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Tre fiumi thailandesi del nord a rischio metalli pesanti

La scorsa settimana il dipartimento del controllo ambientale thailandese, PCD, ha rilasciato il suo rapporto sul decimo controllo di qualità di tre fiumi della regione più settentrionale del paese, i fiumi Kok, Sai, Ruak oltre al Mekong.

Quanto trovato nelle analisi dei campioni ci deve interessare tutti. I livelli di arsenico e di altri metalli pesanti ritrovati nei sedimenti del letto dei fiumi sono stati ritenuti insalubri per piante e animali che vivono sul fondo dei fiumi.

Tre fiumi thailandesi del nord a rischio metalli pesanti

Alcuni campioni mostrano persino che i livelli di metalli pesanti hanno già raggiunto punte pericolose.

I campioni di sedimenti provenienti dal fiume Mekong contengono fino a 296milligrammi per chilogrammo di arsenico, 296 ppm, che è superiore di nove volte al livello considerato gravemente pericoloso.

I livelli di contaminazione nel fiume Kok al villaggio Tha Ton e nelle aree a valle di Chiang Rai sono pericolosi in modo simile.

In tutti i siti monitorati nel Mekong eccedono in modo consistente i limiti di sicurezza.

Le autorità attribuiscono questi valori allarmanti delle analisi alla stagione secca. Quando i livelli dell’acqua e le correnti sono basse, le particelle sospese sedimentano e si accumulano sul letto del fiume.

Ciò è vero ma non dà origine all’arsenico, mostra solo che è già lì.

Quello che ora analizziamo nei letti di questi fiumi è l’accumulo dell’inquinamento che proviene da monte [Myanmar] e queste sostanze tossiche non sono né naturali né accidentali. Esso è legato alle crescenti attività estrattive di terre rare presenti nelle miniere che si trovano a monte e che sono senza regole e al di là di ogni controllo efficace.

Sebbene i rapporti ufficiali dicano che la qualità di questi corsi d’acqua non è salubre, il governo afferma che il pesce di questi fiumi è ancora commestibile. Questa rassicurazione però è solo temporanea perché l’inquinamento continua a scorrere a valle e ad accumularsi. Permette ai contaminanti di accumularsi nell’ecosistema e di entrare nella catena alimentare attraverso il pesce di cui la gente si nutre.

Il professore Wan Wiriya della Chiang Mai University, che segue da vicino l’inquinamento transfrontaliero, ha indicato che la contaminazione è massima attorno al Triangolo d’Oro. Questo si trova alla confluenza dei fiumi Mekong e Ruak vicino il distretto Chiang Saen a Chiang Rai.

Questa non è una coincidenza perché il Triangolo d’Oro è una terra di nessuno dove si incontrano i confini di Thailandia, Birmania e Laos ma non è controllato del tutto da una singola autorità.

L’inquinamento passa le frontiere ma è lì che si fermano le responsabilità.

Allo stesso tempo i dati satellitari presentati dal Stimson Center dicono che le attività minerarie nella regione sono cresciute rapidamente. Ci sono al momento 2500 siti di attività estrattive ed oltre 800 si trovano nel solo bacino del Mekong.

In Myanmar dove molte di queste miniere operano il controllo ambientale è debole o inesistente, particolarmente nelle aree del conflitto sotto l’influenza dei gruppi etnici armati. L’estrazione mineraria procede senza intoppi mentre le entrate arrivano nelle reti transfrontaliere.

I minerali estratti lì poi entrano le catene di fornitura regionale e globale ma i costi ambientali sono scaricati a valle nei fiumi condivisi.

Questo non è solo per il Mekong. Il bacino del fiume Salween, un bacino acquifero che copre parti di Cina, Myanmar e Thailandia si trova sotto le medesime pressioni. Da anni le comunità lungo il Salween hanno protetto uno dei pochissimi fiumi non ingabbiato da dighe nella regione. Ma ora anche lì si espande lo stesso disegno di attività estrattive tra cui le miniere di minerali critici.

Stiamo entrando in un periodo dove i fiumi sono trattati corridoi di risorse e non sistemi viventi.

La contaminazione da metalli pesanti è particolarmente pericolosa perché invisibile. Non causa il disastro immediato come uno sversamento di petrolio. Si accumula invece lentamente e si fa visibile solo quando il sistema è già sotto stress.

Nel momento in cui troviamo dei loro livelli pericolosi nei sedimenti il problema già esisteva da qualche tempo.

Questa è la ragione per cui non si può rispondere solo con il monitoraggio e i rapporti tecnici che si badi bene sono importantissimi, ma da soli non fermano l’inquinamento che li ha originati oltre le nostre frontiere.

La Thailandia deve assumere un ruolo più forte nel dialogo regionale specie nei meccanismi esistenti come la Commissione del Fiume Mekong, la Cooperazione Lancang Mekong e l’ASEAN. Abbiamo bisogno di affrontare l’inquinamento transfrontaliero come una responsabilità condivisa.

Dobbiamo prendere in considerazione i fattori globali che sottendono questa situazione. La domanda di minerali critici tra cui gli elementi delle terre rare cresce rapidamente.

Sono davvero destinati alla transizione energetica e alle nuove tecnologie oppure sono destinati principalmente all’industria militare e della difesa? La cosa più importante è: questi minerali vengono estratti in modo responsabile?

Una catena di fornitura responsabile non è facoltativa. Deve includere tracciabilità, trasparenza e responsabilità. Se non sappiamo da dove provengono i minerali o in quali condizioni vengono prodotti, allora non possiamo chiamare la transizione “pulita” o “giusta”.

I segnali di allarme sono già incastonati nel letto del fiume Mekong. Non si tratta più di accertamento, ma di responsabilità.

Se l’estrazione continua senza responsabilità, i costi non rimarranno a monte. Saranno trasportati dal fiume – e dai milioni di persone che dipendono da esso, comprese le generazioni future.

Pianporn Deetes Bangkok Post

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