Ai Confini del Regno nel Profondo Meridione Thailandese

Listen to this article

Ai Confini del Regno, il Profondo Meridione Thailandese, è il resoconto fotografico e letterario compiuto da due irlandesi che contiene 79 fotografie a colori di Richard Humphries e dieci pagine di testo scritto da Gerard Mc Dermott, ricercatore e scrittore irlandese.

Il viaggio in auto verso Pattani da Hat Yai è molto simile a qualunque altro viaggio nel meridione thailandese, una vista a perdita d’occhio di alberi di palma, piantagioni di caucciù, piccole cittadine costeggiate da file di bandiere gialle con un grande ritratto del  Re posto fuori del palazzo municipale.

sostegno delle riforme
AFP PHOTO / MADAREE TOHLALA

A rendere particolari i distretti di Thepha e Nong Chik dagli altri distretti costieri in Thailandia sono i posti di blocco militari che si incontrano nel tragitto e il gran numero di personale militare e paramilitare che si può vedere lungo i lati della strada, quando ci si avvicina alla città di Pattani. Il panorama costiero idilliaco, le persone affollate fuori dei negozietti del tè la mattina presto, la guida caotica della gente del posto e le anatre che se ne vanno in giro libere non riescono a distrarci dal fatto che questa regione di periferia è il palcoscenico di un brutale ciclo di violenze tra le forze dello stato e del parastato ed un movimento di insorgenza misterioso sin dal 2004.

Gli scopi del movimento, la struttura e la sua appartenenza sono rinchiuse nella segretezza. Sono molto poche le dichiarazioni pubbliche ed ognuna di queste dichiarazioni, fatte dai presunti rappresentanti del movimento, sono viste con scetticismo sia dalle autorità che dagli analisti.

Le tre province più meridionali della Thailandia Pattani, Yala e Narathiwat (il Profondo Meridione), insieme ad alcune parti della vicina Songkla, sono principalmente abitate da una popolazione musulmana che parla un dialetto malay, dove i thai buddisti e thai cinesi formano una piccola ma potente minoranza.La lingua parlata dai Malay musulmani nel Profondo Sud, chiamato Jawi dai locali, la religione praticata e la storia condivisa dalla gente sono del tutto simili ai malay che vivono dall’altra parte della frontiera nella provincia malese del Kelantan.

Sin dal gennaio 2004 almeno il 10% della popolazione thai buddista è scappata dal Profondo Sud insieme ad un imprecisato numero di musulmani. Quasi 5000 persone sono state uccise ed oltre 8000 ferite nel conflitto più recente della regione. L’assassinio di monaci buddisti disarmati e di docenti di scuola da parte degli insorti, le morti di oltre 70 persone a Tak  Bai durante il loro arresto temporaneo nel novembre 2004 e la distruzione della moschea di Krue Ze, la moschea più antica di Pattani, durante un assedio militare hanno generato una grande critica verso le forze di sicurezza thailandesi e verso lo stato thailandese ed in il governo dell’allora primo ministro Thaksin.

patani ai confini del regno thailandese

La violenza ha anche dato origine a un grande dibattito sui media e tra gli studiosi su chi siano i militanti e cosa vogliano raggiungere. Sono state proposte tante discussioni e tanti dubbi con   affermazioni talvolta ambigue di analisti stranieri e thailandesi. Dal 2008 c’è stato un grosso declino nel numero di attacchi nel profondo meridione; sin da allora i media internazionali hanno cercato di ignorare il conflitto, mentre filtrano poche notizie importanti ed è tanta l’incertezza che circonda gli attacchi.

Gli eventi a Bangkok, come se non bastasse, hanno oscurato ciò che accadeva nel Profondo Meridione.

Molte analisi del conflitto tendono ad essere troppo semplicistiche, stato cattivo contro una minoranza perseguitata, e altre sono state esagerate fin troppo, un’insorgenza come parte di una Jihad regionale. Quando si parla ai thai buddisti fuori del profondo sud, agli attivisti malay  musulmani in Pattani, ai malesi che vivono sull’altro lato della frontiera, gli abitanti del profondo meridione sono descritti come omogenei, una comunità uniforme di credenti devoti e nazionalisti Pattani appassionati.

Tuttavia per i nove mesi che ho vissuto a Pattani ho scoperto che il conflitto nel profondo sud, le sue cause e la società che è colpita sono molto più complesse da quanto presentato dagli esperti regionali. Se non altro, ho scoperto un luogo dove il mantenere una identità duale è più comune dell’adeguarsi ad una categoria semplice bianca o nera, ed un luogo dove le influenze differenti e gli elementi di differenti tradizioni sono state assorbiti in un unico e colorato modo.

Ho anche scoperto una frontiera incredibilmente violenta, piena di sfiducia, silenzio ed intrigo, dove i thai buddisti sono incerti del proprio futuro ed dove i malay musulmani provano ad essere pragmatici di fronte alle pressioni da parte di uno stato thailandese e di un misterioso movimento di insorti che colpisce coloro che considera “collaboratori”, chi lavora per lo stato thailandese.

Il Meridione Thailandese e la Malesia settentrionale hanno avuto le influenze più disparate, uniche forse in tutta la regione. Langkasuka era un antico regno di lingua malay dove si praticavano una miscela di riti buddisti, Braminici e Soara. Il regno era situato nella parte superiore della penisola malese e la parte inferiore dell’Istmo thailandese e copriva il Profondo Meridione, la parte settentrionale della Malesia e la costa thailandese delle Andamane.

Il regno è citato nelle scritture antiche buddiste sia cinesi che dello Sri Lanka, ed era segnato sulle mappe dei marinai arabi medioevali. Era un centro di commercio per l’oceano indiano e per il mare cinese meridionale e senza dubbio assorbì influenze dal Medio Oriente, dal subcontinente indiano e dalla Cina. Non si sanno le ragioni e la data della sua scomparsa e tuttavia non si trovano riferimento al regno dopo il 1300. L’Islam fu introdotto nell’area dai mercanti arabi attorno al 1100 diffondendosi lentamente attraverso l’arcipelago malese.

“Pattani”, come è descritto in malese lo storico regno, fu stabilita come una entità politica indipendente tra il 1200 e il 1350. Si sa poco dello stabilirsi e dei primi sviluppi di Patani e ci sono vari miti differenti sui suoi primi anni, trasmessi dagli abitanti del profondo sud, eppure si crede che sia stato sviluppato come una entità politica mahayana buddista.

Un gran numero di cinesi e di pirati cominciarono a giungere nell’area dal 1400 in poi stabilendo posti di commercio lungo la costa orientale della moderna Thailandia e penisola malese. Nello stesso periodo i siamesi cominciarono ad estendere il loro impero verso sud sui sultanati della penisola malay che restarono autonomi pagando tuttavia tributi al regno siamese e fornendo loro soldati per le loro guerre contro i birmani.

