Thailandia: il governo autocratico secondo lo storico Craig J. Reynolds

governo autocraticoIn quasi tutte le nazioni la gente vuole poter votare, vuole il diritto di eleggere i propri capi e formano i partiti che poi esprimono i propri rappresentanti che corrono per la carica elettiva. Ma le elezioni non sono una guida affidabile che ci possa dire molto sul come funziona un governo, e nel comprendere la politica thailandese, credo porre troppa attenzione alla politica delle elezioni è fuorviante. Le attività dei partiti politici e le elezioni oscurano il funzionamento della politica thailandese. Confesso che forse posso sottovalutare la politica elettorale poiché, quando venni a vivere per la prima volta in Thailandia come Volontario del Peace Corps, i partiti politici e le elezioni non contavano molto. Arrivai in Thailandia come un agente dell’imperialismo americano, una forma leggera che si collegava benissimo con le forme più forti che venivano usate dal governo americano durante la guerra fredda. Quando nel settembre 1963 arrivai per la prima volta in Thailandia, era primo ministro Sarit Thanarat. Ero praticamente un impiegato del governo di Sarit, e dopo la sua morte nel dicembre 1963 quando Thanom e Prapat subentrarono al governo, ero ancora un impiegato di una dittatura militare. Allora elezioni e partiti non contavano e credo che ancora non importano moltissimo.

Ho due idee da presentare in questa conferenza:

La prima, credo che dovremmo capire meglio lo stato thailandese. Secondo me, gli analisti e gli studiosi non lo descrivono accuratamente. Lo stato non è qualcosa di monolitico, è formato da varie parti, molte unità autonome che spesso agiscono senza una propria autorità, ed abbiamo bisogno di un modello, concetto o paradigma migliori per comprendere lo stato thailandese, chi o cosa agisce con l’assistenza dello stato, e come interagiscono tra loro le varie differenti parti. Gli studiosi della politica thailandese in particolare amano parlare de “lo stato” di quanto esso sia potente. Credo che questa sia una illusione. Lo Stato non è affatto potente. Tornerò su questo punto dopo.

La seconda idea ha a che fare con i vicini thailandesi nel Sudest Asiatico continentale. Voglio allontanarmi un po’ dalla Thailandia e guardare alla nazione come appartenente ad un insieme di nazioni storicamente connesse con sistemi che hanno molto in comune. Siam o Thailandia non fu direttamente colonizzata, ma prese in prestito molte caratteristiche dello stato coloniale ed usò i rappresentanti coloniali nelle sue riforme a partire dal 1890. Durante le dimostrazioni e le violenze dello scorso anno, fu fatto un paragone occasionale tra la Thailandia e il governo militare in Birmania, ma altrimenti, non c’erano commenti sul posto della Thailandia tra i suoi vicini continentali. Il pubblico dibattito ed anche quello su internet era molto introverso. Considerate le grandi dimostrazioni e l’occupazione del Ratchapraong, è comprensibile la ragione per cui l’interesse fosse focalizzato sulla politica thailandese. Ma c’è una dimensione regionale che ci aiuta a capire l’impacciata danza della Thailandia con la democrazia nei decenni.

Dalla fine del colonialismo dopo la seconda guerra mondiale, la democrazia è stata un problema nel Sudest Asiatico continentale, cioè di tutta l’area ad eccezione di Filippine ed Indonesia. I governi eletti in carica nella regione sono di solito governi a partito unico. I governi autoritari amano le elezioni poiché i capi possono dire al mondo intero di essere giunti al potere attraverso un processo elettorale. Non si fa spesso la distinzione tra elezioni e democrazia . Le elezioni non ci danno automaticamente la democrazia. Se non sono libere e competitive, la democrazia partecipativa è impossibile. La compravendita del voto è un tema ricorrente e che porta al credo che le elezioni sono determinate. C’è un altro problema. La cultura politica in una democrazia partecipativa ha bisogno di essere tollerante del dissenso. Al contrario nel Sudest Asiatico, quelli che sono già al potere lottano per limitare il dissenso e manipolare la democrazia per assicurare il proprio perdurare al potere. Talvolta riescono ad assicurare la permanenza del comando. Questo è certamente ciò che motivava il colonnello di polizia Thaksin Shinawatra quando era primo ministro e dirigeva il partito come un cartello: voleva rimanere al potere per più tempo possibile.

