L’ Ignobile rimpatrio di 5000 richiedenti asilo del Myanmar in Malesia ha avuto inizio verso una regione in fiamme e a rischio di finire arruolati a forza
E’ iniziato il rimpatrio forzato di circa 5000 richiedenti asilo del Myanmar da parte del governo malese di Anwar Ibrahim, secondo un accordo controverso con il dittatore birmano Min Aung Hlaing, e 3 navi della Marina Malese sono salpate dalla Malesia portando 1476 rifugiati.
I gruppi dei diritti umani hanno condannato il rimpatrio forzato dal momento che i rifugiati potrebbero andare incontro a persecuzioni e all’arruolamento forzato nell’esercito birmano.

Benché la Malesia abbia definito il rimpatrio forzato come volontario, non ha permesso all’UNHCR di vedere né classificare i rifugiati che sono stati tenuti nei centri di detenzione.
Il premier malese Anwar Ibrahim si è giustificato con la crescente ostilità generale verso la vasta popolazione dei Rohingya musulmani in Malesia che non gli dà altra scelta se non negoziare il loro ritorno con il governo birmano.
Un ignobile rimpatrio di richiedenti asilo
Rimane poco chiaro però se nel primo gruppo di deportati ci fossero dei Rohingya che non sono riconosciuti come cittadini nel Myanmar. Oltre un milione di loro furono costretti ad abbandonare il Myanmar dopo le violente operazioni a loro danno lanciate dal Tatmadaw che l’ONU disse risultare in un possibile genocidio.
Questa azione però indica un cambio di atteggiamento indicativo. Anwar Ibrahim, già prigioniero politico, si è presentato come difensore dei diritti umani e della libertà e chiese nel passato di fare di più in favore dei Rohingya. Il suo governo si è rifiutato di riconoscere il regime di Min Aung Hlaing ed è stata una delle voci più alte della regione chhe ha spinto per la fine negoziata della guerra civile nel Myanmar.
Cosa è cambiato?
La prima cosa a cambiare è la maggiore tensione economica sui malesi più poveri dopo la pandemia che ha acceso il risentimento verso i Rohingya.
La seconda cosa è che la politica malese si è fatta sempre più accalorata a partire dal 2018 quando la storica elezione di quell’anno cacciò il partito etnico Malese, l’UMNO, Organizzazione Nazionale dei Malesi Uniti, che aveva monopolizzato per oltre 60 anni il potere, portando nel cambiamento a governi di coalizione instabili.
Sentimenti che mutano
Per molti anni c’è stata una forte simpatia generale tra i malesi per i loro amici musulmani nel Myanmar
Ad agosto 2017, una brutale campagna condotta dall’esercito del Myanmar costrinse oltre 700mila Rohingya ad abbandonare le proprie case nello Stato di Rakhine per rifugiarsi nel vicino Bangladesh. Negli anni successivi, le condizioni disumane nei campi profughi del Bangladesh hanno spinto coloro che disponevano di mezzi finanziari sufficienti a intraprendere il pericoloso viaggio via mare verso la Malesia, alla ricerca di rifugio e lavoro.
Per quanto la Marina malese e la Guardia Costiera abbiano provato a bloccare l’approdo dei barconi Rohingya in Malesia, molti hanno usato altre vie con la tolleranza dei malesi. Si crede che in Malesia vivano oltre 200mila Rohingya che si guadagnano da vivere da manovali.
L’opinione pubblica malese ha iniziato a cambiare durante la pandemia, che ha colpito duramente l’economia del Paese. In un momento di crescente paura tra la popolazione per il nuovo coronavirus, sui social media si sono diffuse accuse contro i migranti rohingya, accompagnate da richieste di espulsione.
In risposta, l’allora governo ha inasprito la propria posizione, affermando che la Malesia non avrebbe potuto accogliere altri rifugiati e ordinando retate nelle comunità sospettate di dare rifugio a immigrati clandestini.
Qualcosa di molto simile è accaduto nel 2026.
A maggio, una denuncia online ha affermato che i Rohingya non avessero smaltito correttamente i rifiuti animali dopo la festa musulmana dell’Eid al-Adha, scatenando una campagna virale sui social media che accusava falsamente i leader rohingya di rivendicare terre e cittadinanza in Malesia.
Poco dopo, una petizione online su Change.org che chiedeva l’espulsione dei Rohingya dalla Malesia ha raccolto oltre 400.000 firme, prima di essere rimossa.
Un premier sotto pressione
Considerata la reputazione di Anwar di paladino dei valori liberali, ci si sarebbe potuto aspettare che si opponesse a questa ondata di odio e disinformazione. Egli ha affermato che i Rohingya dovrebbero essere trattati con umanità.
