Uso sistematico e metodico della tortura nel Myanmar dopo il golpe

Sin da quando i militari birmani del Tatmadaw hanno preso il potere il 1 febbraio 2021, fanno un uso sistematico e metodico della tortura sulle persone arrestate e detenute in tutto il Myanmar usando qualunque luogo dai municipi alle prigioni alle case o nelle chiese.

E’ quanto ha trovato un’inchiesta di The Associated Press che ha intervistato 28 persone prima arrestate e poi rilasciate, le cui dichiarazioni hanno trovato conferme nelle testimonianze di alcuni militari che hanno disertato passando alla resistenza.

Dal golpe la polizia e il Tatmadaw del Myanmar hanno arrestato oltre 9000 persone, che sono state portate in centri segreti di detenzione, ed hanno ucciso almeno 1200 persone.

i luoghi delle torture metodiche e sistematiche in Birmania. Foto satellitare (Planet Labs via AP)

“Non c’era un attimo di tregua, era una cosa costante” dice uno degli intervistati parlando delle torture subite, dalle pinze attaccategli alla pelle ai calci in petto fino a non poter respirare più. Era stato arrestato con un amico mentre tornavano a casa in bicicletta e portati nella sala del municipio usato come prigione e centro di tortura.

Tutti i detenuti provengono da tutti gli angoli del paese, da tutte le nazioni ed etnie, da tutti gli stati sociali, giovani o religiosi, arrestati per le proteste ma anche senza motivo apparente.

Il Tatmadaw ha usato il suo armamentario di sempre per le torture, usato precedentemente nelle zone etniche, ma ora portate anche nel cuore delle regioni Bamar.

Privazione di sonno, alimenti ed acqua, elettroshock, costretti a saltare come rane, percosse continue con canne di bambù riempite di cemento, pugni, mazze: sono le tecniche continue usate.

A cambiare questa volta è che le torture sono le peggiori di sempre per severità ed espansione e da Febbraio dei 1218 morti per mano delle forze di sicurezza, almeno 131 persone sono morte per tortura sotto interrogatorio.

“Le torture iniziano per strada o nelle case degli arrestati, ed alcuni muoiono prima di arrivare al centro di detenzione. Credo che per molti versi i militari sono diventati ancor più brutali” dice Ko Bo Kyi di Assistance Association for Political Prisoners.

“Nel nostro paese dopo essere arrestati ingiustamente c’è la tortura, la violenza e gli assalti sessuali che accadono sempre” dice un capitano Lin Htet Aung passato alla resistenza. “Persino un prigioniero di guerra deve essere curato secondo la legge. E’ tutto sparito col golpe e il mondo deve saperlo”.

Le tecniche di interrogatorio e tortura sono insegnate e tramandate e lo scopo è solo uno.

“Non ci interessa come otteniate le informazioni, basta che le abbiate” è nelle linee guida tramandate dai superiori.

Alcuni giorni fa, poco prima della decisione dell’ASEAN di non invitare il capo dei militari birmani ai propri incontri, i militari hanno annunciato la liberazione di 1300 civili dalle carceri e la caduta delle accuse contro altri 4300 indagati in attesa di processo.

Molti dei rilasciati sono stati riarrestati di nuovo nei giorni seguenti e tutti gli arrestati hanno dovuto firmare di restare fedeli al Tatmadaw e alla giunta, quando non hanno firmato un foglio in bianco.

Le stesse condizioni di detenzione sono di assoluta inumanità per numero di detenuti costretti a dormire insieme sul nudo cemento, per la sporcizia, l’assenza di acqua potabile, per assenza di servizi, la continua presenza di scarafaggi e l’assenza di aiuto medico.

“Un detenuto ha descritto il tentativo inutile di aiuto medico per il suo amico di 18 anni picchiato duramente ai testicoli con un mattone e con gli stivali di chi lo interrogava.” è il racconto di un altro intervistato.

“Mi ero infettato. L’intero dormitorio era pieno di persone infette. Tutti avevano perso il senso dell’olfatto” dice una donna che si è vista morire un’amica di prigione di Covid.

Il senso di totale impunità dei militari è tale che spesso i detenuti o chi è sotto interrogatorio sentono dire:

Qui nei centri di interrogatorio dei militari non abbiamo legge. Abbiamo le armi e possiamo ucciderti e farti sparire se lo vogliamo e nessuno lo saprà mai.

