SUDESTASIATICO: Sabah nel sudestasiatico, una lezione di storia di Farish A. Noor

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suluPermettetemi di iniziare affermando categoricamente che sono uno che crede fermamente nel Sudestasiatico e nell’ASEAN.
Nel mio lavoro di docente, ho con costanza ricordato ai miei studenti la natura costruita del Sudestasiatico oggi, della novità relativa delle frontiere politiche e dello stato nazione. Ho anche posto l’enfasi sulle storie condivise in sovrapposizione delle tante diaspore che popolano questo nostro arcipelago complesso e talvolta pieno di contraddizioni.

Non vedo l’ora di vedere il giorno in cui le popolazioni di questa regione si possano percepire come cittadini dell’ASEAN, ma, nonostante il fatto che la Comunità dell’ASEAN è alle porte nel 2015, molti di noi in questa regione sono guidati dai primordiali attaccamenti al luogo, all’identità, alla lingua e alla cultura. Si potrebbe riassumere così: noi abitanti del Sudestasiatico siamo presi nel mezzo tra una regione fluida e uno stato rigido.

Indipendentemente da quanto fortemente ci provino gli ipernazionalisti tra noi, non possono negare il fatto che condividiamo una storia o storie comuni ed interconnesse. Queste storie spesso si sovrappongono, creano richieste e rivendicazioni in contesa e si contraddicono l’un con l’altro. Ma quella è la natura della Storia come discorso, perché essa è narrazione senza un punto a capo ed è un terreno discorsivo che deve essere osservato da differenti angoli di visione.

Per ogni area o soggetto non può esserci una storia finale, perché non appena deponiamo la penna, il tempo continua ad andare avanti e siamo costretti a ritornare e rivedere le nostre ipotesi affermate. Per chi ricerca una cura generale per la loro rabbia esistenziale, la Storia non è il rimedio poiché ogni singola pretesa può e sarà contestata dall’altro.

Quello rendefarishnoor la Storia un fondamento soffice e instabile per qualunque pretesa economica politica, ma, grazie a dio, è anche la ragione del perché gli storici come me non saranno mai dei disoccupati.

Questo è quanto attiene alla fluidità e ai parametri storici fluttuanti. Ora viene la parte rigida: Noi, abitanti del Sudestasiatico, accade che viviamo nel mondo post coloniale del giorno di oggi dell’ASEAN, costituito da stati nazione che fanno quello loro richiesto: compartimentalizzare, categorizzare, delimitare e demarcare, fissare confini e controllarli.

Devo affermare che non sono un grande entusiasta dello stato nazione post-coloniale per la semplice ragione che secondo me lo stato nazione post-coloniale semplicemente eredita le tendenze, la miopia, le faziosità e il solipsismo dello stato coloniale passato.

Guardiamoci attorno nel Sudestasiatico oggi e quello che vediamo sono solo nazioni stato post-coloniali che continuano a controllare la propria gente, i propri confini ed identità e la vera epistemologia e dizionario che inquadrano la nostra comprensione di noi stessi e dell’Altro. Categorie come “cittadini” e “stranieri” sono etichette moderne che noi abitanti del sudestasiatico abbiamo ereditato dal nostro passato coloniale insieme ai concetti dubbi di differenza razziale.

Contraddizioni

Cosa siamo oggi? Mi sembrerebbe almeno che noi abitanti del Sudestasiatico siamo un insieme meticcio, ibrido di comunità e popoli con un passato complicato. Da un lato manteniamo ancora tracce residue delle nostre radici primordiali alla terra e al mare che ci dicono che questa regione è la nostra casa condivisa. Ma accade che siamo anche soggetti cittadini moderni, che vivono sotto un regime moderno di censo razziale, carte di identità, passaporto e bandiera nazionale.

Non possiamo sfuggire a questa contraddizione poiché questa è quello che la nostra storia comune ci ha lasciato in eredità oggi. Noi moderni cittadini soggetti del sudestasiatico viviamo in una regione con una storia complessa che è antecedente alla modernità, al colonialismo e allo stato nazione, e non possiamo sfuggire al nostro passato più di quanto non possiamo sfuggire al nostro presente.

