Teorie cospirative e politiche di destra nelle elezioni malesi

Listen to this article

All’indomani delle elezioni generali malesi del 19 novembre, sono cresciuti nella rete malese sia i contenuti di odio che le teorie cospirative in relazione la nomina a premier di Dato’ Seri Anwar Ibrahim.

Sono diventati virali i video ispirati all’odio con l’hashtag 13Mei tra i giovani su TikTok. Nel frattempo su Twitter, post di contenuti di teorie cospirative chiedevano quanto fosse legittimo Anwar come leader accusandolo di essere un agente della CIA e agente sionista israeliano.

Nella corsa elettorale i partiti della destra conservatrice come Barisan Nasional (BN), Perikatan Nasional (PN), Pejuang, il partito islamico Parti Islam se-Malaysia (PAS) hanno assoldato e impiegato i cybertrooper nella loro campagna. Questi cybertrooper, conosciuti anche come cytros sono reclutati dai partiti per diffondere disinformazione, screditare gli oppositori, deviare le discussioni politiche e manipolare online l’opinione pubblica.

La disinformazione è diventata uno strumento potentissimo per influenzare il voto e il risultato elettorale. Con essa i partiti possono influenzare l’opinione pubblica creando un ambiente di sfiducia che porti a visioni politiche polarizzate che dividono le comunità.

Un elemento comune delle campagne di disinformazione nel Sud Est Asiatico è di etichettare qualcuno come “Rosso” con cui si definiscono individui o organizzazioni come comunisti o terroristi per screditare o giustificare azioni coercitive contro di loro. A causa della storia di terrorismo e di insorgenza della regione, alcuni regimi reagiscono violentemente ad una qualunque idea di minaccia comunista con l’uso della violenza o della violazione dei diritti umani contro di loro con conseguenti detenzioni ed esecuzioni errate.

Durante le elezioni queste tattiche di disinformazione miravano a tre obiettivi. Il primo è di cambiare l’esito delle elezioni creando un ambiente di sfiducia. Il secondo è di promuovere ideologie polarizzanti ed il terzo è di far decrescere l’affluenza.

L’uso dei cybertrooper è cresciuto negli ultimi anni, e mentre molti paesi hanno applicato leggi che criminalizzano questo tipo di interferenza elettorale, la Commissione Elettorale Malese deve ancora proibirlo. Se dovesse continuare così i cybertrooper saranno sempre un grande problema che mina i processi democratici malesi.

In questo lavoro si prova a spiegare la recente esperienza elettorale malese segnata dalla disinformazione e dalle teorie cospirative insieme ad un accresciuto discorso di odio e minacce di violenza. Qui si cerca di discutere i rischi identificati associati all’uso dei cybertrooper come uno strumento dello stato per controllare le narrazioni e all’uso dei falsi commenti positivi per creare il sostegno politico.

Comprendere le teorie cospirative nel contesto malese

Le teorie cospirative hanno un peso nel Sud Est Asiatico come dovunque nel mondo con analoghe chiavi narrative. Queste teorie si incontrano spesso con l’estremismo di destra di cui diventano la sua forza motrice.

teorie cospirative in Malesia

Le teorie cospirative solitamente ruotano attorno ad una minaccia percepita al potere e/o autorità dello status quo. Chi è d’accordo con queste ideologie spesso distorce fatti e disegna una verità convenzionale come un attacco imminente ai propri credi, costumi e modi di vivere. Il loro uso per facilitare le narrazioni, legittimare lo stato dei gruppi dominanti e accrescere la polarizzazione non sono cosa nuova, e sono spesso applicate per radicalizzare e indottrinare il pubblico a cui è diretto.

La Malesia è un paese multi etnico e multireligioso governato in modo predominante da una monarchia costituzionale federale in cui Sua Maestà il Re è il capo dello stato. Mentre i padri costituenti vedevano la Malesia come uno stato secolare, l’Islam è la religione ufficiale ed alcuni articoli indicano i privilegi speciali dei Malay e la maggioranza della base elettorale malay del paese vede il paese come uno stato islamico teocratico. In Malesia la concezione del mondo dei musulmani malay è formata da un vittimismo percepito che si associa ad un antisemitismo ideologico e al pregiudizio verso la minoranza cinese, in particolare la classe degli oligarchi e quella politica.

