Fabio Polenghi ucciso dai militari, una corte di Bangkok

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Oggi la corte penale di Bangkok Meridionale ha decretato che il giornalista Fabio Polenghi fu ucciso da un proiettile sparato dalle forze di sicurezza il 19 di maggio 2010 durante la dispersione dei manifestanti delle magliette rosse a Ratchaprasong.

in morte di fabio polenghi

Fabio fu colpito da un proiettile ad alta velocità di calibro 0,233 mentre si allontanava di corsa dal Ratchadamri Road verso Ratchaprasong. Il proiettile, che ha penetrato il cuore, il polmone ed il fegato, fu identificato da un medico legale in pensione della polizia Amporn Jaruchinda. Il solo gruppo che fu identificato come presente nell’area al momento era il Secondo Battaglione della Guardia della Regina che cominciava le operazioni di dispersione dei manifestanti muovendosi da Sala Daeng verso Ratchaprasong.

Benché non sia stato possibile identificare la persona che ha sparato, si è concluso che le autorità erano responsabili della morte di Fabio Polenghi.

La corte inoltre ha detto: “Il reporter thailandese del PBS Manit Kamnan e il giornalista straniero Bradley Cox ha testimoniato alla corte sulla situazione in quel giorno preciso. Lo stesso Cox era stato sparato e ha visto che Polenghi era stato anche sparato.”

La corte ha citato la testimonianza del Colonnello di Polizia Watcharat Chalermsooksant del Ministero di Giustizia che ha detto che il proiettile giungeva dalla direzione dei soldati che si muovevano da Sala Daeng verso Ratchaprasong. La corte ha esposto in dettaglio il genere di armi che le forze armate avevano quel giorno M-16s, SK-33, con munizioni vere e a salve.

La corte si è riferita alla testimonianza di un altro giornalista, Michael Maas che era stato colpito da un altro proiettile di un M16, una delle armi portate dai soldati come armi personali.

Si è potuto quindi concludere che Fabio Polenghi è stato ferito in modo letale da un proiettile di un arma militare ed è morto in conseguenza all’ospedale generale della polizia, ha concluso la corte.

Presente alla sentenza era anche la madre Laura Chiorri che ha detto che era felice per aver saputo chi come gruppo ha preso la vita di suo figlio.

La sorella di Fabio, Elisabetta Polenghi, che in questi anni ha fatto vari viaggi in Thailandia non ha voluto commentare lì per lì perché aveva bisogno di tempo per commentare la decisione, ma avrebbe fatto una conferenza stampa.

Presente alla sentenza era anche il giornalista Shawn Crispin, rappresentante per la regione del Comitato per la protezione dei giornalisti ed ha detto che la sentenza è il primo grande passo nella lotta contro l’impunità delle autorità nel rispondere delle proprie azioni. “E’ bene che la sentenza è emessa nel modo giusto. Credo che la pressione internazionale e l’attenzione al caso abbia pagato.”

I rappresentanti della ambasciata italiana erano presenti alla sentenza ma non hanno voluto rilasciare dichiarazioni. Questa è la prima sentenza sull’inchiesta della morte di un giornalista straniero durante la repressione e la sesta sentenza per porre le responsabilità per le morti sulle autorità.

Il rappresentante di Humar Rights Watch, Sunai Pasuk, ha detto che la sentenza ha messo in luce la necessità di far rispondere i militari per le morti del 2010 non solo i politici. “Secondo quanto trovato da Human Rights Watch non esistevano ordini dati per uccidere civili disarmati, così i comandanti e i soldati sul terreno dovrebbero essere ritenuti responsabili… l’attuale governo ha adottato una politica di copertura dei comandanti e dei soldati coinvolti nella repressione. Così i militari restano intoccabili a dispetto della decisione della corte”.

Il capo delle forze armate thailandesi, Prayuth Chan-ocha, ha detto che il caso Polenghi ha davanti a sé una strada molto lunga prima che si possa dirsi conclusa e questa sentenza è solo alla fase di inchiesta e non è neanche entrata nella fase del processo giudiziario vero e proprio. Quindi verosimilmente si avranno tutte le fasi del processo giudiziario fino alla corte suprema. “Anche i soldati hanno le loro prove, e la battaglia dovrebbe aversi nelle corti, non ne parlate fuori delle corti. Noi dobbiamo rispettare la corte ed il processo giudiziario” ha detto Prayuth.

Alla conferenza stampa, Elisabetta Polenghi ha dichiarato che non si fermerà a questo stadio e ricercherà i responsabili della morte di Fabio e che consulterà i suoi avvocati per gli stadi legali da intraprendere con la sua famiglia. Ha inoltre affermato di aver invitato alla conferenza stampa anche l’ex premier Abhisit, premier durante la repressione di Ratchaprasong, che però avrebbe chiesto per un incontro privato. “Credo che la morte di Fabio sia un evento pubblico. Se Abhisit ha da dire qualcosa, ognuno ha diritto di sentire a quello che ha da dire e quello che ha in mente”.

