Aung San Suu Kyi, gruppi etnici e la democrazia

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In un discorso del 1989 fatto nella capitale dello stato Kachin Myitkyina, Aung San Suu Kyi ammoniva la folla che l’ascoltava con queste parole: “In questo momento, c’è un grande bisogno che i gruppi etnici si mettano assieme. Non possiamo avere l’atteggiamento di dire ‘sono kachin’, ‘sono Shan’, ‘sono birmano’ Dobbiamo avere l’atteggiamento di dire che siamo tutti compagni nella lotta per i diritti democratici”.

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Questo consiglio sarebbe potuto sembrare ragionevole in quel momento quando il paese era totalmente immerso nella lotta per la democrazia. Ma il commento era anche sbagliato e mostrava una chiara mancanza di sensibilità per le richieste delle minoranze etniche.

A ventiquattro anni di distanza sono cambiate molte cose con la lotta per la democrazia di Suu Kyi mentre la guerra impazza nello stato Kachin dopo uno scomodo cessate il fuoco finito nel 2011. Mentre continuano i bombardamenti sulla roccaforte Kachin a Laiza e decine di migliaia di civili Kachin soffrono il dislocamento interno col blocco contemporaneo degli aiuti umanitari internazionali all’area ad opera dell’esercito birmano, Suu Kyi si trova sotto il fuoco per il suo silenzio sulle loro sofferenze.

Il capo dell’opposizione più conosciuto ha difeso il suo silenzio dicendo di preferire non prendere le parti per evitare di infiammare il conflitto. Inoltre non ha parlato in favore dei rifugiati interni presenti nei campi allestiti lungo il confine cinese, né tanto meno ha chiesto che il governo permetta alle ONG internazionali di consegnare l’aiuto in queste aree.

La scorsa estate chiesi ad un prete cattolico a Laiza se si fidasse di Suu Kyi e lui rispose che era soltanto un’altra Birmano (birmano nel senso di etnia maggioritaria in Birmania, non di cittadino della Birmania o Myanmar) di cui era meglio non fidarsi.

Comunque in quel momento le attitudini erano tutt’altro che omogenee ed alcuni esprimevano fiducia in lei. Ja Gun, storico, linguista, ideologo e prete battista dell’organizzazione indipendente Kachin, diceva in una intervista: “Se i Birmani cambiano la propria cultura politica ci sarà riconciliazione. La posizione di Suu Kyi va in questo senso? Un giorno”

Col suo testardo silenzio e espressioni di ammirazione per un esercito infame per le sue brutalità e violazioni di diritti umani, Suu Kyi mette a rischio il capitale politico che possedeva un tempo tra le minoranze etniche del paese.

A poca distanza dal rilascio dagli arresti domiciliari, Suu Kyi lanciò l’idea di una seconda conferenza Panglong dove i rappresentanti dei vari gruppi etnici del paese potevano discutere i modi per la risoluzione delle guerre civili interminabili che hanno infestato la Birmania o Myanmar da più di sessant’anni. Il suo partito aveva i suoi problemi essendo considerato illegale per aver rifiutato di registrarsi alle elezioni del 2010.

Nel mese di agosto 2011 Aung San Suu Kyi tenne il suo primo incontro con Thein Sein, a dicembre ci fu la registrazione del partito NLD (lega nazionale per la democrazia) ed ad aprile 2012 alcuni dei suoi membri tra cui Suu Kyi conquistarono i seggi elettorali alle elezioni suppletive. Mentre la proposta di una seconda conferenza Panglong è scesa nel dimenticatoio, il partito è molto attivo sulla scena politica del paese.

A chi le chiedeva se aveva un ruolo da giocare per il raggiungimento della pace nello stato Kachin, Suu Kyi rispondeva a tono dicendo che “dipendeva dal governo” e che non sarebbe intervenuta senza il suo consenso, una posizione alquanto strana per un membro dell’opposizione.

Sin dall’inizio della presidenza Thein Sein nel marzo 2011, il paese ha intrapreso un processo di democratizzazione dall’alto, con un contributo apparentemente nullo da parte del NLD, se non per il fatto di aver dato al nuovo governo ostentatamente civile quel tratto di legittimazione di cui abbisogna nell’arena internazionale. La natura delle riforme è una cosa molto controversa, ma probabilmente non sono conseguenza di un nuovo amore riscoperto per la democrazia tra le persone che hanno tirannizzato la Birmania per decenni. Forse si adattano qui le parole dello scrittore italiano del Gattopardo, Giuseppe Tomassi de Lampedusa: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».