C’è la credenza persistente che i cinesi si rifiutano di assimilarsi o aderire al contratto sociale che riconosce il suprematismo politico malay, e loro sono etichettati in modo spregiativo come “gli ospiti non voluti”.

Questi pregiudizi creano i richiami ad un nemico immaginato che rappresenta il secolarismo, la globalizzazione e il cosiddetto nuovo ordine mondiale con l’imperialismo occidentale e l’egemonia giudaico cristiana per sovvertire i valori islamici malay. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, queste paranoie combinate sono diventate la forza motrice delle simpatie dei malay conservatori verso il Cremlino dal momento che vedono la Russia in antitesi agli USA.

Inoltre l’adozione crescente dell’India della ideologia Hindutva, che ha simpatie verso il maggioritarismo Indù e fa da discrimine verso la popolazione islamica del paese, ha anche alimentato una narrazione localizzata in Malesia della teoria della Grande Sostituzione.

Più di recente, la politica turbolenta indiana ha alimentato i sospetti già esistenti tra i conservatori malay di destra che credono che le comunità locali indiane, di discendenza Tamil, sono degli inferiori poco grati che un giorno potrebbero desiderare di cacciare i musulmani malay.

Questa animosità crebbe durante il massimo del panico per la lotta che il gruppo separatista delle Tigri della Liberazione Tamil, LTTE, conduceva contro il governo dello Sri Lanka, ed allora la minoranza indiana della Malesia esprimeva le proprie ansie legittime per le discriminazioni e gli attacchi contro i templi attraverso la defunta HINDRAF a metà degli anni 2000. I simpatizzanti locali delle Tigri Tamil furono denunciati perché minaccia alla sicurezza nazionale sebbene gli obiettivi del LTTE non includessero la Malesia tra i propri fini politici. Nonostante che le Tigri Tamil siano scomparse nel 2009, non si è fermata la crescente securizzazione della comunità Tamil malese, e sono continuate le accuse infondate che le Tigri Tamil provavano a rinnovarsi in Malesia.

Da decenni, i protagonisti politici malesi sfruttano questa mentalità di assediati per conquistare il voto della culla malay senza curarsi delle conseguenze potenziali di legittimare idee che promuovono idee perniciose e dannose per le minoranze.

Questo ha anche alimentato l’opposizione alla ratifica della convenzione ICERD ONU contro tutte le forme di discriminazione razziale nel 2018 che voleva migliorare la storia malese dei diritti umani.

Durante la fase che portò alla crisi politica del 2020 ICERD divenne un grande punto di contesa per incitare la base malay contro il governo del Pakatan Harapan. Di recente gli etnonazionalisti malay stanno reinventando la narrazione della formazione storica della Malesia affermando che non c’è mai stata l’antica influenza indiana nei primi regni malay, che la Malesia non ha un passato induista buddista e che la Malesia è sempre stata islamica.

Anwar Ibrahim, una perenne figura controversa

Le teorie cospirative su Anwar Ibrahim risalgono alla fine degli anni 90 per le sue relazioni strette e positive con l’occidente. Prima delle elezioni, i suoi rivali politici sfruttavano la paura della perdita dei privilegi dei Malay Musulmani creando la narrazione paranoica secondo cui ebrei e cristiani erano in collusione con Anwar e il sedicente liberal democratico PH per “colonizzare il paese”.

Durante la campagna elettorale una gran parte della campagna è stata rivolta a diffamare Anwar tra cui un disegno complicato di rapimenti di un membro di Hamas da parte di agenti del Mossad legati al partito di Anwar. Anwar Ibrahim, che fu vicepremier e ministro delle finanze negli anni 90, iniziò la sua carriera da fiero giovane leader islamico e poi aderì all’UMNO di Mahathir Mohamad.

Nei successivi tre decenni la politica malese sarebbe stata dominata dalla disputa tra Anwar e il suo già mentore Mahathir ancorata nelle differenti opinioni su grandi questioni politiche tra cui la crisi asiatica del 1998.