Sotto la sovranità thailandese, Patani divenne uno dei più grandi porti di commercio e un centro di studi islamico. Dopo il saccheggio di Melacca da parte dei portoghesi nel 1511, crebbe notevolmente il commercio col subcontinente islamico. I musulmani di tutta la regione visitavano spesso Patani prima di imbarcarsi per il viaggio santo e lì vi sistemarono moltissimi portoghesi e olandesi durante lo stesso periodo.

Il regno delle Quattro Regine è “l’età d’oro” di Pattani: un periodo di sviluppo, prosperità e prestigio per il piccolo sultanato della costa che vide però al contempo la crescita delle ostilità con i vicini sultanati malay. Questo periodo è ricordato con onore dai musulmani nazionalisti, ma nello sviluppo di Patani deve anche essere considerato il ruolo dei commercianti cinesi.

La crescente predominanza olandese nell’arcipelago malay, unitamente al del Siam che voleva rafforzare il proprio governo sui sultanati malay, portò al declino di Patani nella regione dal 1700 in poi. Il colpo finale al prestigio di Pattani giunse nel 1786 quando i thailandesi saccheggiarono la città. Poi nel 1809 Patani finì sotto la corte di Songkla, un vassallo del Siam.

Col trattato anglo siamese del 1909, l’area del sultanato di Patani fu divisa in due e permise al Siam di mantenere metà del sultanato, che fu poi suddiviso in Pattani, Yala e Narathiwat, mentre il resto divenne parte della Malesia britannica.

Dopo la caduta della monarchia assoluta nel 1932, iniziò l’assimilazione delle province a maggioranza malay musulmana, ma si intensificò sotto il governo militare ultra-nazionalista del maresciallo Phibun con la popolazione thai buddista che fu sistemata nelle tre province e la lingua thai  promossa vigorosamente, mentre furono scoraggiati sia la lingua malay che il modo di vestire dallo stato thailandese.

Per mantenere il controllo sulla popolazione malay musulmana, le élite locali furono rimpiazzate da thai buddisti provenienti da Bangkok e dal sud, un processo considerato come un colonialismo interno. Questo processo di assimilazione fu ricominciato dopo la fine della seconda guerra mondiale.

La resistenza a questo processo iniziò negli anni 30 intensificandosi durante l’era Phibun. Nel 1947 un nazionalista malay musulmano, Haji Sulong, dichiarò le sue “sette richieste” che sottolineavano un nuovo sistema di governo per il Profondo Sud, chiedendo autonomia per la regione ed una più grande partecipazione e rappresentatività della popolazione malay musulmana.

Le richieste di Sulong erano di natura moderate, anche se tuttora sono considerate separatiste e viste come una minaccia all’unità dello stato thailandese. Spesso visto come militante, Sulong era un pio musulmano che passò molta parte della sua vita a studiare ed insegnare a La Mecca. L’omicidio di Sulong e di suo fratello da parte delle autorità thailandesi nel gennaio 1948 portarono ad un vasto scontento, conosciuto per lo più come “la sollevazione di Dusun Nyor”, durante la quale moltissimi villaggi a Narathiwat lottarono contro le forze di sicurezza thailandesi. La vasta distruzione ed il grande tributo di morti ha trasformato quell’evento in un mito per i nazionalisti malay musulmani.

La sollevazione che seguì la morte di Sulong fu repressa violentemente dallo stato sebbene altra violenza sarebbe seguita nel 1957, ancora una volta repressa nel sangue dalle forze di sicurezza.
L’insorgenza guidata dal PULO, Patani United Liberation Organization, negli anni 1974-1998, giunse alla fine dopo l’infiltrazione delle forze di sicurezza thailandesi nell’organizzazione costringendo i militanti ad un punto morto dopo aver indebolito fortemente o isolato i vari gruppi di insorgenza. Fu anche un gruppo di proposte fatte dal ministro Chavalit Yongchaiyudh ad aiutare a vincere la fiducia dei militanti come delle elite malay musulmane, con  un’amnistia generale per i militanti, un’accresciuta assistenza economica al meridione e la creazione di un Centro amministrativo per le province di confine Meridionale (SBPAC), un nuovo corpo amministrativo.

Tutto questo pacchetto ha aiutato a mantenere la stabilità nella regione per quasi quindici anni. Con l’infiltrazione da parte delle forze di sicurezza thailandesi del PULO e di altri gruppi lo stato thailandese si è messo nella posizione di monitorare e controllare le attività dei separatisti noti, senza però eliminare una serie di attacchi incendiari e sparatorie nel profondo sud restate inspiegate tra il 1999 e il 2004, che al momento furono considerati atti di banditismo.

Alle prime ore del 4 gennaio 2004, un gruppo di uomini armati non identificato attaccò una posizione militare nel distretto di Cho Airong a Narathiwat, uccidendo i quattro militari e rubando centinaia di armi. All’attacco seguì l’omicidio di un monaco buddista di 64 anni alcuni giorni dopo. Questi due eventi furono considerati solo come “opera di banditi”, ma il numero crescente di attacchi agli inizi del 2004 con sparatorie volati, bombe messe lungo la strada, l’incendio di scuole e attacchi coordinati contro edifici governativi, stavano ad indicare che era in atto una più grande insorgenza che aveva preso di sorpresa totalmente lo stato thailandese. La risposta fu del tutto non professionale e controproducente con attacchi ai villaggi, violenze sui locali e una generale mancanza di conoscenza del profondo meridione, cose che portarono le forze di sicurezza ad alienarsi tanta parte della popolazione durante i primi anni del conflitto. La situazione fu peggiorata da una lotta di potere tra polizia ed esercito, dalla differente affiliazione tra le forze di sicurezza e un credo che la polizia locale fosse coinvolta nel racket dello smercio della droga lungo la frontiera.

I cambiamenti fatti da Thaksin sulla struttura del dopo 1988 senza dubbio aiutarono a destabilizzare la situazione. L’abolizione della SBPAC e della Taskforce Civile Militare 43 e l’aver posto la polizia in carico della sicurezza condussero ad una rivalità accresciuta tra i due corpi che culminò nell’assassinio di una ventina di informatori militari da parte della polizia sotto l’egida della guerra alla droga nel 2003. Questo legame tra i militari e gli insorti era stato essenziale a mantenere la comunicazione tra stato e separatisti ed anche a monitorare gli sviluppi nel movimento. La polizia al comando della sicurezza erano sostenitori di Thaksin di Bangkok poco familiari con la cultura locale.

La risposta del governo Thaksin alle violenze del 2004 esacerbarono ulteriormente la situazione, con una repressione dalla mano pesante che portò ad un aumento della violenza fino agli scontri più noti della Moschea Krue Se a Pattani e alla dimostrazione a Tak Bai. Gli insorti usarono la moschea come un rifugio dopo aver portato avanti attacchi multipli sulle istallazioni di polizia e dell’esercito il 28 aprile. Sia gli insorti che la gente del posto che stavano lì in preghiera morirono tutti dopo uno scontro a fuoco con l forze di sicurezza. La stessa moschea, un simbolo dell’era d’oro di Pattani, fu fortemente danneggiata da un colpo di carrarmato durante l’assedio. La risposta della polizia alla dimostrazione a Tak Bai, dove oltre 70 persone disarmate morirono di asfissia durante il loro trasporto alla base militare per gli interrogatori, minarono fortemente la fiducia nel governo.

