La proposta di amnistia completa, ad eccezione per chi è incarcerato per l’articolo 112 di lesa maestà, sta mettendo ancora una volta allo scoperto la profonda divisione della società thailandese che è seguita al golpe del settembre 2006 contro Thaksin Shinawatra costretto poi all’esilio autoimposto.
La divisione questa volta è un po’ più complessa perché ora ad essere divisi sono anche le magliette rosse, una frazione dei quali ha apertamente osteggiato questa amnistia portando all’astensione in parlamento di alcuni dei suoi membri. Tra gli intellettuali che sono stati vicini al governo di Yingluck sebbene con vari distinguo c’è molta disillusione.
Le promesse di abolizione della lesa maestà, le promesse di giustizia alle famiglie delle vittime, la lotta contro il potere dei militari sono state largamente dfisattese in tutti i due anni di governo. Con la recente legge di amnistia sancisce che è solo il ritorno di Thaksin l’obiettivo per il quale si sacrifica tutto: i prigionieri politici in carcere, la giustizia per le vittime, la lotta contro l’impunità che pervade la società thailandese e che aumenterà se questa amnistia va in porto, la necessità di una democrazia reale. In tanti si sono certamente usati per fini di potere che hanno poco a che fare con il potere popolare e la democrazia.
Di seguito Pravit Rojanaphtuk ci parla delle divisioni nelle magliette rosse, mentre in articolo di fondo Songkran Grachangnetara ci esporrà la sua opinione politica autonoma.
ANDARE OLTRE IL CULTO DELLA PERSONALITA‘ di Pravit Rojanaphruk
Ultimamente la stazione televisiva Asia Update, vicina a Thaksin Shinawatra, ha cancellato le trasmissioni gestite da alcuni capi delle magliette rosse che pubblicamente si sono opposti alla amnistia totale, ed ha esacerbato la deriva all’interno del movimento come mai accaduto prima.
I militanti delle magliette rosse colpiti da questa mossa sono i leader Jatuporn Promphan, Thida Thavornsaet Tojirakarn e Sombat Boonngamanong, quest’ultimo ha lanciato personalmente una campagna di opposizione alla legge di cui Thaksin sarebbe uno dei beneficiari.
La stragrande maggioranza degli intellettuali progressisti e vicini alle magliette rosse sono disillusi del partito Puea Thai e di Thaksin. Quest’ultimo è accusato di questo tentativo, a proprio vantaggio, da grande compravendita, che lo vedrebbe esonerato dalle accuse che ha sul proprio capo in cambio di un’amnistia completa per i responsabili della morte di quasi cento persone durante la repressione delle manifestazioni delle magliette rosse nel 2010 da parte del governo Abhisit.
Comunque sembra che la maggioranza delle magliette rosse stia ancora con Thaksin che amano anche per le sue politiche populiste. Un piccolo gruppo, condotto dallo studioso della Chulalongkorn University Suda Rankupan, vuole che i 26 prigionieri politici restanti siano liberati quanto prima come priorità per poter sostenere la legge.
E’ ancora prematuro stabilire di quanto ne avrà a soffire, come conseguenza, la popolarità di Thaksin e del partito Puea Thai. Ma il sostegno ad entrambi i campi a favore e contro la legge dell’amnistia ci ricorda di quanto ancora la figura di Thaksin sia di divisione per il paese, e di come la politica e la società del paese continuano a girare attorno a Thaksin a detrimento della società stessa, a sette anni dalla sua cacciata.
É più che chiaro che la grande questione che guida il partito democratico nella protesta contro l’amnistia è l’odio e la paura di Thaksin. Quello che questa gente non tiene affatto in considerazione è il governo della legge e il problema dell’impunità. Poiché alcuni pensano che Thaksin sia cattivo, si giustifica un golpe. E poiché altri credono che Thaksin sia un bene, si giustifica anche un’amnistia che esonererà non solo Thaksin ma tutti quelli responsabili per le morti nel 2010.
La politica della personalità, dell’amore e dell’odio verso Thaksin, spinge il regno verso un nuovo giro di un probabile scontro mortale o un altro golpe.
Una società in cui la maggioranza della gente è presa nella trappola del ciclo delle personalità non ha che poche prospettive di diventare una vera società democratica. In qualche modo molti thailandesi preferiscono la politica della personalità perché è emotivamente più attraente: si può scegliere un lato e e metter da parte tutti i dubbi e l’indagine di quel lato. Si aderisce e si gode della corsa e di un senso di cameratismo.
La situazione dei sette o otto anni passati della politica thailandese hanno mostrato la grande complessità. Ora che alcune magliette rosse cominciano pubblicamente a riconoscere e denunciare i lati oscuri di Tossina, speriamo che altri possano trascendere la politica o il culto della personalità e muoversi a pensare su ciò che davvero è bene per il futuro di questa società.
La politica è negoziazione, non mettere la fiducia assoluta nelle mani di un politico o un capo. Impunità e corruzione non termineranno semplicemente perché si ama o si odia troppo qualcuno ma quando si riconosce il problema e lo si ede come qualcosa al di là di una persona sola.