Ma questa contraddizione si manifesta ora in quello che sta accadendo nello stato malese orientale di Sabah. Nel mezzo dello sciovinismo focoso e minaccioso e dell’ipernazionalismo che vediamo nascere sia in Malesia che nelle Filippine, dobbiamo fare un passo indietro e guardarci onestamente in faccia. Sembra che quello a cui ci troviamo di fronte ora sia uno scontro tra lo stato moderno, guidato dalla logica moderna della governabilità, e l’attaccamento primordiale di alcuni popoli alla terra e allo spazio che va oltre i confini della temporalità e dello spazio.

Quello che è accaduto è che un gruppo di agenti non statali, quelli che reclamano essere i discendenti del sultano di Sulu, sono, unilateralmente e senza il consenso del governo delle Filippine, entrati nel territorio di un altro stato, Malesia, portando le armi e chiedendo il diritto di sistemarsi lì.

Sia lo stato malese che filippino non sanno cosa fare, perché entrambi gli stati sono costretti a trattare con un agente non statale, che non gioca secondo le regole dello stato moderno.

Una situazione simile si può estendere ipoteticamente in un milione di direzioni: Cosa succederebbe se un gruppo di malesi entrasse allo stesso modo a Singapore e la reclamasse sulla base che era in precedenza una parte del regno malay di Johor? E se un gruppo di Thai entrasse nella Malesia settentrionale per reclamare lo stato del Kelantan sulla base che era parte di uno stato siamese?

Le possibilità sono infinite da dare le vertigini. Ma il problema è sempre lo stesso: Come dovrebbe uno stato o degli stati trattare con attori non statali?

Rileggere la storia

A questo punto bisogna riprendere i dettagli storici. Il primo è che la storia di Sabah stessa dovrebbe essere portata in primo piano, mentre sia i nazionalisti Filippini che Malesi non hanno chiesto quello che la gente di Sabah ne pensa. Notiamo che Sabah non è mai stato uno spazio vuoto passato da un potere ad un altro. Nel passato, Sabah finì sotto il dominio del regno del Brunei, e fu il Brunei che diede allora in dono parti di Sabah al Sultano di Sulu, e accadde che i regni di Brunei e di Sulu poi lo passarono alla Compagnia Britannica del Borneo Settentrionale. Ma Sabah ha il suo proprio passato, la sua propria storia e popolazione che sembra essere stata del tutto lasciata fuori dalla discussione.

Sembra che la popolazione di Sabah sia Kadazandusuns e Muruts, che sono costituiti di Bonggis (isola di Banhggi, Kudat), Idaan/tindals (Tempasuk, Kota Belud), Dumpaas Kadazans (orang Sungai, Kinabatangan), Bagahaks (Orang Sungai), Tombinuo e Baludupis (orang Sungai), Kimaragagng Kadazans (tandek e Kota Marudu), Liwans (Ranau e Tambunan), Tanggah Kadazans (Panampat e Papar), Rungus (Matunggong e Kidat), Tatanah Kadanzans (Kuala Penyu), Lotuds (tuaran), Bisayas (beaufort), Tidings (Tawau) e Kedayans (sipitang). Poi ci sono Muruts che consistono di Nabais, Piluans, Bokans, Taguls, Timoguns, Lundayeh, Tangaras, Semambus, Kolors e Melikops.

Queste sono le comunità indigene di Sabah, e se c’è uno ha il diritto alla terra di Sabah devono essere loro. Nessuno nega che Bruneiani, Suluks, Ilanuns, Bugis, Malays, cinesi, Indiani e Arabi e altre comunità abbiano avuto residenza a Sabah nel passato, ma gli ultimi provenivano da altri regni e entità. Nel caso dei Brunei e Suluk di Sulu anche loro erano dei forestieri che imposero il loro dominio sulla popolazione indigena di Sabah.