Nel luglio 2005, il governo Thaksin introdusse i poteri dell’emergenza per affrontare la crisi, dando alla polizia e ai militari vasti poteri, come l’arresto e la detenzione dei sospetti insorgenti, cosa che portò a sentimenti crescenti di essere vittime tra i musulmani malay. Il governo istituì le unità di difesa del villaggio, forze paramilitari, che furono fortemente rafforzate dopo il 2007. La violenza continuò forte per il 2005 e 2006 con la maggioranza delle vittime di origine malay musulmana. Tuttavia la maggioranza dei rapporti erano quelli di decapitazione dei soldati e di monaci buddisti, dei maestri di scuola e ragazzi dei templi da parte degli insorti.

Il governo Thaksin tentò di implementare un processo di pace nel 2005. La Commissione di riconciliazione nazionale (NRC) condusse discussioni con i capi ribelli in esilio usando il già premier malese Mahatir come mediatore. I colloqui furono inefficaci poiché i vecchi capi sembravano non aver contatti con i combattenti sul campo e molto poco era stato offerto dal governo thailandese. L’accusa di Thaksin che il governo malese sostenesse gli insorti, senza peraltro nessuna base concreta a sostegno, servì inoltre a minare i lavori della commissione che, secondo il senatore Anusart Suwanmongkol, era visto come irrilevante dalla maggioranza dei thai buddisti e dei musulmani malay.
Un golpe cacciò via Thaksin nel settembre 2006 ed il suo capo generale Sonthi sostenne la campagna di “cuori e menti” verso il profondo meridione annunciando il ripristino della SBPAC e del CPM43. Dopo il golpe le truppe furono portate a 60 mila ed erano sostenute dai ranger di frontiera di nuovo reclutamento che provarono la propria impopolarità tra i locali malay musulmani. Nonostante il tentativo di un approccio più conciliatorio, ci fu un forte incremento di violenze con oltre un migliaio di morti tra settembre 2006 e luglio 2007. Le scuse per quanto accaduto a Tak Bai giunsero nel 2007 senza però che alcun soldato coinvolto fosse stato posto sotto accusa.

Prima della creazione delle unità di difesa del villaggio del 2007, un rappresentante di HRW affermò che la strategia degli insorti era “non solo di svuotare i villaggi di buddisti, ma l’intero distretto”. Oltre il 10% dei buddisti thailandesi e cinesi thailandesi se ne andò, talvolta abbandonando, le proprie case tra il 2004 e il 2007 benché molti siano ritornati nel 2008. L’incremento delle truppe e l’espansione del settore paramilitare comportò  un incremento della militarizzazione del meridione sebbene in un declino generale delle violenze. In totale ci furono 410 attacchi con bombe nel 2007, l’anno più sanguinoso del conflitto. A paragone, nel 2008 ci furono 174 attacchi con bombe. Continuarono gli omicidi di Malay musulmani che lavorano per lo stato, senza badare al tipo di lavoro, da parte degli insorti. Furono molti politici di basso livello ed amministratori a trovarsi nel fuoco incrociato: accusati dal governo di non cooperare con le forze di sicurezza ed essere dichiarati collaboratori dagli insorti e loro simpatizzanti.

Anche l’elite politica malay musulmana è stata colpita dal conflitto. Una sua parte, con lo scoppio delle violenze nel 2004, alleata del partito di Thaksin, sostenne immediatamente il governo thailandese e fu così percepita da molti malay musulmani come completamente lontani da quello che succedeva sul terreno. Dagli anni 80 in poi lo stato aveva provato ad integrare la regione in una struttura politica nazionale integrando l’elite politica locale nel potere politico di Bangkok.

Secondo Mac Cargo, dal periodo del cessate il fuoco del 1988 fino al riemergere dell’insorgenza nel 2004, si era sviluppata una distanza tra l’elite politica malay musulmana e la gente comune delle tre province. La posizione assunta dai rappresentanti eletti, allo scoppio delle violenze nel 2004, indicò a chi erano davvero fedeli e quanto fossero lontani dalla gente che invece rappresentavano. Sembra che Bangkok avesse addomesticato molto bene l’elite Malay Musulmana danneggiando entrambi. L’elite politica locale fu vista come rappresentanti locali di Bangkok e rigettati dalla popolazione delle tre province. I politici importanti del Profondo Sud come Den Tohmeena e Wan Nor persero entrambi i loro seggi nelle elezioni del 2005 mentre le accuse di separatismo contro Waemahadi Wae-dao di Narathiwat lo aiutarono a conquistare un seggio durante lo stesso periodo.

E’ vero che lo scoppio delle violenze accadde nello stesso periodo dell’abolizione della SPBAC e il cambio di comando nel profondo sud, ma considerarlo, come molti analisti hanno fatto, la causa prima della violenza sarebbe sovrastimare uno dei tanti fattori. Credo che fossero già attive le linee di faglia necessarie politiche, sociali, economiche e politiche e che i cambiamenti fatti all’apparato politico economico delicato per il profondo sud, durante l’era Thaksin, furono fattori catalizzatori per il lancio di una nuova insorgenza che potrebbe godere di qualche popolarità. Il fatto che giovani appassionati o delusi si uniscano all’insorgenza non può essere solo il risultato di fattori sociali o economici. La storia prima citata, di una narrativa nazionalistica  di Patani, mantenuta e promossa dai militanti, e talvolta dagli educatori, è un altro fattore che di solito è considerato poco quando si cerca di capire le cause delle continuate violenze nel profondo meridione.

Varie teorie furono proposte all’inizio del conflitto sulle motivazioni degli insorti, sulla loro struttura organizzativa e sulla eventuale connessione a gruppi di militanti dei conflitti precedenti. Non ci sono prove sostanziali che attestino che ci sia stato una nascita spontanea di cellule di insorgenza, né che i vecchi militanti siano alla guida del nuovo movimento con nuove strutture. La possibilità che la nuova generazione di insorti non sia affatto correlata alla vecchie generazioni, o che differenti gruppi possano comportarsi più in modo competitivo che cooperativo l’un con l’altro è stato spesso evitato. Generalmente si crede che ci sia BRN-C dietro la maggioranza degli attacchi, ma anche altri piccoli gruppi come PULO, BNPP e forse GMIP sono anche coinvolti. Secondo Sasha Helbarth il PULO ha da 30 a 60 militanti che combattono, mentre GMIP si stima abbia attorno a 40 persone, molti dei quali coinvolti nel commercio locale della droga. Un’altra organizzazione, Bersatu, afferma di rappresentare tutti i gruppi precedentemente detti, ma tali affermazioni sono ancora discusse.