Per capire meglio questo punto, diamo uno sguardo nella regione. In Birmania l’esercito ha governato per quasi 50 anni dal 1962. Ci sono stati due leader forti dall’indipendenza: il generale Ne Win e il generale Than Shwe, l’ultimo conosciuto come Il grande protettore e l’Unificatore e che sembra aver abbandonato la gestione giornaliera del potere. Ci sono state elezioni lo scorso anno e ci sono alcune prove dell’allentamento della dittatura militare. Aung San Suu Kyi è stata rilasciata dagli arresti domiciliari ma non ha grande libertà di movimento. Essa stessa esibisce qualche tendenza autocratica, rifiutando per esempio di far partecipare NLD alle elezioni scorse, e continua ad insistere che le sanzioni debbano restare anche se molti analisti e attivisti credono che le sanzioni stiano facendo del male piuttosto che aiutare la situazione. In ogni caso, anche se i militari avessero allentato il controllo appena appena, un qualche genere di controllo militare sembra inevitabile in Birmania persino in un distante futuro.

In Cambogia, è al potere un uomo forte decenni dopo la sua salita al potere con l’aiuto delle armate vietnamite durante la loro occupazione militare della nazione. Hu Sen è stato un membro dei Khmer Rossi. Sin dal ristabilimento della sovranità Cambogia nel 1993, Hu Sen è stata la figura principale nella coalizione al governo del Cambodian People’s Party e il partito realista. Hanno le elezioni in Cambogia, ma Hu Sen è stato primo ministro con poche interruzioni sin dal 1985. E’ un governo autocratico. C’è stabilità ma non ci sono prove di un piano di successione.

Il Laos è stata una repubblica socialista a partito unico sin dal dicembre 1975. L’unico partito legale è quello al potere, Lao People’s Revolutionary Party. Il governo è diretto da un piccolo politburo e un comitato centrale più grande di 49 membri. C’erano le elezioni nel 1992 per un’assemblea nazionale di 85 membri ed ancora nel 2006 quando fu espansa a 115 membri. L’Assembra Nazionale elegge i nuovi leader ogni 5 anni, ed a giugno ha rieletto il segretario generale del partito. C’è un piano di successione per il capo del governo benché sia possibile una rielezione. Come la Cambogia, c’è stabilità. Ma diversamente da essa, c’è un piano di successione regolare per il capo del governo che proviene dal partito unico che comanda.

Anche la Repubblica socialista del Vietnam è uno stato con partito unico. Secondo la nuova costituzione del 1992 il Partito Comunista del Vietnam ha un controllo fermo sul governo e la politica e solo le organizzazioni affiliare al partito possono individuare dei candidati nelle elezioni nazionali. L’Assemblea Nazionale è formata da 498 membri la cui ultima elezione avvenne nel 2007 e ci sono alcuni membri non del partito. Ma è ancora il governo del partito unico.

In Malesia c’è una attività multipartitica ma l’UMNO, il partito dominante nella coalizione di governo sin dall’indipendenza, cambia l costituzione in suo favore e regolarmente arrangiare l’elettorato per mantenere il suo vantaggio elettorale. Le proteste e le manifestazioni pubbliche di inizio luglio miravano a contrastare l’UMNO e la coalizione BN di governo insieme alla stretta che hanno sulla politica malese. Negare la democrazia partecipativa sembra essere stata una politica dell’UMNO. Lo scorso ottobre il vecchio premier malese per 22 anni, Mahathir Mohamad, dichiarò in un discorso che la democrazia ha fallito in molte nazioni e il governo autoritario potrebbe essere la risposta. Ha praticato quello che ora predica. La Malesia ha un governo autocratico da quasi un secolo di un partito solo.