Con il passar del tempo Anwar è diventato una figura progressista che sostiene maggiori libertà civili e riforme sociali, mentre Mahathir è conosciuto per la sua posizioni autoritarie su questioni come censura e uso di leggi di carcere preventivo come ISA. Di conseguenza Mahathir dichiarò Anwar inadatto a governare e Anwar lanciò contro di lui grandi manifestazioni politiche negli anni 90. Ne seguì il carcere per Anwar su accuse di corruzione e sodomia viste per lo più come politiche.

Nel 2018 Mahathir e Anwar trovarono una riconciliazione per rovesciare la coalizione politica che prima servirono, e l’alleanza durò due anni con la caduta del governo di appena 22 mesi. Come prima ragione della crisi politica del 2020 si sono indicate le lotte intestine che portarono alla conseguente formazione del Perikatan Nasional e di due governi non eletti che spinsero il paese in maggiore incertezza politica.

La partecipazione alle elezioni per la prima volta dei diciottenni, Undi18, ha cambiato la demografia elettorale. Gli osservatori più esperti predissero che gli elettori più giovani avrebbero votato per il PH guidato da Anwar.

Click di rabbia, bombardamenti di odio e nuovo ordine mondiale

Invece le elezioni portarono al risultato senza precedenti del parlamento bloccato che indotto il Re a diventare arbitro politico. La cosa più sorprendente è stato che l’esito elettorale fu causato dal voto ai diciottenni che inaspettatamente diedero il loro voto al PN. Poi comparvero le accuse che giovani influencer di TikTok erano stati pagati per disseminare messaggi politici alla propria base per votare contro PH.

Mentre il Re si consultava con la Conferenza dei Regnanti per decidere sull’incarico del prossimo capo del governo, compariva su TikTok un’ondata di video motivati dall’odio con l’hashtag 13Mei che divenne virale tra i giovani con riferimenti provocatori ai tragici eventi dei disordini razziali Sino-Malay del 13 maggio 1969.

I disordini furono uno dei conflitti razziali più devastanti della storia malese in cui morirono centinaia di persone in uno scontro tra Malay e Cinesi, conseguenza della sconfitta elettorale dell’alleanza guidata dall’UMNO. La storia ufficiale dice che tale disordine può avvenire quando si sfida lo status quo e tutte le discussioni su questa tragedia sono soppresse con la forza.

I messaggi di questi video erano chiari: se Anwar diventa primo ministro, c’è una minaccia genuina di violenza razziale. Più importante ancora, l’etichetta “alleanza pagata” mostrava che erano video sponsorizzati, dimostrando senza ombra di dubbio l’intenzione di agitare tensioni e polarizzare la popolazione.

Nel giorno di investitura di Anwar a premier, ci fu un balzo di contenuti di odio sia da fonti malesi che straniere. A diffondere le teorie cospirative che dipingevano Anwar come agente della CIA o regime fantoccio di Israele sionista per portare avanti gli interessi imperiali e militari di USA e Israele contro la Cina, erano profili legati a gruppi a favore del Cremlino e di individui che sostengono i regimi autoritari e negano i genocidi, attraverso un’organizzazione NED, Fondazione Nazionale per la Democrazia.

La natura incessante delle campagne di cospirazione contro Anwar potrebbero essere paragonate alle operazioni del Cremlino del 2016 nelle elezioni USA che mirarono a Hillary Clinton per erodere la fiducia dei suoi elettori in lei.

Contemporaneamente il PAS ha continuato con le sue calunnie contro Anwar e il DAP, Democratic Action Party che è descritto in Malesia come partito politico socialdemocratico. Prima dell’indipendenza di Singapore dalla Malesia per le differenze ideologiche con il nazionalismo razziale UMNO, DAP faceva parte del PAP singaporeano.

Il capo del PAS Hadi Awang si è spinto a definirli parassiti islamofobi implicando che il DAP non doveva essere in un governo nuovo di unità perché la maggioranza dei suoi membri è cinese. Su questa ragione il PAS ha cominciato ad etichettare il DAP come comunisti e Anwar come agente sionista.