Le conclusioni a cui due studiosi, McCargo ed Helbarth, giungono dopo delle ricerche sul campo portate avanti nel 2006/07 e 2009/2010 sono illuminanti, scostanti e talvolta bizzarre. Sasha Helbarth che ha vissuto del tempo con i militari thailandesi e con BRN-C ha concluso che BRN-C ha una rete di comando e controllo verticale centralizzata, sebbene i suoi soldati siano organizzati  in cellule per mantenere la segretezza. Gli informatori hanno anche affermato che BRN-C non ha legami sostanziali con i vecchi gruppi di insorgenza. Helbarth osservava che l’addestramento e l’indottrinamento erano fortemente accentuati per dare motivazioni alle reclute, e che gli insorti vengono da differenti strati sociali e tendono ad aderire a differenti ideologie: nazionalisti, islamici, altri opportunisti. Osservava anche quanto si sentissero più forti le nuove reclute per il fatto di fare parte di un movimento, tanto da dire che avrebbero alla fine vinto contro l’esercito thailandese che percepivano come corrotto, pigro e privo di etica e che la diffusione di notizie false e cattive informazioni erano tattiche usate deliberatamente per confondere le autorità e motivare i musulmani malay. Helbarth dava anche degli esempi in cui le reclute del BRN-C, uomini e donne, tendevano ad avvicinarsi alle famiglie delle vittime offrendo loro “la possibilità di una vendetta”.

Duncam MC Cargo notava, in una sua intervista con giovani che parteciparono agli attacchi nel 2004, che molti continuavano ad avere pratiche superstiziose come il versare la sabbia magica sulla strada nel tentativo di danneggiare le ruote dei veicoli militari, o bevendo acqua santa e cantando frasi in arabo per rendersi immortali nel prepararsi ad un attacco. Sebbene questo sembri assurdo a molti, l’autore suggerisce che il credo nella magia sua diffuso nel mondo malay.

Il legame tra i militanti e il sistema educativo islamico nel profondo sud è forse l’istanza più delicata in relazione all’attuale violenza; è un argomento su cui si è ricercato poco ed è molto sensibile, citato di passaggio dagli analisti. Esistono tuttavia numerosi legami tra certe scuole islamiche, scuole per bambini ed insorti come pure alcune interpretazioni della storia di Patani. E’ più preoccupante che alcuni insegnanti islamici siano stati direttamente coinvolti in attività degli insorti. Tre Istadz o docenti islamici sono furono coinvolti negli attacchi coordinati del 28 aprile 2004. Due di loro Zakariya Yuso e Smaae lateh, furono uccisi dentro la moschea Krue Ze, mentre un enigmatico Ustadz Soh al comando dell’attacco scomparve.

Alcuni capi nazionalisti sono stati anche coinvolti nel sistema educativo islamico ad un livello più alto come  Haji Abdul Karim bin Hasan che ha lavorato come preside a Pondok nel distretto Ruso, mentre Haji Sulong aveva e dirigeva una scuola a Yala. Nella sua tesi di dottorato, Sasha Helbarth includeva fotografie di disegni di studeti Tadika che illustravano uomini che sparavano alle auto ed agli elicotteri con mitra e missili. Mark Askew notava che documenti legati al Dewan Pembasan Patani, Patani Liberation Council, fossero stati sequestrati dai militari durante le incursioni su una casa di Ustadz nella rurale Naratiwat nel 2005.

Un altro argomento da chiarire è il numero di combattenti nell’insorgenza con le stime che sono cambiate nel corso degli anni. A metà del 2008 una fonte militare di alto livello affermava che restavano circa 300 combattenti attivi ed altri 3000 inattivi ma addestrati, con 30 mila sostenitori ed una quarantina di capi, anche se sono stati date cifre ben maggiori sia dagli analisti che dallo stato thailandese. Il 25% della parte settentrionale di Yala è la zona più colpita dalla violenza, con la notevole eccezione di Bedong, un distretto montagnoso e ricco ai confini della Malesia che dal 2004 non ha vissuto alcuna violenza.

Bedong si è sviluppata grazie al commercio transfrontaliero con la Malesia ed è un centro noto per la prostituzione e per il contrabbando di sigarette. Secondo la figlia di un proprietario di Bedong, i vecchi cittadini thai di origine cinese pagano gli insorti perché non portino attacchi nel distretto, teorie che nel profondo meridione sono per altro diffuse, dal momento che tanta violenza non spiegata crea spazi per teorie cospirative e speculazioni.

In varie occasioni, i malay musulmani spiegavano che i militari thailandesi fomentano, se non l’hanno creato del tutto, il conflitto per ricevere più finanziamenti e creare più opportunità agli ufficiali per avanzare nelle loro carriere. Quando facevo domande su singoli incidenti subito dopo il loro accadimento, molti malay musulmani mi dicevano che l’esercito era stato responsabile. Un simile ragionamento si può spiegare con una certa visione che alcuni, nel profondo meridione, hanno della propria comunità: secondo loro, nessuno della propria comunità potrebbe essere capace di un simile atto malvagio e che deve essere stato fatto da un esterno o da forze sterne. Tali teorie contengono un elemento di verità. Dal 2004 le forze di sicurezza hanno causato numerosi omicidi extra giudiziali in cui molti corpi non sono stati mai trovati.

Un ufficiale militare di spionaggio giustificava la politica dicendo “i tribunali non funzionano .. Non ci sono prove, testimoni… conosciamo chi sono queste persone e dove sono, ma la gente del posto non collaborerà.”

La stessa fonte mi spiegava come talvolta membri delle forze di sicurezza si sistemavano con abbigliamenti malay durante operazioni segrete, affermando che certe procedure si giustificavano col comportamento degli insorti che spesso si travestivano da forze dell’ordine o da donne pie musulmane quando conducevano gli attacchi sulle stra de alla luce del giorno. Un politologo di Pattani mi diceva che molti volantini dei presunti insorti erano stati creati, invece, ad arte dalle forze di sicurezza per incitare i thailandesi buddisti a prendere le armi ed ad unirsi alle unità di difesa dei villaggi.

Sia musulmani malay che thai-buddisti si sono aggregati alle unità di difesa del villaggio sponsorizzati dallo stato sin dalla loro creazione nel 2004, programma poi fortemente espanso nel 2007 2008 che ha portato ad un complessivo decremento della violenza. Il grande numero di locali unitisi alle forze paramilitari illustra la mentalità da assediato della popolazione thai buddista ed il clima di paura esistente nelle aree di campagna. E’ comune sentire riferimenti alle forze insorgenti da parte di unità di autodifesa come a dei “fantasmi”, a causa della natura temporanea dei loro attacchi. Ovviamente il diffuso armamento di abitanti dei villaggi in un ambiente di per sé già violento ha creato un ambiente attivatore per individui o alcuni gruppi di interesse per sistemare vecchie diatribe e vecchi problemi sotto la scusa della difesa del proprio villaggio o del sostegno allo stato thailandese nella sua lotta al separatismo.