Achara Ashayagachat

Mostra delle Foto di Fabio Polenghi a Bangkok

Fabio Polenghi moriva, ucciso dalle forze di sicurezza, il 19 maggio 2010 a Bangkok durante la repressione contro le Magliette Rosse. Il tribunale thailandese emetterà il suo verdetto sulle indagini della sua morte il 29 di questo mese.

omicidio di fabio polenghi

A ricordare la sua morte le sue foto sono state messe in una mostra a Bangkok da sua sorella Elisabetta presso Foreign Correspondents Club of Thailand per ricordare gli ultimi momenti della vita di Fabio e la sua attenzione verso gli essere umani e la giustizia attraverso la sua opera fotografica che racconta delle storie nel mezzo dei conflitti. Nella mostra sono presenti oltre che le foto del periodo degli incidenti violenti in Thailandia nel 2010, anche foto delle comunità in Brasile e dei rifugiati in Birmania.

Elisabetta ha passato un anno nel raccogliere 500 foto dalle quali ha scelto le trenta fotografie da esibire. E’ stato come rivivere la vita di Fabio e comprendere i suoi ultimi momenti prima che fosse ucciso, visto che non era stata al suo fianco in quel fatidico momento. Si può ben capire il dolore che ha così vissuto in questa difficile scelta.

La corte penale di Bangkok meridionale ha condotto un’inchiesta sulla morte di Fabio per un anno, e si attende il suo verdetto finale alla fine del mese. Dal processo e dalle prove si può dire che i proiettili che hanno ucciso suo fratello giunsero dalla direzione delle truppe, dice Elisabetta che si attende una giusta decisione finale della corte. Il sistema giudiziario thailandese è stato più veloce di quanto lei si aspettasse, e all’inizio ha pensato che forse il caso di Fabio non avrebbe mai visto una decisione di una corte.

Benché sia stato duro fare tutti i passi che ha dovuto fare, non si attende né desidera che siano puniti o condannati i suoi esecutori. L’unica cosa che voleva è che venisse fuori la verità.

mappa omicidio fabio polenghi

Chissà se verrà fuori, prima o poi, l’identità dell’uomo che rubò la macchina fotografica di Fabio subito dopo che Fabio cadde a terra colpito dalla pallottola, e con lui anche le ultime immagini di quei momenti drammatici.

La mostra di Fabio Polenghi resterà aperta fino al 30 maggio presso il Foreign Correspondents Club of Thailand.

mostra fabio polenghi

Prachatai

Giustizia, non vendetta, per la morte di Fabio

Elisabetta Polenghi, sorella del fotografo Fabio Polenghi, ucciso il 19 maggio 2010 durante la repressione delle forze di sicurezza thailandesi, ha fatto tanti viaggi a Bangkok anche se ne ha perso il conto. Ma quando si parla dei dettagli dell’omicidio di suo fratello la mattina del 19 maggio 2010 vicino all’incrocio Ratchaprasong, diventa ossessiva, pedante.

magliette rosse fabio polenghi

Sebbene i risultati della Corte Penale non si possano conoscere fino a fine maggio Isabella crede che, dopo le prove e le testimonianza, suo fratello Fabio fu ucciso da un cecchino delle Forze Armate.

“Non voglio dire che lo hanno preso di mira. Ma probabilmente, probabilmente i soldati hanno avuto paura Volevano che la gente scappasse, liberasse la strada. Quando si invia l’esercito a fare ordine pubblico, si invia gente addestrata alla guerra. Quando invii l’esercito vuoi uccidere. E’ qualcosa che non va con la tua cultura politica.” dice la Polenghi prima di aggiungere che suo fratello, in cui fu lei a suscitare l’interesse per la fotografia, fu ucciso nel cuore dalle spalle.

“Un colpo al cuore, uno che l’ha trapassato.” ha detto Isabella aggiungendo che questo in parte spiega la sua conclusione che suo fratello non fu la vittima di un proiettile casuale, ma di un singolo proiettile sparato da un cecchino. Ha aggiunto che quando degli uomini vicino provarono a salvare suo fratello furono sparati dei colpi per farli allontanare. La fotografa di moda milanese ha studiato tutti i video e i dettagli, le prove e le testimonianze che poteva trovare. La donna che ha confessato di aver rivisto i tre video degli incidenti centinaia di volte, delle volte dice di aver usato più occhiali per avere una visione migliore, tanta era la preoccupazione che la spinge a cercare la verità sulla morte di suo fratello. Ha persino venduto il suo grande studio a Milano per spostarsi in uno più piccolo per riuscire a trovare i soldi necessari. Il capo di stato dell’epoca, Abhisit Vejjajiva, non ha mai invitato Elisabetta Polenghi anche per esprimere le proprie condoglianze, una cosa che ovviamente la disturba.

