THAILANDIA: I mediatori del caos? I militari e il pandemonio

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La Thailandia sta scivolando nell’instabilità politica ed economica. Si è polarizzata pericolosamente sulla scelta di quale percorso seguire nel futuro e di chi sarà la guida di quel percorso. L’attuale pandemonio ha quasi dieci anni. La democrazia in Thailandia è debole a causa di una monarchia al di sopra della legge, della mancanza di controllo dei civili sui militari, sulla distruzione del regime elettorale e l’incapacità di rafforzare in modo adeguato le libertà civili e i diritti politici.

L’istituzione centrale del paese è il palazzo alla cui assistenza presiede un Consigliere privato nominato ed imbracato da un sistema giudiziario ultra realista e dalle forze armate. Il sistema giudiziario è nominato, senza alcun controllo dall’esecutivo eletto e dal potere legislativo, e la maggioranza dei giudici sono fortemente oppositori all’ex premier Thaksin. Nel frattempo i militari seguono gli ordini del primo ministro solo in superficie, e sono ora guidati da un ultra realista della fazione della Guardia della Regina che guidò il golpe del 2006 e che è fortemente opposto a Thaksin. A parte queste entità esistono una camera bassa eletta ed il primo ministro, e metà senato eletto. In fin dei conti la democrazia è limitata in Thailandia da una giuristocrazia sostenuta dalla monarchia col sostegno dei militari.

Le divisioni nel paese scoppiarono nel 2005 quando migliaia di manifestanti iniziarono a manifestare contro l’allora primo ministro Thaksin Shinawatra, percepito come un campione della democrazia populista dalla gran parte dei poveri delle province, e come una minaccia agli interessi economici conservatori della classe media urbana e alle classi superiori come pure al palazzo. L’amministrazione di Thaksin cadde col golpe del 2006.

In seguito fu votata una nuova costituzione nel 2007 che diluiva i poteri dei politici eletti. Lo stesso Thaksin fu condannato con accuse di corruzione, da cui poi fuggì in esilio, e i militari ottennero enormi poteri che hanno da allora loro permesso di rimanere virtualmente isolati dalle direttive dei civili.

mediatoriEppure nel 2007 fu rieletto un governo che sosteneva l’agenda di Thaksin ma che, nel 2008, fu comunque abbattuto dal sistema giudiziario. Ne seguì una coalizione di governo non eletta, guidata dal capo del partito democratico Abhisit, che fu messa insieme attraverso l’intervento degli ultra realisti e dei militari. Sebbene questa coalizione sia rimasta al poter fino al 2011, fu ostacolata dalla rivolta civile che andò incontro alla repressione militare violenta del maggio 2010. Yingluck Shinawatra, sorella di Thaksin, fu eletta primo ministro nel 2011 nel mezzo delle dicerie di un accomodamento tra Thaksin e gli ultra realisti. Una volta eletta diede inizio nuove politiche populiste, tra le quali il progetto di sostegno al prezzo del riso che voleva aumentare le entrate dei contadini di riso. Il suo governo pose sotto accusa Abhisit per la repressione delle manifestazioni del 2010 soddisfacendo la richiesta delle magliette rosse. Inoltre Yingluck e suo fratello cercarono di usare la propria maggioranza per cambiare la costituzione ed accrescere il potere del governo eletto, e dare un’amnistia per Thaksin.

Comunque sebbene il suo partito godesse di una larga maggioranza parlamentare e sia popolare nella polizia, Yingluck non è mai riuscita ad ottenere la supremazia sull’istituzione più grande della sicurezza, le forze armate. Sotto Yingluck è esistito solo nelle apparenze il controllo civile dei militari che sono rimasti generalmente fedeli al palazzo e al Consiglio Privato soltanto.

La parte più recente dei disordini thailandesi datano all’estate del 2013 e coinvolgono i militari. Per prima una registrazione audio rivelava che Thaksin stava cercando di influenzare il prossimo rimpasto militare di ottobre e lavorava anche ad un accordo con i capi militari sulla possibilità di un suo ritorno in patria con le accuse decadute. La seconda cosa i capi militari i militari erano sempre più scoraggiati dai continui sforzi di Yingluck a trovare una soluzione mediata all’insorgenza nel meridione thailandese. Infine Yingluck intensificò gli sforzi verso gli emendamenti costituzionali e verso un’amnistia generale per quelli accusati o condannati di crimini politici, lasciando da parte i capi politici.