Sono quasi centomila i civili coinvolti nelle forze paramilitari dal 2004, delle quali il più importante è Chor Ror Bor che è dotato di armi e addestrato sommariamente dalle forze di sicurezza, ed autorizzato a comprare anche altre armi più avanzate. Un gruppo di volontari più formali Or Sor, risalente all’insorgenza anticomunista degli anni 70, è più piccolo e tende ad essere il bersaglio degli insorti più spesso di altri gruppi. Il gruppo più controverso è certamente Or Ror Bor, un gruppo paramilitare strettamente thailandese buddista, con 25 mila membri sostenuti direttamente dal ministero della difesa, finanziato dalla monarchia e meglio addestrati ed organizzati del Chor Ror Bor. Un simile patronato reale è stato fondamentale per l’organizzazione quando, per esempio, non si è parlato nei media del paese dell’assassinio di dieci musulmani disarmati nella moschea di AlFurqon a Naratiwhat nel 2009 da parte di alcuni membri della Or Ror Bor, nessuno dei quali inquisito o arrestato.

Un informatore di Pattani spiegava che l’Or Bor Ror reclutava abitanti dei villaggi thai buddisti per la preoccupazione di alcune autorità di una emigrazione di massa della popolazione buddista nei primi anni del conflitto. Un gruppo clandestino thailandese Ruam Thai era stato coinvolto nell’assassinio di numerosi sospettati e di abitanti malay musulmani dei villaggi come vendetta per gli attacchi contro i buddisti. A guidare questa organizzazione, che contava su  6000 membri 200 dei quali musulmani, c’era un colonnello di polizia che è stato poi trasferito in un’altra zona del meridione.

Gli omicidi dei monaci, dei ragazzi del tempio e gli attacchi ai wat sono sempre andati avanti dal 2004 e la polizia e l’esercito sono sempre stati lì presenti o nelle vicinanze dei Wat con la scusa che mancavano luoghi per sistemare i soldati. Gli abitanti dei villaggi che fuggivano dal conflitto spesso trovavano rifugio al loro tempio locale agli inizi del conflitto. Prima dello scoppio del conflitto malay musulmani si recavano al wat buddista per comprare medicine, per vedere gli spettacoli di arte marziale, per celebrare il compleanno della Regina.

Questa associazione tra forze armate e Wat ha comunque cambiato la percezione dei malay musulmani dell’ordine religioso thailandese fino a rendere negli ultimi tempi completamente insolite le visite ai templi dei malay musulmani. Comunque preoccupa la pratica di soldati che si fanno monaci o di monaci che si armano per difendersi. Ufficialmente i monaci buddisti non possono portare armi anche se ultimamente sono fortemente cresciute le cerimonie di ordinazione tenute nei giorni di festa nazionale come il giorno del compleanno della Regina. Si deve anche tener conto del fervore nazionalista che ha percorso la Thailandia negli ultimi anni, per la crisi della successione reale e per la sfida sostanziale posta dal movimento delle magliette rosse.

La militarizzazione del tempio buddista è un fatto contenzioso. Come testimoniato da Mac Cargo molti monaci non sono contenti di vedere il tempio usato come un accampamento militare e che hanno detto di non essere in buoni rapporti con i soldati.

Come già detto il conflitto non è stato seguito attentamente dai grandi media, ma Mark Askew apertamente dice che “questo conflitto ha attratto la sua bella dose di giornalismo d’assalto e superficiale da parte di esperti dell’ultima ora, difensori di diritti particolari, ricercatori vari e tutti i tipi di persone. Molti sono stati intrappolati da personaggi locali con la loro agenda”. In ogni conflitto ci sono narrative differenti o un conflitto su quale narrazione predomina. I media e gli accademici spesso diventano strumenti in una guerra di propaganda tra le parti in cui tutti cercano di determinare il significato di un conflitto, o quale parte è l’aggressore.

Nel giugno del 2011 un giovane musulmano malay diede una presentazione alla PSU di Pattani dal titolo “Singapore”. Parlò del suo rispetto per la cultura dell’innovazione a Singapore e dell’impatto ce ebbe su di lui una visita alla città. La cosa più impressionante nella sua presentazione è la sua immagine di sottofondo in cui c’era lui con alcuni amici nell’uniforme paramilitare ad un mercato a Pattani. Dopo la presentazione, gli chiesi del suo coinvolgimento nel Chor Ror Bor. Mi spiegò che “talvolta può essere molto pericoloso, ci sono tanti tipi strani in giro… la gente viene sparata senza alcun motivo… voglio assicurarmi che la mia famiglia sia sicura, talvolta gli insorti sparano alla persona sbagliata.” I media principali in Thailandia, i portavoce malay musulmani e la maggioranza degli analisti esteri tendono ad ignorare la sconveniente verità che i giovani musulmani si uniscono ai gruppi militari in quantità ben superiore a quelli che si uniscono all’insorgenza, tanto che la maggioranza dei gruppi Chor Ror Bor o Or Sor è costituta da giovani musulmani.

Come si spiega questo elevato livello di collaborazione con lo stato thai? In una inchiesta del 2010, Robert Albritton scoprì che 84,4 % degli intervistati, identificati  come Malay, e il 94% di quelli identificati  come musulmani indicavano che erano contenti di essere cittadini thailandesi ed oltre i due terzi dicevano che al momento avrebbero lottato per la Thailandia in una guerra con uno stato vicino. Tenendo conto delle possibili paure di esprimere la propria opinione, le cifre sono comunque incredibili. Le conclusioni di Albritton erano che “l’analisi dei dati da chi aveva risposto nella Thailandia meridionale presenta uno stato differente da tanta saggezza ufficiale sui sentimenti e la società nella regione”.

In una indagine di Deep South Watch del 2009, la violenza legata all’insorgenza era stata votata come la terza preoccupazione maggiore per i residenti della regione dopo la disoccupazione e l’uso di droga. Il 23,6% degli intervistati considerava la discriminazione e il trattamento ineguali la causa principale dell’attuale conflitto, mentre il 23% accusava i gruppi degli insorti. Cosa interessante è che 8% degli intervistati citava “la mancanza di istruzione tra i giovani e la sovrappopolazione delle grandi famiglie musulmane” come causa delle violenze.

Il problema della identità Malay musulmana è stato sempre oggetto di discussioni dallo scoppio delle violenze del 2004. Nella sua tesi di dottorato del 2011 Anusorn Unno descrive le complicate fedeltà che si sovrappongono tenute da molti musulmani malay nel profondo sud, e come queste fedeltà si sono rafforzate dallo scoppio delle violenze. Unno descrive il rafforzamento dell’ideologia dello stato thailandese da parte di varie agenzie dello stato come un modo per attirare la fedeltà da parte dei locali in risposta alle pressioni che derivavano dall’insorgenza. Il ruolo della Monarchia Thailandese non deve essere sottostimato, dal momento che potrebbe essere la sola istituzione verso cui i malay musulmani hanno pochissimo risentimento.

L’idea del Re al di sopra ella politica, i lavori caritatevoli del re, la sua critica dei corpi dello stato, tra i quali la polizia, ed il processo condizionante che i bambini thailandesi sperimentano attraverso i media e il sistema educativo tutto aiuta a mantenere l’immagine della monarchia come virtuosa, giusta e benevola. Si può discutere se il conflitto abbia aperto nuove opportunità alla monarchia per esprimersi alla maggioranza malay musulmana. Per tutto il profondo meridione si vedono ritratti del re appesi sul muro in tutti i ristoranti, uffici o negozi, spesso a fianco di una immagine de La Mecca o di un brano del Corano.

Unno descrive i vari modi in cui i musulmani malay in un villaggio di Naratiwhat si relazionano allo stato thailandese senza compromettere i propri credi o la propria identità, e come la gente locale usa la propria fedeltà al re come un mezzo per trattare con gli agenti dello stato thailandese.

“Come patrone di tutte le religioni e regnante che regna imparziale sui suoi sudditi, il re fornisce una possibilità per i residenti di rendere omaggio a differenti forme di sovranità.”

In altre parole pagare il tributo alla monarchia dà ai locali l’opportunità di sentirsi parte dello stato thai senza rendere omaggio agli ufficiali del posto che forse sono visti come oppressori. Si dovrebbe prendere in considerazione l’idea di cosa sarebbe questo conflitto se la Thailandia non fosse retta da una monarchia.

Un’altra istanza sull’identità è l’uso nei media del termine Thai musulmani per descrivere i musulmani di lingua malay del profondo sud. Il termine ‘Thai musulmani‘ indica una negazione della differenza o dell’altro ed è di rado usato dai malay musulmani del profondo meridione come termine identificativo di sé. Tuttavia più del 20% dei musulmani viventi in Thailandia (nel meridione thailandese) parla il thailandese come la loro prima lingua identificandosi quindi come thai musulmani. Patrick Jory attira l’attenzione al fatto che i cosiddetti musulmani che parlano thailandese fuori della zona del conflitto non hanno mostrato molta solidarietà con i loro correligionari da quando il conflitto è iniziato, e tendono ad avere poco interesse per gli eventi attuali nel profondo meridione.

Si crede comunemente tra i thai buddisti e gli analisti esteri che i musulmani malay del profondo sud sentano una certa affinità con la Malesia o i malay della Malesia, assunzione che si basa sul fatto che tanti malay musulmani del profondo meridione lavorano in Malesia, parlano un dialetto simile. Durante una sua ricerca a Sungai Kolok, l’antropologo Michiko Tsuneda osservava l’antipatia di tanti malay musulmani delle tre province verso la Malesia e viceversa, concludendo, dopo tante interviste con locali di Narathiwat viventi a Bangkok, Kuala Lumpur e Kelantan, che la maggior parte degli uomini che sceglievano di abbandonare il profondo sud preferivano vivere a bangkok piuttosto che Kuala Lumpur.

L’antropologo inoltre descriveva l’arroganza e la discriminazione di molti Malesi verso i musulmani malay dal meridione thailandese che lavoravano in Malesia. Benché molti locali riconoscano la propria storia condivisa e spesso abbiano famiglie su entrambi i lati della frontiera, Tsuneda descrive il confine psicologico che esiste tra gli abitanti di confine di entrambi gli stati. Il confine tra Thailandia e Malesia è segnato non solo dallo stato ma anche dalle immaginazioni, dai desideri e dalle negazioni di cosa sta oltre il confine che si è sviluppato, negli anni, tra i residenti nelle comunità lungo le frontiere.”

Il Profondo Sud thailandese ha una lunga storia di contatti con altre culture e centri di potere.

Nello scorso secolo sono stati imposti vari aspetti della cultura thai sui suoi abitanti, e più di recente, internet ha fornito un accesso maggiore alla cultura coreana, giapponese ed occidentale come anche agli aspetti riformisti del medio oriente. Come altri gruppi coloniali o postcoloniali, i malay musulmani mantengono un tipo di identità duale, di essere sia thai che malay musulmani. Christoopher Joll pensa che i malay musulmani si siano adattati a differenti usi thailandesi, malay o islamici che non sono inusuali. Mantenere una identità duale non è vista come contraddittoria o problematica per la maggioranza dei locali intervistati ed osservati nei nove mesi della mia permanenza a Pattani. Senza dubbio alcuni vivono una certa crisi di identità, di non sentirsi pienamente thailandesi o malay, come i loro pari in Malesia, un senso di incompletezza o di paradiso perduto. E tali sentimenti si acutizzano con la potente narrazione storica etnico nazionalista che gioca sui passati momenti di gloria e su certi eventi umilianti del passato per mobilitare e motivare i disillusi o la gioventù priva di direzione affinché prendano le armi e si oppongano allo stato e creare una nuova Patani.

La frequentazione con giovani di Pattani mi ha dato la possibilità di conoscere la vita quotidiana nei villaggi e nelle cittadine del profondo meridione. Gli studenti mi parlavano con orgoglio dei luoghi da dove provenivano, della loro gente che conoscevano e rispettavano. Ed anche di storie di liti familiari tra vicini e famiglie, di giovani disoccupati e della vasta disoccupazione e della mancanza di opportunità del cronico problema della droga, della corruzione e del favoritismo e di una elite burocratica e politica troppo lontana dalla vita quotidiana della gente per capirne i problemi. Complessivamente c’era la sensazione di essere completamente negati dallo stato e di non essere coinvolti nelle cose che riguardava la popolazione locale, ma nient’affatto una profonda o diffusa ostilità verso lo stato. La polizia mi ha detto dell’uso diffuso della droga e che una varietà locale di droga fatta in casa, un’anfetamina conosciuta come see koon roi era la causa maggiore dei guai e dei crimini nella regione. Ma ognuno a cui ho parlato, sia che fossero malay musulmani o forze di sicurezza, aveva un’attitudine stoica verso la propria vita e verso le sfide che vedeva la regione. I soldati a cui ho parlato erano aperti, e talvolta agognavano una fine pacifica del conflitto, come fossero musulmani, molti dei quali confusi dalle motivazioni degli insorti.

Som, con sua moglie e sua figlia, gestisce un caffè nella città di Pattani. E’ ospitale e ha adornato le mura del suo cafè con i giocattoli raccolti quando era piccolo. Benché sia un buddista, la maggioranza dei suoi clienti sono malay musulmani con cui intrattiene una buona relazione. Som possiede due armi, una nel suo caffè ed una nella sua auto. Ha anche una raccolta di riviste sulle armi al fianco del suo registratore di cassa. Mi dice che non è saggio non essere armati a Pattani, poiché c’ tanta gente male intenzionata in giro. Fui all’inizio sorpreso dalla sua idea di essere armati piuttosto che disarmati.

Ma dopo qualche mese di vita a Pattani capii che era la norma. Un’altra sera, dopo una cena con alcuni thai buddisti di Pattani, un altro gestore di attività, mi mostra il suo piccolo mitragliatore di assalto che ha nella camera da letto. Dopo aver caricato il suo mitragliatore, mi spiegò di non aver fiducia nei musulmani locali che chiamava con un termine razzista Khek, e li descriveva come delle capre, pae. Qualche settimana prima un gestore di ristorante mi aveva mostrato le ferite subite da qualcuno su motocicletta nel 2008. Starno a dirsi, ma mi diceva di non sapere chi lo avesse colpito o le ragioni per cui lo aveva fatto, optando per uno scambio di identità. La cosa straordinaria è che tutti questi e tre gestori di locali vivevano a cinque minuti dal luogo dove abitavo, nella parte più sicura di Pattani.
Crimini violenti e corruzione diffusa erano endemiche alla regione molto prima dello scoppio dell’insorgenza nel 2004. Alexander Horstmann, nel 2003, scriveva di varie attività che costituiva il nero dell’economia del profondo sud e che questo sistema fosse tenuto in piedi da ufficiali dello stato.

“Le transazioni illegali alla frontiera includono tagli illegali di legname, a Yala in particolare, commercio di metanfetamine, traffico di persone e contrabbando di piccole armi, di alimenti, di petrolio e prodotti di consumo. L’economia di frontiera è sostenuta da una colazione di ufficiali corrotti, la mafia locale, i militari, la polizia di frontiera e la polizia. E’ una economia da vari milioni didollari che dà una buona rendita agli ufficiali corrotti. L’aspetto più strano è la mancanza di discrezione da parte delle persone coinvolte. Basta guardare alla benzina così facilmente ottenibile per strada a Pattani. A Yala o nelle piccole cittadine. E’ una credenza forte nella popolazione locale che dietro questo commercio e la vendita di cd pirata ci siano alti ufficiali di polizia.”

Ci sono sospetti di legami tra insorgenti e spacciatori visto che sono state trovate anche droghe durante il sequestro di armi, ma quanto poi si mescolino non è chiaro. Le frontiere porose sono state di beneficio agli insorti, ai criminali e agli spacciatori thailandesi e malesi. Il movimento di massa di persone tra il profondo meridione e il Kelantan è impossibile da monitorare a causa del tasso di commercio in atto e a causa del fatto che almeno 300 mila persone lavorano in Malesia sia stagionalmente che su base stabile.

Secondo Mark Askew il termine insorgenza è inadeguato a descrivere la violenza nel profondo meridione:

“Il termine insorgenza è inadeguato a definire la totalità della violenza. Qualcosa di più di un’insorgenza va avanti in una miscela di crimini violenti. Ci sono sovrapposizione confuse tra insorti, gruppi politici locali in competizione e criminali. Oltre all’agglomerazione della violenza criminale, c’è anche un tipo generico di violenza rappresentata da vari omicidi tra i politici locali musulmani che riflette la violenza cronica prevalente nella società thailandese in generale.”

Askew sostiene che le bombe del 2008 all’Hotel CS a Pattani sia stato portato avanti da un conflitto tra politici locali.

“La prova poi scoperta dalla polizia confermò che le bombe furono messe da manifatture di insorgenti, ma l’informazione sui veicoli usati nell’attacco (ed un simultaneo attacco fallito a Yala) puntavano ad un coinvolgimento di un famoso politico locale musulmano sospettato di cercare vendetta contro il padrone dell’hotel (senatore democratico) che aveva sostenuto il suo rivale politico nelle elezioni provinciali.”

Duncan McCargo nota che due politici locali noti di Narathiwat furono uccisi nel 2005 e nel 2006, mentre il senatore  Fakhruddin Boto anche di Narathiwat fu colpito e ferito durante lo stesso anno. Tutti gli attacchi avvennero nel periodo elettorale ma permane l’idea che fossero attacchi legati all’insorgenza. In una conferenza stampa del 2011, il generale Udomchai Thammasarojrat affermava che forse solo il 20 % della violenza del profondo sud era legata all’insorgenza e che era confinata in zone particolari delle tre province.

Un numero inusualmente alto di omicidi è stato eseguito nelle piantagioni del profondo meridione e vengono considerati come legati all’insorgenza. I soldati a cui ho parlato credevano che in molti approfittavano della condizione di violenza per sistemare vecchie dispute e eliminare la concorrenza sulla proprietà della terra.

Come ha detto uno di loro “Un giorno questo sarà finito.. ora quindi è il momento buono per comprare la terra ed investire specialmente quando la gente lascia le proprie case per paura e la proprietà costa poco.”

Un capitano parlava della cattiva qualità dell terra nel profondo meridione e della presenza di dispute antiche tra vicini per la proprietà. Gli attacchi con bombe a Sungai Kolok nel settembre 2011 furono collegate all’insorgenza, ma le indagini ulteriori della polizia portarono la polizia a credere che gli attacchi erano portati avanti dai trafficanti in vendetta per il sequestro di grandi quantità di droga di qualche settimana prima.

La prevalenza del crimine diffuso nel profondo meridione non è un risultato della violenza politica attuale, né tutta la violenza è legata alla politica. Si potrebbe affermare che si è formato un ambiente che tollera, che dà la possibilità ad individui opportunisti che si sentono liberi di ottenere i loro fini mediante metodi violenti, che siano trafficanti, politici in rissa o in lotte locali. La politica del silenzio applicata dagli insorti ha creato un ambiente dove gli atti violenti si sono persi da qualche parte nella narrativa del conflitto.

Per tutto il 2010 e 2011 negoziati segreti tra il governo e gli insorti erano mediati da una agenzia svizzera. Il governo era rappresentato da Chetta Thanajaro, mentre i differenti gruppi di insorti erano rappresentati da Kasturi Mahkota, un militante della passata insorgenza e presidente del PULO che viveva in Svezia da vari anni. Nel 2010 Kasturi annunciava che il PULO agiva come braccio politico del BRN-C e che questo accordo si chiamava Pattani Malay Liberation Movement, affermando i controllare il 70% dei combattenti sul terreno.

I colloqui furono visti come pieni di speranza da parte militare e degli analisti locali, ma Kasturi non poté offrire molto ed il suo ruolo all’interno del movimento ed il livello effettivo di controllo del PULO sugli insorti era circondato da molto scetticismo. Kasturi e altri membri in esilio erano descritti da Mark Askew come “vociferi ma esseri impotenti”, che non avevano legami dimostrabili con i più recenti gruppi di insorti. Le affermazioni di Kasturi non sono state mai verificate da BRN-C che, insieme a ovvie differenze di tattiche e retorica delle vecchie generazioni di insorgenza rispetto alle più nuove, lasciò inalterati i dubbi di legittimazione sul PMLM.

Il cessate il fuoco della durata di un mese nell’estate del 2010 fu applicato in 3 soli distretti di Narathiwat e fu visto da molti come una mancanza di influenza di Kasturi sul movimento più vasto. Il fatto che il cessate il fuoco ebbe luogo in tre di 36 distretti pose molte questioni, anche perché questi distretti non erano mai stati particolarmente violenti. I colloqui di pace furono interrotti, ma non annullati del tutto, dopo che fu chiaro che Kasturi aveva poco controllo sugli insorti sul terreno. Il coinvolgimento della vecchia guardia come negoziatori è un’ammissione della confusione e della debolezza da parte thailandese ed anche un testamento all’ambizione di certe persone dentro la comunità musulmana. Secondo qualcuno si tratta di un esempio di costruzione di carriera piuttosto che di costruzione di pace. Un cessate il fuoco completo per tutte le province sarebbe una prova della reale influenza del PULO e servire da misura di fiducia per qualunque futuro negoziato. Secondo Don Pathan, molti militanti non vogliono negoziare per paura di essere assassinati. I negoziati sono stati inquinati anche da accuse di traffico di droga da entrambi le parti.

La cessione di potere verso una assemblea regionale o la creazione di una regione autonoma per il “profondo meridione” è qualcosa simile ad un tabù per l’élite politica thailandese.

Benché la costituzione stabilisca che la Thailandia sia un “regno indivisibile”, sia Bangkok che Pattaya hanno già figure di governo eccezionali, e la decentralizzazione è qualcosa di cui si discute per il nordovest e il nordest. Ma la discussione dell’autonomia del profondo meridione sembra essere una barriera psicologica per i politici di Bangkok. C’è la paura che ogni autonomia data ad una regione periferica possa portare ad una frammentazione del paese.

Il Generale Chavalit Yongchaiyudh, già primo ministro e comandante delle forze armate, sostiene un modello che definisce ‘Mahakorn Pattani’, un sistema di governo locale per il meridione, simile a quello che si ha a Bangkok. Chavalit continua ad avere forti legami con i malay musulmani e fu uno dei protagonisti a spingere verso l’amnistia del 1988 per i militanti che aiutavano a chiudere il conflitto esistente.

‘Mahakorn Pattani’ fu promossa da certi membri del Puea Thai e sostenuto da vari leader malay musulmani ma la resistenza a tale idea resta molto forte. Il rapporto della commissione di riconciliazione pubblicato nel 2006 sottolineava un numero di proposte molto forti in natura, ma i susseguenti governi non riuscirono ad implementare dei cambi significativi. Nè autonomia né devoluzione furono discussi dalla commissione. Nel 2006 l’Assemblea Legislativa nazionale stabilì un comitato speciale per analizzare la violenza e la situazione disturbata del meridione.

Nel suo rapporto sottolineava delle gravi applicazioni della giustizia da parte delle autorità locali come una delle cause per le violenze continue. Il SBPAC fu reinstallato dai militari insieme con un’autorità mista civile militare dopo il golpe del 2006, benché la nuova SBPPAC fosse stata posta direttamente sotto il comando militare. Il governo di Abhisit, giunto al potere nel 2008, promise riforme quali il rafforzamento del SBPAC, la creazione di un gabinetto Meridionale per amministrare il meridione, riforme giudiziarie, la localizzazione di accordi di sicurezza e anche di dare pacchetti di stimolo economico. Nel 2008 fu accresciuto in numero di militari ma nessuna delle altre proposte fu implementata con l’eccezione di un pacchetto di stimoli economici, anche se la maggior parte dei finanziamenti è andata a a Songkla e Saturn piuttosto che al profondo meridione.

L’attuale ministro della giustizia, Pracha Promnok, ha raccomandato la ricompensa per le vittime della violenza nel meridione. Nel febbraio di quest’anno Pracha ha suggerito che si potessero dare alle vittime come riconoscimento fino a 7,5 milioni di Baht, estendendo di otto anni per compensare anche le vittime degli incidenti alla moschea Krue Ze e Tak Bai, benché quelli colpiti in questi incidenti siano già stati ricompensati. La ricompensa è un modo reale per “convincere i cuori e le menti” che tuttavia sarebbe efficace dopo che il termine delle ostilità. Quello che le persone colpite dalla violenza spesso desiderano più della ricompensa è la verità sulla scomparsa o la morte delle persone amate. Una inchiesta, possibilmente analogamente alla commissione di riconciliazione e la verità in Sud Africa, sarebbe un modo efficace per affrontare gli atti di violenza del passato se si deve risolvere il conflitto nel profondo meridione. Una tale inchiesta potrebbe anche aiutare quelli che sono stati colpiti dalla violenza dell’insorgenza a superare i loro sentimenti di perdita e di ingiustizia.

L’offerta di un’amnistia agli insorti è un elemento essenziale, benché controverso, di ogni accordo di pace duraturo per la regione. Chi ha fatto le violenze contro i ragazzi del tempio, o i maestri e i vecchi monaci buddisti sarebbero rilasciati e ‘reintegrati’ nella società, ma a causa del grande numero di attacchi contro obiettivi civili, una tale misura incontrerebbe una forte opposizione da parte delle vittime dell’insorgenza.

attacco mortale a sai buri

Un prototipo di amnistia chiamata Tai Som Yen si ha nel centro di detenzione e base militare di Inkhayut nella provincia di Pattani. Questo centro è chiamato senza ironia ma bizzarramente “il resort” dalle forze di polizia e dalle personalità politiche. Parte del processo di reintegrazione, gli insegnanti islamici locali sono stati invitati a dare lezioni ai detenuti sul come la violenza sia proibita nell’Islam.
Il profondo meridione sia storicamente che culturalmente è differente dal resto della Thailandia e si potrebbe discutere del bisogno di un sistema eccezionale di governo per amministrare una simile regione, un sistema di autonomia dove i musulmani malay, insieme ai Thai buddisti e thai cinesi, avrebbero il controllo sul loro proprio territorio. I tentativi di integrazione dello stato non sono stati totalmente fallimentari. L’integrazione di scuole islamiche e la reazione di consigli provinciali islamici ed un consiglio islamico nazionale hanno senza dubbio creato una sensazione di una maggiore partecipazione in tanti. Ma molti tentativi di integrazione da parte dello stato erano mirati ad accrescere il potere dello stato e la loro capacità di gestire la popolazione, non al miglioramento del livello di partecipazione negli affari politici.

Sin dal gennaio 2004 quasi 5000 persone sono state uccise ed altre 8000 ferite. Una gran parte è legata all’insorgenza anche se deve considerarsi la lunga storia regionale di criminalità endemica e disordine. Il governo ha cambiato qualcosa nel suo modo di governare la regione ma con piccoli cambiamenti e piccole conseguenze.

La principale barriera per qualunque avanzamento nel processo di pace è l’assenza tangibile di rappresentanti dell’insorgenza. Sembrerebbe che gli attuali capi dell’insorgenza, come pure anche alcuni elementi del governo thailandese, trovino l’attuale livello di violenza accettabile. Il conflitto sembra entrato in quello che William Zartmann definisce come “stallo sopportabile”, dove i benefici del compromesso sembrano superati dai benefici di continuare ad usare la violenza fisica.

Sembra che una situazione simile dovrà restare finché la violenza resti confinata al periferico e sottosviluppato profondo meridione e lontano dai centri dell’amministrazione o del commercio come Bangkok o Phuket.

Gerard Mc Dermott, Ai Confini del Regno, il Profondo Meridione Thailandese.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ottimizzato da Optimole