“Se fossi al suo posto, non avrei mai mandato l’esercito nelle strade.” dice di Abhisit. Ma a dire che provi rancore, non è vero. “Vorrei che la morte di Fabio fosse qualcosa che cambiasse il sistema thailandese. Non voglio neanche sapere il nome di chi lo ha ucciso, non voglio che qualcuno sia ucciso solo perché ha ucciso mio fratello. Vorrei solo che la Thailandia fosse più responsabile e ci tenesse alla vita. Il rispetto della vita sarebbe il mio successo, una riforma.”

Riforma della cultura delle Forze armate e l’uso di polizia antisommossa invece di impiegare le truppe che sono addestrate ad uccidere, sono le speranze di Elisabetta Polenghi.

“Mi dispiace per i soldati. Alcuni di loro sono stati anche uccisi. Ma cosa posso fare per cambiare la cultura delle forze armate affinché siano più responsabili per la vita? Nessuno dovrebbe mai essere ucciso” Nel 2010 Polenghi sapeva poco e si interessava poco della Thailandia, ma dopo tre anni di viaggi e di travagli in Thailandia, oggi Elisabetta dice di amare la Thailandia ed ha imparato abbastanza.

“Sono innamorata della Thailandia” Sua madre la pensa differentemente e si domanda come possa avere sua figlia una qualche buona volontà verso il paese che ha posto fine alla vita di suo figlio.

“Credetemi, non lotto per la vendetta. Dentro le forze armate ci sono persone che vorrebbero cambiare. So che Fabio è morto con quella idea”

Ma nonostante il perdono e le parole magnanime, Elisabetta soffre ancora a quasi tre anni. E’ scoppiata a piangere nel mostrarmi i video degli ultimi momenti della vita di suo fratello. Ma non c’è nulla di vendicativo che esca da lei. Solo tristezza e preoccupazione per la Thailandia, per una vita tagliata per una sommossa politica in una lontana terra straniera Oggi nel suo profilo di Twitter Elisabetta Polenghi si definisce attivista dei diritti umani e fotografa.  

Pravit Rojanaphrukhttps://www.khaosodenglish.com

Si fa luce sulla morte di Fabio Polenghi

Si comincia a fare luce sulla morte di Fabio Polenghi, il fotografo italiano assassinato a Bangkok da un proiettile “veloce” durante la repressione del 19 maggio 2010 quando 98 persone perirono.

Altri tre testimoni hanno dichiarato alla Corte Penale di Bangkok Meridionale di credere che Fabio Polenghi sia morto per i colpi sparati dai militari durante la repressione di Rachadaprasong ordinata dal governo di Abhisit. Questi si aggiungono ad altri due testimoni che testimoniarono ad ottobre scorso. Ci sono altri 32 testimoni per lo stato ed altri otto per la famiglia.

Il documentarista americano Bradley Cox ha detto ai giudici che Polenghi era stato ucciso verso le 10,58 del 19 maggio e che il proiettile giungeva dalla direzione di Lumpini Park e Sala Daeng. “Ci muovevamo e nascondevamo lungo la Ratchadamri Road e udivamo i colpi dalla direzione delle tende vicino al lato di Sala Daeng.” dice Cox “C’era del movimento dietro di me che era nella direzione di Ratchapraong ed io ed altri corremmo in quella direzione. Io comunque fui colpito dietro la mia coscia destra mentre correvo, e mi girai per vedere da dove venissero gli spari. Allora vidi che Fabio Polenghi era caduto già sulla strada.”

Diceva in precedenza che lui ed altri, tra i quali alcuni giornalisti americani e giapponesi, si radunavano e nascondevano dietro le barricate dei militanti delle magliette rosse di fronte all’incrocio Ratchadamri Sarasin. Poteva vedere i militari muoversi sui due lati della Ratchadamri, vicino alle tende, ad 80 metri da dove si trovavano loro. “Vidi soldati differenti muoversi attorno sei volte, a cinque o sei soldati la volta. Dentro le tende delle magliette rosse c’erano una dozzina di loro, ma credo che ce ne fossero di più.” Cox ha dichiarato che non ha visto né udito un singolo colpo partire dalla posizione delle magliette rosse, ma udì chiaramente i colpi dai lati del Lumpini e Sala Daeng dove i militari si stavano dirigendo.

“Accesi la telecamera quando vidi Fabio Polenghi per terra. Vidi alcuni aiutarlo ed un uomo che molti credono stesse portando via la sua macchina fotografica. Mi sorpresi che fossimo stati colpiti lui ed io dal momento che ci stavamo allontanando dall’esercito. Benché non possa provare o di entificare che colpì Fabio o me, sono certo al cento per cento che è stato l’esercito.”

In risposta alle domande degli avvocati delle famiglie, Cox non credeva che fossero coinvolti gli uomini in nero nella morte di Fabio Polenghi. “Naturalmente alcuni delle magliette rosse vestivano con altri colori ed anche colori nero e marrone, ma non li ho visti portare alcuna arma.”

Un tassista di Roi Et, Udon Wannasig, ha detto di aver visto come Fabio era stato colpito. “Credo che i soldati provavano a sparare su di me mentre davano la caccia alle magliette rosse restanti nell’area di fronte a Lumpini Park e Ratchadamri Road dal lato di Sala Daeng”. Udon è anche un testimone chiave in altre indagini nella morte di quattro persone, tra i quali il giornalista giapponese e tre persone nel tempio Pathumwanaram. Udon ha detto che era caduto a terra per strada vicino all’incrocio Sarasin Ratchadamri e alzando lo sguardo vedeva Fabio scattare delle foto. Quando i colpi si facevano più vicini lui corse via verso Ratchadaprasong e in quel momento Fabio è stato colpito.

Il motociclista Kwanchai Sowapas ha detto che portò Fabio dall’intersezione di Ratchadaprasong verso l’incrocio con la Sarasin meno di un’ora prima che fosse ucciso. “Non lo portai vicino alle barricate. Mi girai di fronte al palazzo del Bangkok Cable ed andai a prendere un giornalista vietnamita che portai nello stesso posto.” l’uomo ha detto che è tornato nel suo luogo di nascita a Roi Et temendo per la propria vita.

Kwanchai ha detto che osservava gli evento da fuori del galoppatoio cercando con lo sguardo i due giornalisti quando udì l’intensificare dei colpi. “Udii vari colpi quando mi nascondevo vicino le tende del galoppatoio e dietro i depositi del ghiaccio. Vedevo Fabio fare fotografie. Mentre si rigirava verso la direzione Ratchadaprasong dalla parte mia è stato colpito.” ha detto Kwanchai.Alla corte ha dichiarato che sono stati i soldati a colpir Polenghi poiché li ha visti su quel lato, a 70 metri da lui e circa 40 metri dal giornalista.

Al giornale Bangkok Post ha detto che Fabio Polenghi era una persona gentile. “Quando gli ho dato in resto una moneta da dieci baht per la banconota da venti per ogni corsa, mi ha detto di tenerla. Lo vedevo di volta in volta durante le proteste, ma non ho mai penato che sarebbe stato ucciso.”

Dicendo che non crede che ci sarà mai giustizia per quelli uccisi e per le loro famiglie, ha detto: “Almeno dovrebbero chiedere scusa il primo ministro di allora (Abhisit) e il suo vice (Suthep).”

L’uomo nella foto

Isa Polenghi. sorella del giornalista italiano Fabio Polenghi ucciso durante la repressione governativa contro le Magliette Rosse nel Maggio 2010, continua la ricerca della verità sulla morte del fratello. C’è la foto di un uomo che è accanto al corpo del fratello negli ultimi suoi istanti di vita e che lei crede abbia preso la sua macchina fotografica. La speranza è che, nelle ultime immagini scattate da Fabio, ci possa essere qualche indizio che porti alla verità di chi lo possa aver ucciso quel 19 maggio del 2010. Per raccogliere informazioni su questo uomo, Isa Polenghi ha aperto una pagina di Facebook ‘Who is this man che sembra aver preso la macchina fotografica dopo che Fabio fu sparato.

Nel sito di Fabio Polenghi raggiungibile a questo indirizzo si legge:”Poiché crediamo che rintracciare questo uomo sia necessario alle indagini sul caso e siamo convinti che questo uomo è il solo che potrebbe darci informazioni su quello che è davvero accaduto il 19 di maggio del 2010 a Bangkok. Abbiamo speranza che qualcuno che legga questo articolo possa condurci ad un contatto con lui. Non vogliamo conoscere la sua identità se non vuole mostrarsi. Almeno potrebbe rimandarci, in pieno anonimato, le immagini contenute nella card della macchina fotografica che per noi avrebbe un significato grandissimo.”

Nel frattempo Isa Polenghi ha affermato che l’uomo nella foto NON è il giornalista giapponese Masayuki Zaito, come si evidenzia da un video e da varie foto. Segue un documentario della BBC sui fatti di Bangkok da Marzo a Maggio 2010, con un’intervista al giornalista giapponese

tratto da Prachathai

Le indagini sulle morti di aprile maggio a Bangkok e Fabio Polenghi

Un articolo apparso sulla Reuters, basato su quanto letto da alcuni giornalisti e quindi nulla di ufficiale, mostra come il ruolo giocato dai militari nella repressione di aprile maggio a Bangkok, quando fu ucciso Fabio Polenghi, sia stato molto più grande di quanto ammesso ufficialmente.

fabio polenghi morto

Una bozza preliminare di stato ha descritto che forze speciali thai si erano sistemate sul binario sopraelevato dello Skytrain e avevano sparato verso l’interno del tempio buddista, Wat Prathum Wanaram, dove migliaia di persone avevano cercato rifugio la mattina del 19 maggio, negli scontri a Ratchadaprasong. Ufficialmente il governo ha sempre negato una circostanza del genere, ma ha attribuito le morti a uomini in nero.

Tre delle sei persone furono uccise probabilmente dalle truppe, secondo le indagini, in diretta contrapposizione con quanto affermato dai militari che hanno sempre negato la responsabilità dei loro soldati. “C’è un certo numero di fatti, prove e testimonianze che portano a credere che tre morti siano il risultato di azioni secondo dovere di ufficiali della sicurezza”.

Il tempio era stato dichiarato zona sicura, cioè al riparo degli scontri, per donne, bambini e per quanti cercassero rifugio.

Da quanto risultato dalle autopsie, inoltre, su quattro dei sei morti, le pallottole sarebbero sempre dello stesso tipo di quelle usate dai soldati che sparavano dalla tratta sopraelevata dello skytrain, M855. Per tre almeno i proiettili hanno confermato una traiettoria dall’alto verso il basso. Ci sono varie testimonianze raccolte a corroborare questa versione. Per altro due la traiettoria sembra dal basso verso l’alto.

In un altro documento osservato dai giornalisti Reuters, si parla del giornalista giapponese Hiro Muramoto, ucciso il 10 aprile da un proiettile ad alta velocità.

Nel rapporto si legge che un testimone dice di aver visto il cameraman, che si trovava dal lato dei manifestanti a filmare i militari, cadere per terra nel momento in cui dalla parte dei soldati inizia la scarica dei fucili. Questo accade dopo che una granata ha già ucciso il capo delle forze di sicurezza ed un soldato.

Nel rapporto si legge che un testimone dice di aver visto il cameraman, che si trovava dal lato dei manifestanti a filmare i militari, cadere per terra nel momento in cui dalla parte dei soldati inizia la scarica dei fucili. Questo accade dopo che una granata ha già ucciso il capo delle forze di sicurezza ed un soldato.

L’editor capo della Reuter David Schlesinger ha richiesto l’immediata pubblicazione del rapporto che al momento rimane ancora segreto.

“Le autorità thailandesi lo devono alla famiglia di Hiro, dire esattamente come è accaduta questa tragedia e chi è il responsabile.” dichiara Schlessinger.

Il primo ministro Abhisit, interpellato su questi rapporti, senza negarli, afferma che sono necessarie altre indagini più approfondite della polizia. Di certo sono documenti che ancor di più accenderanno lo scontro politico in Thailandia, galvanizzando un’opposizione sociale che, nonostante le morti e il carcere, non è stata mai domata e si va riorganizzando sebbene con altre modalità.

Secondo Tharit Pengdith, direttore generale del DSI, la polizia ha già ricevuto i rapporti che non sono stati resi pubblici. “Il rapporto di indagine è un problema delicato per parlarne o per confermarne l’autenticità. E’ un segreto ufficiale. Confermare l’autenticità del rapporto inviato alla polizia avrebbe delle conseguenze sui diritti delle persone coinvolte i cui nomi sono lì dentro.”

La polizia secondo la Reuters ha già ricevuto il rapporto e indagherà sulle tre persone uccise nel tempio e da altre tre forse uccise dalle truppe, compreso Muramoto. Dopo l’indagine della polizia si procederà con l’invio dei risultati al sistema giudiziario secondo le procedure.Secondo le procedure, se si trova che la responsabilità delle sei morti cade sui militari, le famiglie possono chiedere forme di ricompensa, ma è vero anche che l’uso delle armi rimane sempre in linea con l’ordine impartito.

Da tutto questo rimane ancora fuori la morte di Fabio Polenghi che sembra non interessare molto. Forse solo la continua presenza del Giappone che economicamente pesa in Thailandia è stata capace di portare fuori qualche ammissione di colpa. Ma la presenza italiana, nonostante la tanto amata architettura italiana presente a Bangkok, nonostante una prestigiosa università di Bangkok sia stata fondata da un italiano, Corrado Feroci, nonostante migliaia di concittadini rimangano ammaliati dalla Thailandia e dalla sua gente, ha lo stesso peso e soprattutto la volontà di incidere nel paese del sorriso?