«Possiamo arrestarli, ma non picchiarli, intimidirli o umiliarli», ha dichiarato in una recente intervista in un podcast – sebbene questo sia esattamente ciò che le organizzazioni per i diritti umani hanno accusato le autorità malesi di fare nei centri di detenzione per immigrati.
Ciononostante, Anwar insiste sul fatto che i Rohingya debbano essere espulsi.
«Sono chiaramente diventati un peso», ha affermato nella stessa intervista. «Un peso per la sicurezza, un peso economico e una fonte di ostilità tra la popolazione».
Decisione vergognosa e amorale
Alcuni di chi lo sosteneva lo accusano di aver tradito i suoi principi. Latheefa Koya, già capo della Commissione Malese Contro la Corruzione, sostiene che la sua decisione è “vergognosa, amorale e getta vergogna sul paese agli occhi della Comunità Internazionale”.
Anwar, tuttavia, si trova sotto forti pressioni politiche. Un tempo descritto come un eterno candidato alla carica di primo ministro, nel 2022 è finalmente riuscito a ottenere la carica più alta, ma solo formando una coalizione instabile con i suoi ex avversari dell’UMNO. Da allora ha visto crollare la propria popolarità e il suo partito perdere seggi nelle recenti elezioni locali. Deve indire le elezioni generali entro l’inizio del 2028.
«Si trova con le spalle al muro, nel momento di massima debolezza», afferma Tricia Yeoh, direttrice dell’Asian Institute for Policy and Engagement presso l’Università di Nottingham in Malesia.
«È stato costretto a fare concessioni ai suoi partner dell’UMNO… Ci sono stati diversi scandali di corruzione e il suo stesso partito è diviso. E dopo quattro anni passati a dire agli elettori che questo è ciò che serve per mantenere la sua fragile coalizione, essi non sono più disposti ad accettare questa narrativa».
Yeoh dice invece che i malesi di etnia malese, che costituiscono oltre la metà dell’elettorato, rispondono alla eterna narrazione dell’UMNO di aver bisogno di sostegno speciale e protezione dallo stato, il genere di politica razziale che alimenta paura e risentimento verso gli esterni.
“Sono le stesse cose che si sentono nel resto del mondo sugli emigrati che rubano posti di lavoro verso cui non bisogna spendere denaro pubblico per strutture per loro”.
Costretti al ritorno
Non è chiaro però come i Rohingya possano essere rimpatriati nel Myanmar, anche se i due governi dovessero concordare di farlo dal momento che non possiedono la cittadinanza e non dispongono nemmeno dei documenti di base necessari per entrare legalmente in Myanmar.
A loro non è consentito nemmeno spostarsi all’interno del Myanmar, e possono vivere solo nello Stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh. Tuttavia, quasi tutto lo Stato di Rakhine è ora sotto il controllo dell’Esercito dell’Arakan, un gruppo ribelle, ed è oggetto di bombardamenti continui da parte dell’aviazione del Myanmar.
Lunedì, il giorno prima del rimpatrio, l’Esercito dell’Arakan ha dichiarato che due bombe hanno ucciso 49 persone in un mercato della città di Kyauktaw.
C’è un solo posto dove poter plausibilmente riportare i Rohingya ed è la capitale del Rakhine Sittwe che però è assediata e isolata. Anche lì i Rohingya sarebbero confinati in campi sovraffollati dove mancano cibo e medicine. Si teme che gli uomini del gruppo possano essere arruolati con la forza nell’esercito per combattere la guerra civile.
I principi umanitari messi sotto i piedi
Sia la Malesia che il Myanmar non hanno dato spiegazioni sul come superare questi grandissimi ostacoli né hanno spiegato come questo rimpatrio forzato dei Rohingya sia consistente con i principi umanitari.
Probabile che il governo malese lo sappia bene ma spera di calmare parte dell’antipatia pubblica contro i Rohingya indicando che essi possano essere inclusi nei primi rimpatri.
Anwar ha anche parlato di negoziare il rimpatrio di molti altri Rohingya con Min Aung Hlaing in occasione della sua visita in Malesia. Ma vale la pena ricordare che il Bangladesh sta cercando da oltre un decennio di negoziare il rimpatrio di una parte della popolazione di Rohingya che ospita, ben più numerosa, senza aver ottenuto quasi alcun progresso.
«Tutti noi sogniamo di poter tornare a casa un giorno», ha affermato Nur Sadek, un attivista per i diritti dei rifugiati Rohingya, «ma vogliamo tornare perché è sicuro e perché lo scegliamo noi, non perché siamo costretti a farlo. Per me, la cosa più importante è che i rohingya e gli altri rifugiati interessati da questa decisione vengano ascoltati e trattati con dignità».
Jonathan Head, BBC World