Tangaraju Suppiah, altra sentenza capitale disumana a Singapore

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Un uomo di Singapore, la Città dei Leoni, di 46 anni Tangaraju Suppiah sarà impiccato il 26 aprile prossimo per aver favorito un tentativo di introdurre a Singapore della cannabis riprendendo così dopo alcuni mesi di pausa le esecuzioni capitali.

La famiglia ha ricevuto la lettera di annuncio della esecuzione appena una settimana prima, come ha detto a AFP la militante Kokila Annamalai.

Tangaraju Suppiah

Tangaraju Suppiah fu arrestato nel 2014 per consumo di droga e per non essersi presentato ad un controllo e poi fu collegato a due trafficanti per il suo numero di telefono usato per la consegna della cannabis.

L’accusa del tribunale verso Tangaraju Suppiah è di cospirazione per trafficare 1 chilo di cannabis e lo ha condannato alla sentenza capitale obbligatoria nel 2018, ha detto la militante e giornalista Kirsten Han.

Secondo Annamalai, le ultime sentenze capitali obbligatorie furono eseguite ad ottobre 2022. “I detenuti nel braccio della morte, le loro famiglie e chi vuole abolire la pena di morte hanno trattenuto il respiro negli scorsi mesi terrificati dal pensiero di quando sarebbe ripresa di nuovo la frenesia di morte. Lotteremo per la vita di Tangaraju fino alla fine”.

Ad ottobre 2022 Singapore che ha legge antidroga pesanti oltre ogni limite eseguì 11 condanne a morte obbligatorie tra cui quella di un malese con disabilità mentali che accese il dibattito a livello internazionale.

Sia Han che Annamalai sostengono che a Tengaraju non fu dato il pieno accesso alla giustizia perché interrogato senza avvocato. L’uomo inoltre non ha maneggiato la droga ma è stato accusato di aver cospirato. Gli è stato negato il 26 febbraio dalla corte suprema l’appello perché Tangaraju non è riuscito a dimostrare la mancanza di giustizia nel trattamento della polizia.

“Un problema reale a Singapore è l’accesso alla giustizia. Non c’è accesso all’assistenza legale durante gli interrogatori della polizia e le dichiarazioni non devono essere prese alla lettera. Quindi si tratta di capire quanto l’individuo sia in grado di difendersi da solo e della consapevolezza delle possibili implicazioni delle dichiarazioni che potrebbero essere usate contro di lui in tribunale.” ha detto Kirsten Han a SEAGlobe.

“Nel processo di mio fratello ci sono tantissime falle, tantissimi dubbi e tante domande rimangono senza risposta. Come si fa a condannare qualcuno a morte con così piccolissime prove?” ha dichiarato la sorella di Tengaraju, Leela Supai

“L’idea che un uomo potrebbe presto essere impiccato per aver tentato di trafficare un chilo di cannabis, una sostanza che si sta decriminalizzando o legalizzando in un numero crescente di stati, è di per sé uno delle cose più orride ed oltraggiose” ha detto Kirsten Han.

Questa estrema durezza della legge di Singapore con la sua condanna a morte obbligatoria per spaccio di droga in realtà ha sempre preso persone senza cultura proveniente dagli strati di popolazione più povera.

Non fa quasi nulla per fermare i trafficanti né impedisce i soldi, generati dal traffico di droga che dal Myanmar arriva in ogni angolo della regione, che probabilmente passeranno anche per le banche della città stato.

Inoltre questa legislazione draconiana sulla droga, che il governo di Singapore difende come necessaria per proteggere i propri cittadini e che assicurerebbe il dovuto processo legale agli accusati, impedisce alle persone di accedere alle cure sanitarie o a servizi di riduzione del danno o a quanto affronti le cause radicali dell’uso di droga.

Vogliamo qui ricordare come la Malesia, con cui Singapore confina, è al lavoro per eliminare l’obbligatorietà della sentenza capitale nei casi di droga, come abbiamo illustrato in questo articolo.

“Non si può dimostrare che queste misure durissime e senza compromessi come la pena di morte abbiano un effetto di deterrenza. Nessuno che usi droga è aiutato o sostenuto dal fatto che si impicchi un’altra persona che probabilmente provengono da comunità marginali o minori. E’ una pratica inutile, senza senso e senza cuore quando si tratta di un caso così problematico come quello di Tengaraju” ha detto Kirsten Han.

Mentre dai media di tutto il mondo giungono tantissime notizie e condanne per questa prossima esecuzione, i grandi media della Città dei Leoni sono silenziosi sul tema.

La militante Annamalai crede che il silenzio della stampa sia legato ad un maggiore irrigidimento contro le libertà fissato dalle massime autorità di Singapore.

“C’è una cultura molto censoria qui e la pena di morte è uno strumento fondamentale per il governo per mantenere il controllo autoritario. Sono giunti a dipendere moltissimo dalla pena di morte come parte del marchio del governo forte” ha detto Annamalai a SEAGlobe.

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