Quando provano a coprire i propri abusi i militari infilano una fiala di glucosio nel corpo morto e martoriato del detenuto.

Il racconto di un sergente passato alla resistenza è chiaro e fa notare il modo sistematico e metodico delle torture imposte.

“Arrestano, picchiano e torturano troppa gente. Lo fanno a chiunque è arrestato” dice il sergente che ha visto torturare ed uccidere due uomini in una base dello stato Chin.

I due furono picchiati con calci e con le armi e messi in carcere e muoiono a poca distanza uno dall’altro. Poi vengono inviati morti all’ospedale di Kalay con le fiale di glucosio attaccate.

“Costrinsero il medico militare di Kalay a scrivere nel rapporto sulla biopsia del torace che erano morti per propri problemi. Poi immediatamente cremarono i corpi”

L’ordine di insabbiare la ragione delle morti giunge direttamente dal comandante delle operazioni tattiche Colonnello Saw Tun e dal generale Myo Htut Hlaing, che sono i due ufficiali di alto grado destinati alla controinsorgenza nello stato Chin.

Una strategia usata nelle torture è di picchiare nei punti che possono essere nascosti dai vestiti, oppure con tecniche che non lasciassero segni visibili.

“Loro si assicurano di colpirti affinché solo la tua parte interna è danneggiata, oppure ti picchiano sulle spalle o il petto o le gambe dove le ferite non sono visibili” dice un altro prigioniero.

Sono anche usati oggetti in gomma perché non lascino segni visibili, un esempio di tortura invisibile.

“Sembra indicare che i torturatori non vogliano essere scoperti” dice Andrew Jefferson di Danish Institute Against Torture. “Pochissimi vengono poi condannati e quindi non capiscono perché si interessano a nasconderle”

“Questa è una tattica che le dittature usato da moltissimo” dice Matthew Smith di Fortify Rights. “Quello che credo che le autorità tentino di fare è di iniettare almeno un po’ di dubbio nelle accuse che quella persona potrà fare di essere stata davvero torturata”

“Dei prigionieri intervistati da AP una dozzina erano donne e bambini, molte delle quali abusate sessualmente. Mentre gli uomini hanno visto gravi torture fisiche le donne erano spesso torturate psicologicamente spesso con la minaccia di essere stuprate.

La giovane su ricorda di stare in ginocchio con le mani alzate mentre i soldati le dicevano, ‘preparati per il tuo turno’ Ricorda di aver camminato tra due fila di soldati che la schernivano dicendo ‘mantieniti in forma per domani’…

I responsabili della prigione dissero a Su di non raccontare quello che accadeva dentro alla gente una volta uscita. Le dissero: ‘siamo stati davvero bravi con te. Racconta alla gente qualcosa di buono su di noi’. Su disse ‘quali cose buone?’….

Foto AP. Disegno di un prigioniero

Nel centro di detenzione di Shwe Pyi Thar a Yangon le donne avevano sempre più paura della notte quando i soldati si ubriacavano e andavano nelle loro celle.

‘Sapete bene dove siete, giusto? Possiamo stuprarvi e uccidervi qui’ dicevano i soldati”

Il Tatmadaw da sempre ha usato lo stupro come un’arma contro le popolazioni etniche, contro le donne e ragazze Rohingya nella pulizia etnica del Rakhine nel 2017.

“Anche se non ci stuprarono fisicamente ci sentivamo tutte come se ci stuprassero verbalmente ogni giorno perché ascoltavamo ogni notte le loro minacce” racconta Cho, una militante arrestata insieme al marito, occasionalmente picchiata e tenuta in isolamento per 2 settimane.

Le torture sono state così intense per un giovane di 17 anni, che ha subito la sutura di una ferita alla testa con un ago da cucire, senza alcuna medicina per il dolore, che dopo la sua liberazione ha detto a chi lo ha intervistato:

“Se provassero mai ad arrestarmi di nuovo non glielo lascerò fare. Preferisco suicidarmi”

“Dopo che ci presero, so che la loro mente ed il loro cuore non sono come quelli della gente come noi. Sono dei mostri” dice quel diciassettenne che di giorno viene pedinato da due militari.

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