeranti che altrimenti avrebbero provato a catturare lo stato e trasformarlo in qualcosa di altro.

Per un momento, la tesi ebbe una certa risonanza tra analisti e studiosi; e c’era ampia prova da tutto il mondo musulmano che i partiti e movimenti islamici si sarebbero conformati al percorso di comportamento predetto da Roy.

Persino il pensatore islamico come Rashid Ghannouchi aveva affermato, prima degli anni 90, che i movimenti islamici del Nord Africa avrebbero imparato a stare alle regole della democrazia e che se volevano giungere al potere doveva essere attraverso l’urna elettorale. A questo si collegava l’avvertimento che tali movimenti avrebbero dovuto accettare la volontà della maggioranza ed accettare la possibilità di poter essere mandati via col voto dal potere.

L’esperimento con la democrazia islamica era quindi non unica per l’Egitto, perché abbiamo assistito qualcosa del genere accadere in Algeria, Tunisia, Turchia, Pakistan e Bangladesh. Nel sudest asiatico ci si presentano alcuni casi di vari partiti islamici che si sono impegnati nel processo democratico.

La tesi d Roy sembra essere stata di gran lunga corretta perché abbiamo visto i partiti islamici turco e indonesiano adattarsi alle realtà dello stato moderno e ai processi democratici. Non ha significato solo il cambio all’apparire esteriore in termini di pura sartoria e lo spostamento dai turbanti agli ipad. Ha anche significato che questi partiti politici religiosi hanno anche cominciato a parlare la lingua della democrazia, e a prendere in conto le sfide serie come l’accomodamento del pluralismo religioso e culturale nei paesi che desiderano governare.

Morsi è stato accusato di essere un politico dalla volontà troppo forte, autocratico e persino dittatoriale. Il modo in cui la nuova costituzione egiziana era stata ripulita senza il sostegno visibile e la cooperazione degli altri partiti era un cattivo punto di inizio che ha eroso la sua dichiarazione di seguire le norme del consenso e della consultazione democratica.

Lo erano anche le politiche meno importanti che sono state approvate che avevano più a che fare cn le forme cosmetiche delle politiche religiose di uno spostamento genuino in termini di prerogative etiche dello stato.

Ma la cacciata di Morsi è anche qualcosa che ha seri ripercussioni nel breve e nel lungo periodo per l’Egitto e il mondo musulmano in generale. Indipendentemente dagli errori e le manchevolezze di Morsi e del suo partito, deve essere detto che erano giunti al potere con una maggioranza di voti che rifletteva la volontà della popolazione.

L’abbattimento del suo governo ha ora guadagnato l’attenzione dei movimenti islamici nel mondo, dalla Turchia all’Indonesia. La domanda fondamentale fondamentale è stata posta da loro: se un governo islamico può essere abbattuto nonostante abbia vinto le elezioni, significa che tutti i movimenti islamici andranno incontro alla fine allo stesso destino? E se così, perché i movimenti islamici del mondo dovrebbero in primo luogo giocare con le regole della democrazia?

La mia propria preoccupazione sta nel fatto che l’esperimento di breve durata dei Fratelli Musulmani con la politica democratica era stato visto come un barometro per le sensibilità musulmane nel mondo arabo oggi, che resta in uno stato di crisi semi permanente. I fratelli musulmani erano stati criticati da alcuni dei gruppi musulmani più radicali e violenti dell’Egitto per essersi svenduti e trasformati in un partito politico e, nel fare ciò, di aver accettato le regole del gioco democratico.

Ora che sono stati deposti, le voci più radicali del mondo arabo potrebbero trovarsi in una posizione più forte per dire che la democrazia non si può riconciliare con la religione. Sarebbe il percorso sbagliato e pericoloso che nel lungo periodo potrebbe essere autolesionista. Ma per ora l’esperimento democratico dei Fratelli Musulmani è giunto ad un fermo e il mondo attende di vedere se si sentiranno di nuovo delle voci razionali.

Farish Noor, Straits Times Malesia

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