Secondo l’opinione generale, NLD ha assunto un ruolo puramente reattivo ai disegni del regime e mostra una mancanza sconcertante di iniziativa e limitandosi ad annuire o restare silenziosi a qualunque azione presa dal governo. Che sia la pulizia etnica nello stato dell’Arakan o la guerra contro i Kachin, NLD ha rifiutato di prendere le redini come partito di opposizione che agisce.

Forse perché il partito attende di prendere il potere prima che i suoi membri svelino e applichino il proprio progetto politico per la Birmania. Forse il partito non desidera far arrabbiare i duri del governo in un momento fortemente delicato. Dopo essere comunque diventate una organizzazione senza iniziativa, NLD rischia di perdere la sua rilevanza politica.

Nessuno sa di sicuro quale corso futuro Suu Kyi o il suo paese prevedono per la Birmania al di là di alcune vaghe cose come “il governo della legge” e un’idea appena abbozzata di democrazia. Come affronteranno l’istanza complessa e paurosa della coesistenza tra i differenti gruppi etnici del paese?

Sin dall’assassinio di Aung San, qualunque governo birmano si è dimostrato incapace o non volente nel trattare le richieste delle minoranze etniche in modo chiaro, con apertura mentale ed equo. I generali della giunta approfittarono delle risorse naturali che giacciono nelle aree delle etnie, ma hanno anche usato la guerra con le milizie etniche per mantenere e legittimare la loro presa sul potere. Secondo la loro visione solo l’esercito Tatmadaw può riuscire a mantenere l’unità del paese.

Questa grande enfasi sull’unità che è premessa non negoziabile e fine ultimo allo stesso tempo, è stata profondamente nemica allo sviluppo di un ambiente politico salutare in Birmania. Come ha detto la studiosa Mary Callahan in un suo libro ( Making Enemies: War and State Building in Burma) il concetto di unità è un’idea profondamente entrata nella mentalità politica di un paese ed un comune tratto condiviso da NLD ed esercito.

A dirla tutta comunque, la posizione del NLD differisce da quella del governo sulla questione etnica e Suu Kyi ha dichiarato pubblicamente la preferenza per uno stato federale, soluzione che è un anatema per i governanti del paese che restano legati al dominio della maggioranza di etnia birmana sulle minoranze etniche del paese.

Al pari del governo, NLD è una struttura altamente centralizzata e dominata dai birmani dove il valore dell’unità è di primaria importanza con poco spazio per il dissenso. Per inciso, questa enfasi straordinaria per l’unità si è accompagnata nel campo pro democrazia con una tendenza al frazionalismo che ha fortemente danneggiato le prospettive di successo dei gruppi politici. Potrebbe sembrare un paradosso ma si discuse se l’ossessione con l’unità abbia giocato un ruolo nel generare questo frazionalismo: divisioni amare sono più probabili in un ambiente politico dove il dissenso è considerato alla stregua del tradimento e dove c’è poco spazio per punti di vista differenti.

Senza una ideologia comune o una robusta struttura organizzativa che permetterebbe a meccanismi giusti di assorbire punti di vista divergenti, solo il carisma dei capi del NLD è riuscito a impedire la disintegrazione del partito in varie fazioni in guerra. A parte la mancanza di procedure democratiche interne, non si dubita che NLD si sia sempre battuto per la democrazia per quanto poco definito possa essere. Ma come ha detto Suu Kyi nel 1989 e il suo atteggiamento in questo conflitto illustra, la lotta per la democrazia è stata fortemente separata dalla lotta delle minoranze etniche per i diritti nazionali.

Questo fatto spiega perché tanti Kachin, Karen, Arakanesi o Rohingya (gli unici a differenza degli altri gruppi a chiedere riconoscimento e nazionalità) crede che a Suu Kyi interessi solo per i diritti ed il benessere della propria gente, la maggioranza birmana. D’altro canto le organizzazioni armate etniche tendono a vedere la lotta per la democrazia come qualcosa di alieno a loro. I media hanno dato una mano nel perpetuare questi due discorsi separati come due lotte parallele che solo marginalmente convergono, come nel caso del Fronte democratico di Tutti gli Studenti che lottano al fianco del KIA nel Kachin.

Ma entrambe le lotte sono più fortemente legate di quanto possa sembrare a prima vista e non si possono separare se devono avere successo. Se è vero che solo in una Birmania democratica le minoranze etniche troveranno lo spazio per decidere liberamente del proprio destino, non è meno certo che una democrazia può radicarsi solo in un paese in pace dove tutte le nazionalità hanno una voce senza coercizione.

Carlos Sardiña Galache Democracy, Suu Kyi and ethnic rights in Burma

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