Questo mi porta al secondo punto che voglio esporre. Deve essere ricordato che sia Brunei che Sulu tenevano Sabah come un territorio sotto il proprio dominio in un modo che sembra più affine al modo in cui la Compagnia britannica del Borneo Settentrionale comandava a Sabah dal 1880 agli anni 40. Quando i discendenti del sultano di Sulu affermano di “possedere” Sabah oggi, cosa implica e comporta questo titolo di proprietà? Significa il dominio politico del precedente di Sulu su un territorio che fu donato da un’altra potenza dominante? Se così allora come si differenzia dalla richiesta coloniale su una terra la cui gente può anche non riconoscere il diritto di Sulu a governare su di loro?

E’ ironico che mentre l’autoproclamato sultano di Sulu lamenta la sua perdita di dominio, nessuno (neanche il sultano di Sulu) ha chiesto se i Kadazandusuns, Muruts e tutte le altre popolazioni indigene di Sabah vogliano vivere sotto il suo dominio. Inoltre, sembra solo sottolineare il fatto che la rivendicazione del sultano di Sulu (come quello del Brunei e della Gran Bretagna) era quella di una entità politica esterna che reclama un territorio che non era parte della loro patria.

Sabah Cosmopolita

Nulla di ciò cambia il fatto che Sabah è sempre stata e rimane uno spazio straordinariamente cosmopolita dove si sovrappongono culture e popoli condividendo vita ed interessi. Se paragonato ad altre parti della Malesia la società Sabahana mantiene un’identità fluida e dinamica fino ad oggi.

Non è raro imbattersi in famiglie indigene dove la prole accada che sia musulmana e cristiana, che vivono sotto lo stesso tetto e che celebrano le feste cristiane e musulmane. La società di Sabah sembra più decentrata se paragonata ad altre comunità nella regione: i Kadazandusuns non hanno il concetto di monarchia, e si governano invece lungo linee di capi comunali (orang kaya kaya) e il loro grande capo simbolico denominato “Huguan Siou”.

La società di Sabah è così aperta e tollerante che i matrimoni inter-etnici sono comuni, con Muruts e Kadazandusuns che sposano malay, cinesi, arabi come pure Suluks, Bugis, bajaos, Bruneiani. E’ sempre stato così per secoli; e mi affretto a dire che sono cresciuto a Sabah tra gli anni 1981 e 1984, e ricordo quanto aperta, eclettica e mobile fosse la società di Sabah allora.

I Sabahiani non hanno mai avuto problemi con le altre comunità che lì vi si stabilivano, ed è per questo che vediamo grandi numeri di Suluk, Bajao, Malay e Cinesi per tutto lo stato, che si sistemano in famiglie miste o in insediamenti più piccoli. Inoltre i Sabahiani si trovano in sintonia con la realtà di vivere in un arcipelago fluido, che è la ragione per cui i suoi insediamenti costieri sono sempre stati punti di transito dove gente dall’estero arrivava e partiva facilmente.

Proprio prima dell’incidente d Lahad Datu ero stato informato che un vasto numero di Suluk erano arrivati per un matrimonio, e che giungevano senza passaporti e visti, andandosene dopo pacificamente.

Era così a Sabah sin dalla mia infanzia. Ma la paura è che quella cultura di apertura e fluidità sia giunta ad una fine prematura e senza grazia quando i seguaci del Sultano di Sulu sono approdati con fucili e lanciagranate.

Confini fluidi esistono solo se si ammette una cosa: che il visitatore sia un amico e non un aggressore. Il momento in cui compaiono le armi il confine fluido si prosciuga e diventa rigido.

Confini irrigiditi, cuori induriti

Odio il nazionalismo, l’ho detto all’inizio che sono uno che crede fortemente nel sudestasiatico e nell’ASEAN, e questa sconfitta a Sabah non ha indebolito la mia posizione, sia come studioso che come attivista, per lavorare ad una integrazione più stretta dell’ASEAN.

Nel mio istituto al NTU, vedo i volti dell’ASEAN ogni singolo giorno: i miei studenti vengono da Singapore, Malesia,Indonesia, Filippine, Thailandia e Vietnam, tutto l’ASEAN. Non avendo figli, li considero sotto la mia responsabilità e come tutti i docenti voglio che abbiano successo nel futuro. Voglio anche che abbiano successo in una regione dell’ASEAN dove ogni suo singolo cittadino senta l’intera regione come sua o come casa sua, un posto a cui appartenere, dove non si debba sentire come uno straniero.