Rischi identificati e conclusioni fondamentali

Nelle elezioni generali agenti maliziosi opportunisti hanno usato i media sociali come strumento di disinformazione per fomentare la divisione, propagare disinformazione e teorie cospirative per ottimizzare le condizioni di grave polarizzazione che avrebbero potuto sfociare in violenza stocastica.

Sebbene il PH avesse promesso una politica estera di non allineati, è evidente che ci sono ansie sull’influenza potenziale di Anwar sull’approccio del paese al potere dolce.

Tentativi di interferenza straniera per influenzare la vita locale e screditare Anwar hanno dimostrato come siano stati investiti anche elementi esterni pur di impedire che il governo Anwar mini il loro potere.

L’uso dei giovani influencer dei media sociali per manipolare il voto dei diciottenni è una lezione importante per instillare l’educazione politica e digitale tra i giovani.

Piuttosto che semplificarli come la causa persa radicalizzata, è importante comprendere come il falso consenso digitale possa avere un impatto profondamente negativo sulle elezioni e che gli incentivi finanziari sono stati la motivazione fondamentale per disseminare i messaggi di odio.

Non erano nuove le questioni e le lamentele poste durante la campagna elettorale, ma questa volta la destra reazionaria si è ringalluzzita a causa di varie dinamiche interne ed esterne da identificare e riconoscere.

Mentre la Malesia si ritrova a gestire un’improvvisa crescita dell’estremismo di destra, il fenomeno non è nuovo ma solo incompreso. La diffusione delle dottrine di estrema destra e delle teorie cospirative si possono legare alla proliferazione dei media sociali e agli algoritmi che coltivano e perpetuano ideologie pericolose infliggendo danno online e mettendo in pericolo i processi democratici come le elezioni.

Allo stesso tempo si può attribuire l’estremismo al potere politico e ai capi che sfruttano i guai sociali per i propri interessi. I cattivi attori politici non solo migliorano nell’uso della tecnologia e dei media sociali nelle loro campagne ma riconoscono il potere della disinformazione e delle teorie cospirative per sfruttare i conflitti razziali esistenti e le politiche nazionali estreme, ottimizzando così le condizioni per la violenza potenziale con l’obiettivo di erodere la fiducia pubblica nel governo legittimo. L’avvento dell’economia dell’influencer sui media sociali facilita la malvagità politica. Il nuovo governo di unità deve fare dei passi per identificare correttamente il problema e questo richiede una risposta comprensiva.

Se il governo di Anwar è sincero nel voler unificare la nazione, deve produrre leggi per eliminare l’abuso politico e proibire tutte le forme di discriminazione, dato che l’attuale legge di uguaglianza nella costituzione federale è insufficiente nell’affrontare queste questioni.

Per affrontare l’impiego strategico delle teorie cospirative e la disinformazione, il nuovo governo deve riconoscere per prima cosa la futilità delle contronarrazioni. Invece di formare la propria legione di cybertrooper per combattere la disinformazione, il governo deve perseguire riforme elettorali dando alla Commissione Elettorale maggiore autonomia e agilità. La Commissione Elettorale deve poi considerare di proibire l’interferenza con campagne di influenza come cybertrooper e falso consenso digitale. In aggiunta il nuovo ministro della comunicazione deve lavorare a migliorare l’ambiente digitale locale accrescendo la competenza mediatica e l’accesso all’informazione affinché l’informazione accurata possa disseminarsi in un modo tempestivo per contrastare le campagne di disinformazione.

Il nuovo ministro dell’istruzione deve regolare la diffusione di scuole religiose private e valutare gli attuali curricoli scolastici a livello nazionale ricercando le idee indottrinanti che impediscono iniziative di costruzione della nazione.

Perché ciò abbia successo è fondamentale che il governo riconosca il bisogno di altri media indipendenti e di un giornalismo che sostenga le indagini alla ricerca di responsabilità senza la paura di vendette da attori politici locali ambiziosi.

Munira Mustaffa, GLOBAL NETWORK ON EXTREMISM & TECNOLOGY

Taggato su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *