Ancora una volta la detenzione arbitraria in Thailandia

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Se la pazzia è ripetere sempre la stessa cosa attendendosi un risultato diverso, gli autori del XII golpe della Thailandia dalla monarchia assoluta devono ancora imparare qualcosa dall’aforisma di Einstein.

Il nome viene letto in una trasmissione di vari minuti che interrompe le già scarne trasmissioni permesse nella programmazione televisiva nella Thailandia del dopo golpe. Un battito alla porta e decine di soldati entrano a casa tua per ricercare materiali critici della giunta o la monarchia, e sequestrare materiali di comunicazione. Si invia una lettera al dipartimento dell’Università dove una persona insegna o studia e il tuo nome è già scelto. Un numero ignoto ti telefona varie volte nei momenti più strani del giorno e della notte.
Questi sono i modi in cui la giunta militare thailandese NCPO ha individuato i suoi obiettivi della prossima detenzione arbitraria nella scorsa settimana. Sotto la guida del generale Prayuth Chanochoa, comandante dell’esercito reale thailandese, ed in nome di una “riforma” nebulosa, il NCPO ha portato avanti il XII golpe sin dalla fine della monarchia assoluta nel 1932. Usando le restrizioni poste in essere dalla dichiarazione della legge marziale due giorni prima, il NCPO ha dato un giro di vita sulla libertà di espressione dei media, ha messo fuori legge le proteste e la discussione politica ed ha iniziato ad arrestare quelli che definisce i suoi oppositori.

La giunta afferma che sono state convocate 253 persone mentre attivisti dei diritti umani hanno contato oltre 300 persone.
NCPO ha rifiutato di nominare i luoghi di detenzione. A causa della legge marziale chiunque può essere detenuto fino a 7 giorni senza accusa formale o prova da parte delle autorità. La detenzione può avere luogo in posti non regolari compreso le basi militari o qualunque posto designato alla giunta.
E’ stato il caso di  Thanapol Eawsakul, scrittore ed editore della stampa progressista Same Sky; di  Surapot Taweesak, lettore di filosofia e critico che di frequente scrive sul buddismo, e Pravit Rojanaphruk, giornalista del Nation tenuto per sette giorni in una base militare nella provincia Ratchaburi. Sukanya Preuksakasemsuk, attivista dei diritti umani e moglie di Somyot, che sconta 11 anni di carcere per il suo ruolo nella pubblicazione di due articoli con presunti contenuti antimonarchici, e i suoi due figli furono detenuti dopo una incursione nella loro casa il 25 di maggio. Dopo essere stati interrogati all’Army Club e dopo che hanno detto loro di “evitare di dare interviste, di unirsi a movimenti di protesta o di esprimere la propria opinione in pubblico per un po’ per mantenere la pace”, sono stati rilasciati.
Sebbene tra i detenuti ci siano stati politici di tutto lo spettro politico, ex personale di servizio e uomini di affari, i principali obiettivi sono stati i giornalisti, scrittori, attivisti, insegnanti e studenti che osano pensare in modo differente dal poter stabilito. A Mahasarakham una provincia del nordest, sono stati convocati alcuni lettori universitari critici a cui è stato detto di assimilare il messaggio dei militari e istruire i loro studenti a non scrivere messaggi che propagano le idee contro il golpe. Ci sono altr icasi di detenzione, quelli in cui le convocazioni sono state informali, messe in atto con l’arrivo di una Jeep o da una telefonata, in cui non si sa nulla delle condizioni, del luogo o della durata della detenzione.
Tutti quelli che sono rilasciati devono firmare una dichiarazione in cui afferiscono di non essere stati costretti, picchiati, torturati o feriti altrimenti. Non possono partecipare a manifestazioni o movimenti politici o lasciare il paese senza permesso de capo della giunta. La pena connessa alla violazione di queste condizioni è la stessa di quella che si ha per il non presentarsi: fin oa due anni di carcere e 1000 euro di multa.
Nonostante lo spettro della prigione o della multa, non tutte le persone convocate si sono presentate. Mentre il portavoce della giunta insiste che i detenuti saranno trattati bene, a non ispirare molta confidenza sono il trattamento dei detenuti nel meridione thailandese, dove la legge marziale dura da oltre 10 anni, né la volontà della giunta ad essere trasparente sui luoghi di detenzione. Quando gli è stato chiesto se i detenuti potevano portarsi un avvocato, il Colonnello Winthai Suntharee ha risposto che non c’era bisogno di un avvocato in quanto non erano accusati. La questione che si potrebbe chiedere, ma la giunta vietava domande di prova, è perché allora la gente dovesse essere detenuta.
Il colpo di stato non è qualcosa che la Thailandia non conosce. Il numero totale è diciannove (sette non riusciti) dalla fine della monarchia assoluta. La detenzione arbitraria è accaduta di frequente nella storia recente del paese, a volte come parte dell’apparato repressivo dello stato messo in essere da un capo autoritario zelante o dalla giunta dopo un golpe. Nel regime di Sarit Thanarat dal 1958 al 1973 e di Thanom Kittikhachorn gli individui considerati “delinquenti” potevano essere arrestati per un numero indefinito di periodi di 90 giorni. Dopo il massacro del 6 ottobre 1976 alla Thammasat University e il golpe del NARC, la giunta emise un ordine che permetteva la detenzione arbitraria di quelli definiti “pericolosi sociali” che includevano chiunque aveva idee di dissenso.
Gli ordini che permettevano la detenzione arbitraria di “delinquenti” o di “pericolosi sociali” furono revocati vari anni dopo la loro promulgazione. Entrambe le volte una nota era aggiunta alla legge di annullamento che spiegava che la detenzione arbitraria era un abuso del potere dello stato. Nel primo caso, nel 1974, la nota diceva che gli ordini contenevano “regolamenti che erano inappropriati e incompatibili con un sistema democratico”. Quando fu annullato il secondo nel 1979 la nota diceva che gli ordini e le pratiche che generavano erano esse stesse un pericolo per la società.
Appena una settimana dopo il colpo di stato la giunta annunciava di aver preso in considerazione l’istituzione di “centri di riconciliazione” per promuovere pace ed armonia. Citava la detenzione di persone di tutti i lati del campo politico, come un segno di comportamento giusto e equo. Eppure le convocazioni per presentarsi ai militari lette in pubblico creato paura e terrore, non cooperazione.
Quanto tempo ci vorrà affinché NCPO realizzi, come i suoi predecessori, che la detenzione arbitraria è non solo una deroga agli obblighi della Thailandia come stato partecipante alla Convenzione internazionale sui diritti politici e civili, ma non può mai esser una componente di un programma di “riforma” o di promozione di pace ed armonia, e figuriamoci della democrazia? I cittadini coraggiosi che continuano le proteste di strada contro la legge marziale, col rischio di essere arrestati già lo riconoscono. Il generale Prayuth deve ascoltare loro.

TYRELL HABERKORN, Opendemocracy.net

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