Ma come ho detto in apertura, noi cittadini dell’ASEAN viviamo anche nello stato nazione moderno, e non si può sfuggire al fatto che siamo cittadini soggetti moderni. L’essere nel mezzo tra una regione fluida e uno stato moderno rigido non è da crisi esistenziale irrisolvibile, perché possiamo portare nello stato moderno i nostri desideri soggettivi e vedere una maggiore integrazione a livello di popoli che fa fare allo stato nazione un passo più in là.

Già vediamo che lo stato nazione moderno comincia a trascendersi nell’ASEAN: l’infrastruttura comunicativa che abbiamo costruito, mediante strade, ferrovie e linee aeree commerciali, significa che più suoi abitanti viaggiano, studiano, lavorano e vivono in differenti parti della regione di quanto mai accaduto prima.

Sono passati i tempi quando un malese, Filippino o singaporeano nasceva nel suo paese, studiava, lavorava e moriva lì. Nel prossimo futuro potremmo vedere la prima generazione di ASEANITI che nasce in un paese, studia in un altro, lavora in un altro ancora e muore in un altro, sempre sentendosi a casa, nel sudestasiatico.

Ma perché succeda questo, non possiamo tralasciare del tutto lo stato nazione, perché abbiamo bisogno di esso per poterlo trascendere, per evolvere dove si può accettare un giorno la realtà che i suoi cittadini hanno multiple origini, destini e multiple e combinate fedeltà.

Abbiamo bisogno di lavorare verso un futuro dell’ASEAN dove i governi possono giungere ad accettare le nostre identità unite, complesse e contraddittorie come qualcosa di normale e non un’anomalia; quando qualcuno che è giavanese, olandese, indiano e arabo come lo sono io può reclamare di venire dall’Indonesia, nato in Malesia, lavora a Singapore e ama le Filippine.

Ironico a dirsi, questo è lo stallo in cui siamo oggi: per far risuscitare la nostra memoria collettiva di un passato del sudestasiatico condiviso, abbiamo bisogno di lavorare con e attraverso lo stato nazione come paradigma dominante che governa le relazioni internazionali.

Quello che non possiamo e dovremmo fare è appropriarci della Storia in modo selettivo per fare rivendicazioni bizzarre che promuovono i propri fini limitati allo stesso modo in cui la Cina sta facendo quando si rivolge ai propri libri di storia Sino-centrici per reclamare il Mare Cinese Meridionale come proprio.

Tali selettività, che sia il caso cinese o quello del Sultano di Sulu, negano il fatto che la storia resterà sempre contestata dagli altri. Se non siamo preparati ad accettare che qualunque idea abbiamo della regione ASEAN è solo una delle tante possibili, e che abbiamo bisogno di accettare che la molteplicità di prospettive è il solo modo di navigare nelle acque agitate della Storia, rimarremo sempre intrappolati nelle nostre miopi delusioni.

Al presente, lo stallo di Sabah ha agitato violente emozioni tra i nazionalisti in Malesia e nelle Filippine, con i tattici da salotto che parlano di maggiore violenza. Queste dicerie mal si adattano su di noi, che condividiamo una storia complessa la cui ricchezza dovremmo invece celebrare. E il mio appello finale è questo: Ponete termine a questa incursione a Sabah per amore degli abitanti di Sabah e dei filippini e dei malesi; perché quello che tutto ciò ha causato ha generato sentimenti di profonda paura e sfiducia tra gli abitanti di Sabah che da secoli sono state le comunità più aperte della regione.

Migliaia di Suluks, Bugis, Bajao e altri che si sono sistemati a Sabah per decenni lo hanno fatto con facilità, ma ora non più. I pistoleri di Sulu che sono giunti a Sabah non hanno portato solo i loro fucili e lanciagranate, ma anche la dicotomia che divide del “noi” e de “l’Altro/straniero”, e l’ultima cosa che vorrei vedere è un altro muro che si costruisce per dividere, ancora una volta, gli abitanti del sudestasiatico

Farish A Noor, Rappler.com

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