Riuscirà il nostro paese a far sentire la propria voce nel caso della morte del giornalista Fabio Polenghi?

Un dubbio sorge: che la ricompensa offerta alla famiglia sia la tacita ammissione di colpa del potere in Thailandia. Per la democrazia in Thailandia, per la famiglia, per chiunque crede davvero nella democrazia reale, speriamo davvero che ci sia un’indagine alla luce del sole e che si abbia la forza di porre una targa per Fabio Polenghi sul luogo dove è stato ucciso, ad ammonire chiunque che la violenza non è portatrice di reali cambiamenti e che la democrazia si basa sulla condivisione del dolore comune, non sull’oscurità e l’esclusione.

Un articolo apparso sulla Reuters, basato su quanto letto da alcuni giornalisti e quindi nulla di ufficiale, mostra come il ruolo giocato dai militari nella repressione a Bangkok la primavera scorsa sia stato molto più grande di quanto ammesso ufficialmente. Una bozza preliminare di stato ha descritto che forze speciali thai si erano sistemate sul binario sopraelevato dello Skytrain e avevano sparato verso l’interno del tempio buddista, Wat Prathum Wanaram, dove migliaia di persone avevano cercato rifugio la mattina del 19 maggio, negli scontri a Ratchadaprasong. Ufficialmente il governo ha sempre negato una circostanza del genere, ma ha attribuito le morti a uomini in nero.

Tre delle sei persone furono uccise probabilmente dalle truppe, secondo le indagini, in diretta contrapposizione con quanto affermato dai militari che hanno sempre negato la responsabilità dei loro soldati. “C’è un certo numero di fatti, prove e testimonianze che portano a credere che tre morti siano il risultato di azioni secondo dovere di ufficiali della sicurezza”.

Il tempio era stato dichiarato zona sicura, cioè al riparo degli scontri, per donne, bambini e per quanti cercassero rifugio.

Da quanto risultato dalle autopsie, inoltre, su quattro dei sei morti, le pallottole sarebbero sempre dello stesso tipo di quelle usate dai soldati che sparavano dalla tratta sopraelevata dello skytrain, M855. Per tre almeno i proiettili hanno confermato una traiettoria dall’alto verso il basso. Ci sono varie testimonianze raccolte a corroborare questa versione. Per altro due la traiettoria sembra dal basso verso l’alto.

In un altro documento osservato dai giornalisti Reuters, si parla del giornalista giapponese Hiro Muramoto, ucciso il 10 aprile da un proiettile ad alta velocità.

Nel rapporto si legge che un testimone dice di aver visto il cameraman, che si trovava dal lato dei manifestanti a filmare i militari, cadere per terra nel momento in cui dalla parte dei soldati inizia la scarica dei fucili. Questo accade dopo che una granata ha già ucciso il capo delle forze di sicurezza ed un soldato.

L’editor capo della Reuter David Schlesinger ha richiesto l’immediata pubblicazione del rapporto che al momento rimane ancora segreto.

“Le autorità thailandesi lo devono alla famiglia di Hiro, dire esattamente come è accaduta questa tragedia e chi è il responsabile.” dichiara Schlessinger.

Il primo ministro Abhisit, interpellato su questi rapporti, senza negarli, afferma che sono necessarie altre indagini più approfondite della polizia. Di certo sono documenti che ancor di più accenderanno lo scontro politico in Thailandia, galvanizzando un’opposizione sociale che, nonostante le morti e il carcere, non è stata mai domata e si va riorganizzando sebbene con altre modalità.

Secondo Tharit Pengdith, direttore generale del DSI, la polizia ha già ricevuto i rapporti che non sono stati resi pubblici. “Il rapporto di indagine è un problema delicato per parlarne o per confermarne l’autenticità. E’ un segreto ufficiale. Confermare l’autenticità del rapporto inviato alla polizia avrebbe delle conseguenze sui diritti delle persone coinvolte i cui nomi sono lì dentro.”

La polizia secondo la Reuters ha già ricevuto il rapporto e indagherà sulle tre persone uccise nel tempio e da altre tre forse uccise dalle truppe, compreso Muramoto. Dopo l’indagine della polizia si procederà con l’invio dei risultati al sistema giudiziario secondo le procedure.Secondo le procedure, se si trova che la responsabilità delle sei morti cade sui militari, le famiglie possono chiedere forme di ricompensa, ma è vero anche che l’uso delle armi rimane sempre in linea con l’ordine impartito.