Nel mio insegnamento di storia sul Sudest Asiatico Continentale, di solito non includo Singapore, ma qui lo includerò come un altro esempio di dominio del partito unico. Potremmo definire il sistema politico di Singapore come socialismo non comunista. Lì il PAP ha vinto ogni elezione dall’indipendenza del 1959. Se altri partiti danno luogo ad un’opposizione significativa, il PAP li distrugge mantenendo quindi il dominio del partito unico. L’opposizione parlamentare con una forte e popolare leadership è talvolta distrutta finanziariamente mediante le denunce in tribunale. La lezione interessante da questo paragone con Singapore è che la famiglia Lee ha giocato un ruolo nel continuare il dominio del partito unico del PAP.

Per inciso, nelle elezioni del 2006 300 mila votanti anziani e di basso reddito ricevettero circa 500 dollari di Singapore sul proprio conto bancario subito prima delle elezioni, e ricevettero la stessa somma ancora un anno dopo nel 2007. Non si parla di compravendita di voto a Singapore. Queste sovvenzioni migliorarono la prospettiva del PAP ed aiutarono ad assicurare la sua permanenza al potere, ma nessuno chiama queste sovvenzioni compravendita di voto. Sembra che questo accada solo in Thailandia.

Cosa vediamo quindi? Birmania, Cambogia, Laos, Vietnam e Singapore sono tutti stati a partito unico che li governa sin dalla fine del giogo coloniale. Hanno tutti governi relativamente stabili; in Laos e Vietnam delle regolari procedure di successione assicurano la rielezione di capi originati da un gruppo controllati di candidati. A Singapore accade qualcosa di simile con il dominio della famiglia Lee che gioca il ruolo più importante. In Birmania e Cambogia sembra che si abbia qualcosa di simile al governo di un uomo forte. E con la violenza politica? Di recente, se ci limitiamo a paragonare i soli incidenti di massa con alto numero di morti, solo la Birmania nel 1988, 3200 a marzo ed agosto, e nel 2009 con 138 morti. Gli incidenti razziali malesi del 1969 costarono la vita a 200 persone.

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Cosa c’è da concludere? Vedo il sudest asiatico come una regione di sistemi politici autocratici dove i governi sono dominati dal partito unico, etnico, socialista, militare. Singapore e la Malesia non sono le eccezioni. Questa regione di sistemi politici autocratici è il vicinato immediato in cui ci si aspetta che la democrazia thailandese metta radici e fiorisca. Quali possibilità ha la Thailandia di crescere una democrazia di partecipazione in questo vicinato? Ed è uno ruvido, forse non c’è tanta violenza politica aperta, ma ci sono molti musi duri, soldati e polizia con le armi, per reprimere il dissenso. Gli amministratori hanno prestato servizio nelle forze armate; i soldati sono addestrati come amministratori e non solo come guerrieri. Concludo dicendo che la Thailandia non è un caso eccezionale in questo vicinato, si trova bene in questo vicinato ed ha relazioni amichevoli con le nazioni intorno ad essa. Il sistema politico thailandese appartiene ad un campo politico regionale con caratteristiche sistemiche che favoriscono il dominio autoritario, ed esso, per me, non è il regime di un dittatore, benché possa essere accaduto, ma può avvenire mediante il partito unico, un partito dominato da una famiglia, o un singolo partito che domina una coalizione.

Potremmo chiederci perché il governo autoritario è così fermamente incastellato nella regione nel periodo seguente all’indipendenza dopo la seconda guerra mondiale.

Credo ci siano due ragioni. Una è che tutte questi stati hanno avuto nelle loro storie premoderne monarchie assolute che non potevano tollerare una opposizione leale. In un sistema del genere essere all’opposizione è essere in ribellione contro l’autorità sovrana. Il colonialismo pulì quasi del tutto le monarchie assolute, ma qui e lì ritroviamo una piccola monarchia risparmiata nel periodo postcoloniale: Cambogia, Malesia e naturalmente Thailandia, dove la monarchia con l’aiuto delle forze armate e dell’astuzia politica del monarca, ha dimostrato una buona resistenza e capacità di ricostruirsi dalle mere circostanze a metà degli anni 30 e ancora negli anni 40.

La seconda ragione è che anche i regimi coloniali non tolleravano un’opposizione e che essere all’opposizione significava ribellarsi all’autorità sovrana. Per dirla in altra maniera, non c’era una possibilità legale di essere all’opposizione. Opporsi all’autorità sovrana significava agire illegalmente, commettere un reato. Tutte queste nazioni hanno ereditato dalle potenze imperiali che le colonizzarono le leggi di sicurezza. La Thailandia la prese dalla Pax Americana in Southeast Asia che durò fino agli anni 70. Il gioco coloniale rinforzò la tradizione monarchica e chiunque prendeva posizione contro il governo del momento era un ribelle.

Oggi chiunque prenda posizione contro il governo del momento è un ribelle. In Thailandia degli anni 50 i principali oppositori politici erano ritenuto comunisti, o loro simpatizzanti, e la polizia responsabile per la repressione del dissenso era Santibal, la polizia politica. Santibal può essere tradotta letteralmente come “Peace Force”

Dove sta la Thailandia? Ha ora un governo autocratico? Abbiamo avuto da poco l’elezione nazionale ed abbiamo una donna come primo ministro. Il popolo ha parlato. Discutiamo un po’ sulla storia politica thailandese e la sua cultura politica.

La combinazione di autocrazia e democrazia, o democrazia e autocrazia, è profonda nella coscienza politica dell’elite thailandese. Alcuni giorni prima della rivoluzione del 1932 e la fine della monarchia assoluta, il re Prajadhipok pensò di garantire una costituzione, ma era attaccato alla speranza che si sarebbe potuto incoraggiare i thailandesi a sostenere la monarchia assoluta. Re Prajadhipok si espresse così: “La nostra nazione usa un sistema dittatoriale di governo, ma il nostro sistema non è come le altre dittature. Al contrario, ha molte caratteristiche di democrazia. E’ quindi un sistema ibrido, e non abbiamo ancora deciso che sistema seguire.” Politologi occidentali e thailandesi hanno scritto molto sulla “semidemocrazia” in Thailandia. Davvero Semidemocrazia (Khruang bai in Thai) sarebbe un buon compendio di quello che re Prajadhipok diceva. Sono passati decenni ma non c’è stato miglioramento. A questo punto sembra “un quartodemocrazia” o anche meno. La storia e il passar del tempo hanno soltanto invertito la formulazione “la nostra nazione un sistema democratico di governo, ma ha molte caratteristiche di dittatura.” la figura dal doppio volto del dittatore buono o del despota illuminato ancora si affaccia grande nell mente dei pensatori politici thailandesi mentre si domandano sul reale significato dell’evento del 1932. Credo che una delle ragioni per cui la cosiddetta rivoluzione thailandese del 1932 è così studiata male e poco capita è perché nella mentalità thai il despota illuminato è ancora vivo oggi. Il termine thai detkhat è una delle parole chiave della cultura politica thailandese. E’ importante per i capi thailandesi essere decisivi, energici, “assoluti”.

Sin dagli anni 30 quando il fascismo era in voga nel mondo, i thailandesi hanno ammirato i capi dorti guardando al fascismo di Mussolini per la sua ideologia anticomunista. Il termine era usato in modo di approvazione nella stampa di Bangkok tra gli anni 20 e 30. Una biografia thailandese di Mussolini fu pubblicata nel 1932. Ma non era tanto la sua ideologia che i capi politici thailandesi ammiravano quanto lo stile personale dell’uomo forte oppure una variante meno dura segnata dalla eroicità che attraeva i pensatori e capi politici thailandesi. I leader mondiali come DeValera, Stalin, Hitler, gandhi, Nehru, Chiangkaishek, Mao richiamavano anche l’attenzione, una lista apparentemente bizzarra di nazionalisti, comunisti, pacifisti e anche fascisti. Luang Wichit Watthakan ne scriveva con grande ammirazione. Nel suo libro “Strategies for creating Greatness” del 1952 la lista includeva anche varie donne eroiche. Questo autore scrisse molti articoli e libri di successo e mostrava perché la gente dovrebbe essere ammirata per la loro forza della mente, il potere di concentrazione, sicurezza e forza di volontà.

Questa tipo di ammirazione per persone forti che potevano scuotere il mondo con le loro parole e azioni non fu un fenomeno solo thailandese. Questo ideale di uomo che fa gli eventi ha avuto una vita lunga in Thailandia. Nelle proteste della primavera 2010 a Bangkok un giornalista a Chiang Mai vide ritratti di Gandhi, Mandela e Che Guevara. Al loro fianco quello di Taksin Shinawatra. Mentre questi uomini hanno poteri sugli altri uomini, questo allineamento di capi mondiali famosi suggerisce che è un potere amorale ad essere ammirato indipendentemente dalle ideologie che rappresentano. Queste persone famose hanno qualcosa in comune. Oltre al potere amorale, hanno quello strano composto che chiamiamo carisma che li rende dei capi naturali.

Se guardiamo al panorama socio-politico della regione più largamente, non credo che il fascismo ci aiuti a comprendere la leadership militarista in Thailandia. Invece, lo stile personale della leadership che alcuni osservatori vogliono etichettare come fascismo è meglio compreso in altri termini. La leadership forte, se necessario una forte con carri armati e armi, è tanto ammirata quanto mal sopportata in Thailandia, e c’è un elemento definito buddista in questo stile di leadership. L’uomo forte, sia che abbia o meno un retroterra nelle forze armate o servizi di sicurezza, è talvolta di comportamento ascetico, e molto ammirato per la disciplina personale e poteri di autocontrollo. Vari primi ministri, e possibili tali, si trovano in questa descrizione. Il giornalista di stanza in Thailandia, Chang Noi, ha descritto questa variante di leadership come un amalgama tra un monaco e un gangster, l’sceta e l’uomo forte in una persona, sempre naturalmente, maschile. L’attuale capo del Consiglio del Re, il generale Prem Tinsulanonda, fu nominato come caso in questione, come pure Chamlong Srimuang, leader delle magliette gialle.

Si può capire questo tipo di leadership personalizzata passando al concetto di “randi uomini” tipici di altre parti del mondo, compreso le nazioni del pacifico. Nelle culture della regione “il grande uomo” è chiamato “uomo di valore” e deve la sua pretesa all’autorità su quello che fa, non sul lignaggio. Nei regni postmoderni della regione non esisteva la legge della primogenitura. Accadeva spesso l’usurpazione, con mezzi fratelli di queste società poligame pronti ad avanzare le loro pretese al trono sulla base delle linee di padre o di madre che rafforzavano queste richieste. L’uomo di valore garantiva a chi lo sosteneva la terra o la sovranità su popolazioni soggiogate. Era generoso con questi regali e senza riguardo per chi arrivava in ritardo a dichiarare la loro lealtà. Come i grandi uomini della Melanesia, i governanti allargavano le loro sfere di influenza e creavano reti sopra locali attraverso la generosità, calcolata per attrarre sostenitori leali. Redistribuivano i doni acquisiti attraverso il commercio o il saccheggio al loro seguito. Nel mondo di oggi, invece di parlare di commercio oppure saccheggio, si pensi ai “contratti di affari”, partiti politici. Questa tradizione ci aiuta a considerare la pratica di oggi di costruire collegi politici comprando i voti nelle elezioni nazionali. I governanti accumulavano capitale sociale ed estendevano l’egemonia.

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“Il dono redistribuito” lo si può capire nel governo di Thaksin Shinawatra nel progetto sanitario di 30 baht e nel milione di baht per ogni villaggio che non sono tanto una politica del governo quanto la redistribuzione della generosità per costituirsi il collegio elettorale politico.

