Dopo 17 anni dalla sua morte in agonia su un volo della compagnia indonesiana Garuda diretto ad Amsterdam, i militanti dei diritti umani indonesiani combattono la difficile battaglia per mantenere aperta lo strano caso di avvelenamento di Munir Said Thalib del 2004 e dell’enigmatica cospirazione del suo omicidio.
Vogliono che la commissione indonesiana per i diritti umani, Komnas HAM, dichiari che la morte in agonia di Munir Said Thalib è una grava violazione dei diritti umani impedendo così che a settembre del prossimo anno non sopraggiunga la prescrizione prevista per il codice penale dopo 18 anni.

“Sappiamo che non c’è speranza” dice un militante che ha seguito il caso dagli inizi e che prova ancora un forte senso di ingiustizia. “Dobbiamo fare qualcosa per tenere aperto il caso nonostante le indagini siano terminate tanto tempo fa”
A questa campagna sembra si siano uniti degli improbabili alleati, dopo che sui media sociali sono apparsi nuovi attacchi a A. M. Hendropriyono che allora era il capo dei servizi segreti BIN, sospettati di avere contribuito alla morte di Munir.
Questi attacchi a Hendropriyono sono anche mirati a minarne la sua influenza nel sostenere il genero generale Andika Perkasa nel diventare nuovo capo delle forze armate indonesiane, TNI, quando andrà in pensione a novembre il comandante Maresciallo dell’Aria Hadi Tjahjanto.
Allora il presidente Joko Widodo dovrà scegliere tra Perkasa e il Comandante della Marina Yudo Margono, sebbene quest’ultimo sia il predestinato perché questa è la volta della Marina Militare Indonesiana ad esprimere il comando sotto il sistema a rotazione introdotto negli anni 2000.
Munir era diretto in Olanda per studiare per un master in diritto internazionale e diritti umani, e nonostante fosse una spina nel fianco dei militari per la loro storia di violazioni di diritti umani sembrava porre pochi problemi politici così lontano da casa.
Alcuni militanti ritengono che l’esile avvocato fosse stata la vittima di una vendetta personale perché fu il primo a rivelare il ruolo del Kopassus, forze speciali indonesiane, nel rapimento e scomparsa di molti militanti democratici nei mesi finali dei 32 anni di dittatura del presidente Suharto.
Alti sostengono che in un paese dove fioriscono teorie cospirative c’erano forse stati sospetti che Munir stesse mandando documenti o altro alla Corte Penale Internazionale a L’Aia, qualcosa di cui si discuteva nei circoli dei militanti dei diritti umani.
Il misterioso Pollycarpus Priyanto, pilota fuori servizio della Garuda accusato di aver portato a Munir una aranciata piena di arsenico durante una sosta a Singapore, si è portato il segreto nella tomba a dicembre scorso dopo 16 giorni di battaglia col Coronavirus.
Era stato condannato a 14 anni di carcere nel 2005 ma il verdetto fu invertito dalla corte suprema un anno dopo per mancanza di prove. Nel 2007 la condanna fu ripristinata e la condanna fu portata a 20 anni, condanna poi ridotta a 14 anni nel 2013.
Il direttore esecutivo della Garuda Indra Setiawan fu condannato ad un anno per aver acconsentito alla richiesta del BIN di assegnare Priyanto come ufficiale della sicurezza aerea sul volo di Munir, compito strano per un pilota che sarebbe dovuto andare a Pechino.
Priyanto, che fu rilasciato nel 2014 in libertà vigilata, non ha mai spiegato le 41 telefonate fatte al telefonino del generale in pensione Muchdi Purwopranjono, vice di Hendropriyono ed ex alleato di Prabowo che nel 2008 fu prosciolto dall’accusa di aver ideato il crimine.
Il settantaduenne Purwopranjono aveva fatto per un breve tempo il comandante delle forze speciali nei mesi che portarono alla caduta di Suharto a maggio 1998 ma fu licenziato nello stesso momento in cui Prabowo fu allontanato per violazione di diritti umani e insubordinazione.
Vari testimoni importanti ritrassero la propria testimonianza nel susseguente processo a Purwonpranjono tra i quali c’era un ex aiutante che fu rimosso dall’ambasciata indonesiana in Pakistan e spostato in Afghanistan. Ora questo aiutante è un devoto religioso.
L’allora procuratore Abdul Rahman Saleh nel 2006 fece capire sconsolato allo scrivente che sebbene avessero sospetti sui legami tra Priyanto e il BIN, non avevano prove che potevano portare ad una condanna.
Fonti del palazzo affermarono che Yudhoyono era “frustrato” dalla mancanza di progressi nelle indagini di polizia ed era scettico delle basi per l’iniziale proscioglimento di Priyanto. La sua offerta fatta a Thalib Munir di sedersi nel suo posto di business class ha sempre sollevato sospetti.
La polizia aveva normalmente di tutto per gestire le indagini sulla morte di Munir ma le sue spesso relazioni irascibili con i militari e l’influenza di personaggi oscuri dietro l’omicidio si sono dimostrati ostacoli insormontabili.
Nel 2016 il segretariato di stato confessò di aver “perso” un rapporto segreto preparato per Yudhoyono nel 2005 in cui si nominavano i presunti sospetti di coinvolgimento nella cospirazione e che avrebbe potuto essere usato come base per riaprire le indagini.
Investigatori di esperienza dicono che senza una traccia di scambi telefonici, la polizia avrebbe dovuto costruire un “grafico delle conseguenze” che determinasse quando erano state fatte le chiamate e poi usare prove come carte di credito e scontrini di vendita per determinare come Priyanto reagiva a quel tempo.
In quel modo si sarebbe potuto stabilire una catena di prove circostanziali che portavano ad una sola conclusione, che il pilota agiva su istruzioni.
Durante il processo di Priyanto, la vedova di Munir Suciwati accusò apertamente Purwonpranjono di aver ordinato l’omicidio del marito.
Nel loro verdetto i giudici dissero che le telefonate li avevano convinti “che era stato raggiunto un accordo sull’eliminazione di Munir”.
Purwonpranjono affermò che lui ebbe il telefono solo la notte e che sarebbe potuto essere usato da tante persone, ma si rifiutò di essere interrogato dalla polizia, una chiara immunità non disponibile per gli indonesiani implicati in un crimine.
Nei processi precedenti che coinvolgevano i militari indonesiani, accusa e giudici hanno dimostrato o di non comprendere bene la legge umanitaria o una mancanza di coraggio nel mantenere le accuse, particolarmente contro ufficiali accusati di crimini contro l’umanità a Est Timor nel 1999.
John MCBETH, Asiatimes