Da tutto questo rimane ancora fuori la morte di Fabio Polenghi che sembra non interessare molto. Forse solo la continua presenza del Giappone che economicamente pesa in Thailandia è stata capace di portare fuori qualche ammissione di colpa. Ma la presenza italiana, nonostante la tanto amata architettura italiana presente a Bangkok, nonostante una prestigiosa università di Bangkok sia stata fondata da un italiano, Corrado Feroci, nonostante migliaia di concittadini rimangano ammaliati dalla Thailandia e dalla sua gente, ha lo stesso peso e soprattutto la volontà di incidere nel paese del sorriso? Riuscirà il nostro paese a far sentire la propria voce nel caso della morte del giornalista Fabio Polenghi?

Un dubbio sorge: che la ricompensa offerta alla famiglia sia la tacita ammissione di colpa del potere in Thailandia. Per la democrazia in Thailandia, per la famiglia, per chiunque crede davvero nella democrazia reale, speriamo davvero che ci sia un’indagine alla luce del sole e che si abbia la forza di porre una targa per Fabio Polenghi sul luogo dove è stato ucciso, ad ammonire chiunque che la violenza non è portatrice di reali cambiamenti e che la democrazia si basa sulla condivisione del dolore comune, non sull’oscurità e l’esclusione.

La morte di Fabio Polenghi nel racconto di un giornale tedesco

In un articolo della rivista tedesca “Der Spiegel” nella versione online inglese, il giornalista tedesco Thilo Thielke, collega e amico di Fabio Polenghi, descrive le circostanze della morte del giornalista italiano. Qui vengono tradotte alcune parti dell’articolo che smentiscono alcune delle dichiarazioni ufficiali fatte sulla morte del giornalista italiano.

Altre fonti quali Thai Government’s Fact Report ( si faccia una traduzione con Google) sembrano confermare la versione che Fabio sia stato colpito al torace.

“…Arrivai alle 8 nella zona rossa, un’area larga circa tre chilometri quadrati attorno al distretto d’affari di Ratchaprasong, che l’esercito aveva provveduto nei giorni precedenti a isolare completamente.

Come nelle altre occasioni, era relativamente facile entrare nella zona occupata dalle magliette rosse dove mi ero già recato spesso nelle passate settimane.

Al di là delle barricate fatte di canne di bambù e copertoni di auto, le magliette rosse avevano fissato le proprie tende e messo su un palco. Ma l’atmosfera da partito rivoluzionario che era regnata nei giorni passati si era dissolta quella mattina.

La gente attendeva stoicamente i soldati. Sapevano che avrebbero attaccato da sud, dalla Silom Road, ed i più coraggiosi si erano avventurati fino ad un chilometro dalla linea principale. Erano fermi lì ma non stavano combattendo. Alcuni avevano delle fionde ma nessuno stava sparando.

A separare i manifestanti dall’esercito c’era un muro di fuoco di pneumatici, il cui spesso fumo soffocava la strada. Mentre i soldati facevano pressione lentamente, gli spari afferravano la strada. Dei cecchini sparavano appostati sui grattacieli, mentre le truppe che avanzavano sparavano attraverso il denso fumo.

E noi, un gruppo di giornalisti ci ponemmo al riparo pressati contro un muro per evitare di essere colpiti. Dei furgoncini con personale paramedico si avvicinarono veloci per portare via i feriti.

Alle 9,30 il giornalista italiano Fabio Polenghi si unì a noi. Aveva passato molto tempo a Bangkok negli scorsi due anni e nel frattempo avevamo fatto amicizia. Fabio, un sognatore dall’indole buona, di 48 anni di Milano, aveva fatto il fotografo di moda a Londra, Parigi e Rio prima di arrivare a Bangkok e lavorare come fotogiornalista. Avevamo viaggiato insieme per un servizio in Birmania e si da allora aveva spesso lavorato per lo Spiegel. Nelle settimane precedenti noi due ci muovevamo spesso insieme.

Proprio la sera precedente, avevamo camminato per la città insieme fino a notte fonda. Ci incontrammo sulla Din Daeng Street vicino a Victory Monument… Ora ci trovavamo nel bel mezzo di un panorama urbano devastato che metteva in mostra lo slittamento verso il caos della nazione. Un fumo nero denso permeava l’aria; era visibile solo la forma dell’obelisco.

Le strade erano state trasformate in una zona di guerra. Pochi giorni prima ero rimasto accovacciato dietro un muretto per mezz’ora per proteggermi dalla grandine di proiettili dell’esercito che aveva aperto improvvisamente il fuoco poiché qualcuno che si voleva mettere in mostra se ne andava in giro con una fionda.

Non lontano dall’accampamento delle magliette rosse si erige il tempio Pathum Wanaram che si considerava dovesse essere la zona sicura per donne e bambini durante l’attacco. …..