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I duri dei militari antitetici a Thaksin, sia pensionati che in servizio attivo, iniziarono a chiedere la cacciata di Yingluck. Ad agosto un piccolo ma crescente gruppo di civili aveva iniziato a protestare vicino al palazzo del governo mentre il partito democratico anti Thaksin attaccava le presunte malefatte del governo Yingluck.

Ad ottobre i signori del palazzo assicurarono che l’annuale rimpasto militare producesse un continuo comando antitetico a Thaksin. Questo fu cruciale per assicurare che i militari non si sarebbero opposti alle crescenti proteste contro Yingluck. Nel frattempo i capi militari rigettarono i tentativi di Thaksin di aver garantito un ritorno legale in patria. Come conseguenza il governo si mosse per espandere la bozza legislativa di amnistia per includere anche i capi politici, come Abhisit e Thaksin. La decisione di cercare un’amnistia totale si sarebbe basata su una promessa di un membro anziato dell’istituzione reale che questo avrebbe facilitato il ritorno a casa di Thaksin. Sfortunatamente il partito democratico rifiutò l’accordo e davvero persino le magliette rosse si infuriarono per l’inclusione di Abhisit nel piano di amnistia. Cionondimeno nelle prime ore del 1 novembre la camera bassa approvò la legge e la inviò al senato per l’approvazione.

Questa approvazione divenne il ardine per l’eruzione di un nuovo caos. A novembre sei gruppi di protesta si unirono insieme sotto l’ombrello di Suthep Thuagsuban, che a dicembre se ne uscì dal partito democratico, e cominciarono ad occupare varie parti di Bangkok. Lo scopo del PDRC di Suthep e dei gruppi alleati era di costringere alle dimissioni del governo Yingluck ed installare un consiglio della riforma non eletto che avrebbe cambiato la costituzione per diluire ulteriormente il potere di grandi partiti e primi ministri prima di nuove elezioni.

In risposta il governo Yingluck accrebbe la presenza della polizia a Bangkok dando però loro ordine, magliette rosse comprese, di evitare il contatto fisico con i manifestanti. Il potente generale Prayuth parlando a nome dei militari per intero affermava pubblicamente che le forze armate sarebbero restate neutrali, senza sostenere né Yingluck né i manifestanti. Nella realtà Prayuth aveva del terreno comune con Suthep: il generale servì da vice comandante e poi da comandante quando Suthep era vice primo ministro nel governo Abhisit. I due erano opposti da tempo a Thaksin. A causa di questa partigianeria, la neutralità apparente di Prayuth alla fine del 2013 non era altro che una mera copertura per l’ostilità nascosta verso il governo di Yingluck. Alla fine il 9 dicembre sotto pressioni crescenti Yingluck dissolse il parlamento chiamando nuove elezioni, fissate per il 2 febbraio. I democratici boicottarono le elezioni unendosi alle proteste di strada.

I mesi di dicembre e gennaio videro solo un accrescimento dell’anarchia. I manifestanti di Suthep continuavano ad occupare parti di Bangkok, ma bloccarono anche la registrazione dei candidati, bruciarono le schede elettorali e bloccarono la distribuzione delle schede ai seggi. Queste tattiche assicurarono che le elezioni del 2 febbraio non producessero il numero sufficiente di membri eletti affinché il parlamento potesse produrre un governo. Da allora la Commissione elettorale e il governo temporaneo di Yingluck sono stati bloccati in uno stallo sul quando o sul se tenere elezioni per i seggi necessari a formare un nuovo governo.

Questo stallo mette la Thailandia in un limbo legale che non ha un’immediata via di uscita, lasciando ancora del tempo al governo temporaneo di Yingluck. Ma dopo le elezioni è diventata un primo ministro debole. In primo luogo perché da primo ministro temporaneo ha poteri limitati sulla finanza e molti dei suoi poteri esecutivi temporaneamente assegnati alla Commissione Elettorale.