I “grandi uomini” possono dominare per qualche tempo ma ovunque c’è un piccolo grande uomo che vuole prendere il loro posto e che lotta per accrescere la propria abilità in competizione l’un con l’altro. Alla fine vogliono sfidare il “grande uomo” che ha già raggiunto il successo. Nel periodo coloniale ultimo nella regione continentale le rivolte erano condotte da “piccoli grandi uomini”. Queste figure sono note in Thai come phu mi bun (uomini di merito). Queste rivolte di uomini santi furono le prime forme di populismo redistributivo condotti da uomini di valore che erano stati messi da parte dallo stato colonizzante, sia occidentale che indigeno come in Thailandia. Fascini, amuleti ed una reputazione di forza soprannaturale aiutava ad attrarre e mobilitare i sostenitori. Nei tempi moderni in Thailandia, l’uomo di merito potrebbe essere un generale di alto rango che ha fatto carriera, diventato primo ministro e servito il re con distinzione. O potrebbe essere un uomo di affari di successo che ha fatto fortuna vendendo telefonia ai servizi di sicurezza. Qualunque sia la modalità di trasformazione nel tempo moderno, il governo autocratico nella Thailandia di oggi ha le sue radici in una forma antecedente di una economia politica di leadership. Questa forma antecedente valorizzava l’uomo che poteva essere sia generoso che crudele. Ripagava chi lo sosteneva e puniva i rivali e chi competeva pen detkhat. La perdurante popolarità di questo genere di leadership nella regione non dovrebbe mai essere sottostimata ed è molto presente.

Se questa è la norma nella regione quali sono le implicazioni per comprendere lo stato? Così voglio tornare al primo punto detto prima, il bisogno di comprendere lo stato thailandese. Cosa è lo stato Thailandese? A cosa somiglia? Se potessimo visualizzarlo, a cosa assomiglierebbe? Chi agisce per lo stato Thailandese? Chi o cosa agisce con l’appoggio dello stato? Come interagiscono le parti differenti? Il primo ministro è al centro? Il re è al centro? E’ dopo tutto il capo dello stato?

La struttura semplificata dello stato thailandese.

governo autocraticoDimentichiamo la struttura del governo, il corpo legislativo, il parlamento, il primo ministro, la magistratura. Pensiamo allo stato Thailandese come ad una massa di relazioni interconnesse, alleanze e lotte tra i tanti centri di potere spesso in competizione l’un con l’altro.

Immaginiamo ancora una struttura di legno in arrampicata come si trovano nei parchi giochi dove i legami sono fatti di cavi intrecciati flessibili piuttosto che funi e sono uniti insieme nei punti di congiunzione. Questi punti dove i cavi si connettono sono i nodi del potere: istituzioni come il parlamento, la polizia con le sue fazioni, l’esercito con le sue fazioni, e l’ufficio del primo ministro; i gruppi degli affari, unità della burocrazia come il ministero dell’interno o degli affari esteri o subunità di questi; ed il palazzo o palazzi. Ognuno di questi nodi di potere può avere una sua autonomia, operare senza che gli sia chiesto o detto qualcosa. Una letteratura di studiosi sui “nodi del governo” e le loro varietà mostra che questo concetto di stato è diffuso nel mondo. Ci sono forme di attività governativa al di fuori dello stato e la pluralizzazione e autonomia che non è pianificata o anticipata o autorizzata.

Ognuno aspira ad essere prossimo al potere dovunque si trovi, e l’accesso al profitto. E’ importante per chi aspira al potere e al profitto di essere flessibile e capace di cambiare direzione velocemente con il cambio di condizioni. E’ questa la ragione per cui lo spirito imprenditoriale è molto valutato nello stato thailandese; la gente ha bisogno di rispondere immediatamente alle cambiate circostanze, proprio come un uomo di affari ha bisogno di essere flessibile e rispondere in fretta ai cambiamenti nell’economia o nel mercato. Infatti molti dei nodi del potere funzionano come impresa. Allo stesso tempo l’apprensione di come reagiranno gli altri ai nodi di potere è un controllo sull’azione forte e possono rallentare la decisione. Ci sono certe caratteristiche del sistema che rallentano deliberatamente le cose. E’ importante l’essere flessibile e adattabile, come pure l’essere cauto, diffidente e resiliente. Si potrebbe dire che i nodi di potere/ punti di connessione sono organici, si possono riprodurre. La famiglia reale/istituzione suprema non è il solo nodo capace di riprodursi a tutti i costi ma lo sono le forze armate, la polizia, la corporazione degli affari con forti legami ai centri di potere.

Come si connettono questi nodi o centri di potere? Cosa percorre le condotte dei cavi tra i vari punti di connessione? Ecco alcuni esempi.