Quando ritornammo il giorno dopo ..il caos regnava dappertutto. Fabio ed io osservavamo il fumo e i soldati al di là che avanzavano verso di noi, e sentivamo un crescere di spari. I cecchini appostati in una stradina laterale miravano verso di noi.

La strage era cominciata. Non osai andare oltre, ma Fabio attraversò la strada di corsa dove gli spari erano regolari, a circa 50 metri, e cercò un rifugio in una tenda abbandonata della croce rossa. Questa segnava l’inizio della terra di nessuno tra noi e le truppe che avanzavano. Vidi apparire il suo elmetto blu con la scritta “STAMPA”. Mi fece segno di muovermi verso di lui, ma era troppo pericoloso per me stare lì. ….

Quella mattina i primi soldati passarono attraverso il muro di fumo. Dal punto in cui stavo era quasi impossibile distinguerli, ma si poteva sentire il sibilare dei proiettili nell’aria. Erano sparati dai cecchini che si facevano così strada, di palazzo in palazzo. Alcuni sembravano esser e direttamente sopra di noi. Non riuscivo a vedere Fabio.

Mi diressi verso il tempio di Pathum Waranan, qualche centinaio di metri verso ovest nella zona rossa. I manifestanti avevano perso, era chiaro, non avevano opposto resistenza. Erano le 11 e 46 e stavano suonando l’inno nazionale. Donne e bambini fuggivano verso il tempio per sfuggire all’arrivo dei soldati. ……

….La sera del giorno in cui il governo si era ripromesso di restaurare l’ordine, Bangkok era un posto dell’apocalisse . E Fabio, il mio amico, era morto.”

Alle 11 e 53 provai a contattare per telefono Fabio Polenghi. Rispose la segreteria telefonica, il che non era insolito. Raramente si riusciva ad avere il segnale. Dall’altra parte della strada di fronte all’ospedale della polizia, un gruppo di giornalisti attendeva gli infermieri con i feriti. Un’infermiera annotava chi era ammesso. Erano le 12,07 e aveva scritto già 14 nomi. Un giornalista estero mi era al fianco e disse che avevano sparato ad un italiano. Proprio al cuore.

Più di un’ora e mezza fa. Disse che aveva fatto la foto e conosceva il suo nome, Fabio Polenghi.

Der Spiegel

La diplomazia internazionale chiede risposte concrete

I governi internazionali hanno espresso il loro disappunto per la mancanza di progressi nelle indagini per le morti e i feriti durante la repressione di aprile maggio sui manifestanti delle Magliette  Rosse. Hanno inoltre fatto presente che una eventuale mancanza da parte thailandese di stabilire la verità avrebbe degli effetti sulla credibilità a lungo termine e sulle relazioni internazionali del paese.

Circa 30 rappresentanti nazionali tra i quali sei ambasciatori hanno espresso la loro frustrazione in un incontro con i membri della Commissione  Governativa della Verità per la riconciliazione, come riportato dal BangkokPost. La loro grande preoccupazione è che i responsabili possano davvero essere assolti dalle loro responsabilità.

Ricordiamo che nell’aprile e maggio scorso durante la repressione delle manifestazioni delle magliette rosse costò la vita a tanti tra manifestanti, personale militare e giornalisti, 40 morti e 1400 feriti, tra i quali Fabio Polenghi ed il cameraman giapponese Hiro Maramoto.
E’ proprio l’ambasciatore italiano in Thailandia, Michelangelo Pipan, a dare un segnale forte affermando che potrebbero risultare danneggiate le relazioni con la Thailandia se il governo non riuscisse a far venire a galla la verità. 

“Ha detto di non essere rimasto molto colpito dalle indagini della Commissione e degli altri corpi dello stato come il DSI” ha dichiarato una fonte al Bangkokpost, ed ha invitato il DSI a fare dei progressi nelle indagini. Molti ambasciatori hanno messo in dubbio la possibilità di far rispondere qualcuno dietro queste azioni violente, mettendo anche in dubbio che le indagini porteranno mai alla punizione di chi ha sbagliato.

Kanit na Nakorn, capo della Commissione della verità per la riconciliazione, ha detto che l’Italia vuol sapere le circostanze in cui Fabio Polenghi è morto, mentre la Svizzera ha messo a disposizione dei propri esperti.
La Commissione non ha potere investigativo o di interrogare testimoni e le forze armate hanno messo sempre in chiaro che non avrebbero mai fatto sapere i dettagli operativi; quindi le indagini della Commissione sono alquanto difficili. Anzi, come dichiarato da un membro della Commissione, Somchai Hom-Laor, sembra che siano scomparse anche qualche prova, alcune delle quali rimandano direttamente alle armi in possesso dei corpi dello stato, e che molti testimoni si siano rifiutati di testimoniare di fronte alla Commissione anche per paura di ripercussioni.

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