Secondo, i militari restano in attesa degli eventi, non volendo appoggiare Yingluck dai manifestanti e minacciando la sopravvivenza del suo governo. I manifestanti del PDRC hanno continuato ad occupare parti di Bangkok mentre le forze di sicurezza erano incapaci o non volevano prendere l’iniziativa. Quarto, due casi di malaffare si fanno strada lentamente verso la commissione nazionale contro la corruzione e finiranno alla corte costituzionale. Questi casi coinvolgono come primo caso la messa sotto accusa di 308 parlamentari di Thaksin che avevano votato a favore dell’emendamento della costituzione in relazione al senato; il secondo caso lo scandaloso progetto del riso che potrebbe cancellare il primo ministro. Decisioni sfavorevoli per Yingluck in uno dei due casi potrebbero far cadere il suo governo.

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Quinto, la politica del riso prima citata ha mancato di dare profitti ai contadini che in molti attendono di essere pagati dall’ottobre del 2013. Poco a poco molti contadini si sono disamorati della politica populista di Yingluck e la loro ira si è diretta verso le crescenti proteste di Yingluck. Ora essa si trova davanti vari nemici: i manifestanti, il partito democratico, le corti, piccoli gruppi di contadini e la debolezza nell’ultima costituzione stessa Eppure di tutti questi sono i militari, guidati dalla monarchia e dal Consigliere Privato, che potrebbero agire potenzialmente come un cambio di gioco di forza per costringere Yingluck a lasciare il potere se dovessero decidere in tal senso.

Attualmente sembra come se i militari siano sempre più tirati dentro al frastuono. Prima cosa, il suo comando ha affermato senza convincere di essere sotto un controllo civile affermando di non poter nulla contro il mandato del primo ministro. Poi i capi militari hanno minacciato di ritenere il governo responsabile per le violenze che accadono in Bangkok negli scontri tra manifestanti e polizia. Terzo il generale Prayuth ha incontrato i vecchi generali anti Thaksin avventurandosi anche a preparare un possibile golpe. Quarto, in modo sinistro, sembra che cecchini armati e travestiti da abiti civili, con volti coperti e armi nascoste nelle borse, abbiano attaccato magliette rosse e polizia. Se davvero l’esercito o suoi elementi sono coinvolti contro gli Shinawatra nella crescente violenza di ripicca, allora le rivendicazioni di neutralità sono solo fumo negli occhi.

Golpe a parte, il prossimo passo potrebbe essere una frizione violenta e aperta tra la polizia pro Thaksin e i militari anti Thaksin.

Sembra chiaro che gli ultra realisti provano a forzare le dimissioni volontarie del governo o a dividere la base di sostegno del governo tra i contadini. I militari o interventi giudiziari contro Yingluck avrebbero l’effetto di accendere le manifestazioni delle magliette rosse per il paese. Comunque l’impossibilità del governo di pagare gli agricoltori, poiché il governo ha solo funzioni limitate, crea una crescente costernazione contro il governo Yingluck che minaccia di sfidare l’essenza della promessa populista originaria di Thaksin.

Conclusioni

Mentre la crisi persiste, continua a crescere l’ombra dei militari che sembrano essere davvero l’unica istituzione stabile del paese. Sebbene il suo comando sia imbevuto di ultra realismo anti Thaksin si è superficialmente stabilito come un arbitro apparente, rifiutando però di prendere ordini da un primo ministro eletto. Se il governo di Yingluck dovesse essere rimpiazzato da riformatori non eletti orientati da Suthep, i militari avrebbero persino maggior autorità, dal momento che ultra realisti perché sarebbe garantito loro più potere per impedire che governi eletti si accaparrino influenza nei loro ranghi. Nel frattempo con i militari che mantengono un’influenza politia enorme in quest itempi caotici, ogni sviluppo democratico, controllo civile e demilitarizzazione della società diventeranno più difficili da conquistare.

La democrazia thailandese oggi resta senza consolidamento mentre solo la polizia è controllata da civili eletti. I militari continuano comunque ad essere isolati dal controllo civile. E’ chiaro che la riforma del settore della sicurezza ha fatto quasi nessun passo in avanti. Inoltre il ruolo dei militari nell’erosione della democrazia giunge mentre in altri paesi si assiste a fenomeni simili compreso repressioni come in Egitto, Siria, Cambogia e Ucraina. Quello che rende la Thailandia differente è che, mentre un livello basso di guerra civile sembra bloccare il paese e l’avvicinarsi della successione reale, i militari del paese sembrano sembrano forse fortificarsi come gli attori nascosti con potere di veto, sostenuti dal monarca, per il futuro immediato.

Paul Chambers, www.w-ier.info