Cose, specialmente di natura materiale. Doni, regali (verso il basso o verso l’alto); sovvenzioni, pagamenti, tasse, corruzione, incentivi materiali a fare le cose.
Informazione e “intelligence” di natura politica, economica e di sicurezza, segreti, avvisi e suggerimenti, talvolta veri talvolta fuorvianti, di sviluppi prossimi, di opportunità previste non solo commerciali. Conoscenza di tutti i generi. Le dicerie si dice siano la conoscenza di chi non ha potere, ma in questo stato sono necessari per il movimento delle cose tra i nodi.
Ordini e richieste, urgenti che richiedono decisioni veloci, suppliche, crediti e debiti per favori, obblighi, accordi, comprensione formale e informale, contratti. La carta è talvolta richiesta ma talvolta una sola telefonata è buona per fare procedere le cose.
Di contro qualunque cosa si muove tra i punti può incontrare resistenza, aggravi, impedenza, ostruzione o rifiuto aperto. Gelosia e sfiducia motivano l’azione. Disinformazione e dissenso possono preservare l’integrità della relazione.
Le relazione tra i nodi possono essere per sangue o matrimonio; o legami di vita basati sulla scuola, università, accademia o forze armate; amicizia, cameratismo e lealtà formatasi in tutti i campi della vita; legami di reciprocità e mutua assistenza che fluiscono da queste connessioni.
La concentrazione del potere ai nodi cambia secondo il momento storico. Il movimento e il dinamismo rende capace allo stato thailandese di raddrizzarsi se ci sono troppe tensioni o conflitti come fece nel 2005 2006 portando al colpo di stato del settembre. L’analisi ricorda qui il modello strutturale funzionale e la teoria dei sistemi che furono abbandonati tempo fa dai teorici dello stato moderno. Per i nostri scopi qui è utile prendere il modello strutturale funzionale.

I golpe del 1991 e 2006 sorpresero tutti gli osservatori, giornalisti, studiosi thai e occidentali, studiosi di sicurezza, che per loro ammissione furono presi mentre dormivano. E c’è una ragione per questo. Lo stato thailandese non può essere compreso propriamente con il linguaggio usato per descriverlo. Gli occhiali attraverso cui l’osserviamo ha bisogno di nuove lenti. Ora le vediamo fuori fuoco e tutto sembra annebbiato.

Questo disegno dello stato thailandese mostra una comprensione più realistica di come le cose funzionino. Si può parlare non solo di monarchia della rete ma anche di qualunque altro nodo di potere. Perché tutto questo intreccio di nodi di potere continua a prevalere? E’ un sistema che produce molteplici centri di governo, tutti autocratici. L’intreccio di nodi e cavi continua a prevalere perché è un controllo sul governo autocratico. Vogliamo un leader forte ma non ci piace che controlli troppi nodi. Se c’è troppo controllo, troppo tat sin jai yang detkhat , decisioni decisive il sistema è scosso dalla posizione di equilibrio. Molti si sentono insicuri quando questo accade, come Thaksin che controlla.

Concludendo personalmente sono ottimista. Assumo sempre che le cose miglioreranno. Mi alzo la mattina pensando che avrò una bella giornata anche se ho qualcosa di cui preoccuparmi. E questo vale su tutti i campi. Il prossimo primo ministro deve essere meglio perché il precedente era terribile, debole ed indeciso. Non era un detkhat.

Ma sulla politica thailandese sono pessimista. Non ho nulla da suggerire. Le cose non andranno meglio per molto tempo a causa di questa tradizione autocratica che ci ha accompagnato da tanto tempo, e a causa dei centri di potere che sostituiscono lo stato. I nodi del governo possono agire in autonomia.

Non credo sia possibile muoversi in avanti, è impossibile fare un singolo passo in avanti, finché non comprendiamo ciò che davvero c’è in questa regione dei vicini della Thailandia come pure qui. Ovunque c’è un governo autocratico e la gente lo vuole, oppure lo ha, piace averlo e non vuole abbandonarlo.

Conferenza a Chang Mai di Craig J. Reynolds del 3 agosto.
Pubblicato da prachatai, giornale thailandese online
http://www.prachatai3.info/english/node/2720