Gli incendi continuano ad infuriare nelle foreste indonesiane avvolgendo città lontane come Singapore e Kuala Lumpur in una nuvola spessa di smog. Dall’altra parte del globo, è anche in fiamme la più grande foresta pluviale al mondo dell’Amazonia.

Le fiamme lanciano un nuovo allarme sulla perdita di frontiere vitali nella battaglia contro la crisi climatica.
Ricercando la soluzione a questo problema sono riemersi col fuoco dei dibattiti controversi, se funzionano davvero quei progetti che mirano a risarcire i paesi tropicali perché salvano le proprie foreste nella scommessa di combattere l’emergenza del clima.
Si suppose che fosse un ottimo strumento l’idea di pagare ai paesi in via di sviluppo perché riducano le emissioni di carbonio dalle loro foreste.
Dall’inizio quella serie di politiche ed iniziative denominate REDD+, Ridurre Emissioni da Deforestazione e Degrado, erano state disegnate per funzionare in molti modi.
Alcuni dei progetti REDD+ sono progetti di pagamento basati sui risultati gestiti dall’ONU. Altri si basano sulle emissioni di carbonio, dove una compagnia o un governo compra “crediti di carbonio” per fermare il taglio degli alberi in una foresta per “bilanciare” le proprie emissioni.
Ma oltre un decennio dopo l’apparizione del REDD+ nel lessico del cambiamento climatico, è più divisivo di sempre.
Un argomento fondamentale contro il REDD+ è la premessa stessa: i paesi e le imprese ricche possono passare le responsabilità di ridurre le emissioni ai paesi più poveri, mentre continuano ad usare i combustibili fossili responsabili per la massa delle emissioni di carbonio.
“Se vogliamo avere una possibilità di prevenire un cambiamento climatico fuori controllo dobbiamo smettere di bruciare combustibili fossili” scrive un critico del REDD+, Chris Lang su REDD-Monitor. “Dobbiamo anche proteggere foreste, ma commerciare i crediti di carbonio del REDD permette di continuare a bruciare combustibili fossili, rinchiudendosi in tecnologie inquinanti e spostando nel futuro delle azioni importanti”
In una indagine recente sui Crediti di Carbonio, Lisa Song della statunitense ProPublica, ha scoperto moltissimi esempi dove “i crediti di carbonio non avevano bilanciato la quantità d’inquinamento che avrebbe dovuto bilanciare, oppure avevano portato dei vantaggi che erano stati presto invertiti o che non potevano essere accuratamente misurati tanto per iniziare”.
Il Grantham Research Institute on Climate Change and the Environment ha anche notato preoccupazioni per “cambiamenti nella deforestazione a causa del finanziamento REDD+”
Un’altra questione fondamentale è l’impatto del REDD+ sulle popolazioni indigene.
La professoressa Lee Godden del Centre for Resources, Energy and Environmental Law dell’Università di Melbourne, ha notato delle preoccupazioni “sull’impatto dei progetti sulle comunità locali e sull’uso abitudinario del suolo”, particolarmente per coloro le cui rivendicazioni delle foreste non sono riconosciute o che sono oggetto ancora di contestazione legale.
Altri ostacoli sono la corruzione ed i fondi limitati. In Malesia un progetto del REDD+ lanciato a settembre 2017 fu cancellato dopo che la banca nazionale malese denunciò le compagnie coinvolte.
Lisa Song scrisse di un progetto in Cambogia dove le aree coperte a foresta si erano dimezzate dopo nove anni dall’inizio del progetto. Gli sviluppatori del progetto dissero che la mancanza di compratori e donatori del mercato del carbonio aveva lasciato il progetto “privo del sostegno finanziario necessario per avere successo”. Song scrive che altri scogli come dispute di frontiera violente che dovevano essere cosa ovvia.
“La principale barriera al REDD+ è la mancanza di mercati del carbonio” secondo Arief Wijaja, manager del Climate and Forest del World Resources Institute in Indonesia.
Secondo lui, i progetti che andavano bene in Indonesia, dove si ha la maggioranza delle iniziative REDD+ del Sudestasiatico, dipendevano dalle relazioni bilaterali o dai finanziatori multilaterali come la Banca Mondiale.
I progetti vanno avanti molto lentamente e, secondo i proponenti, questo è dovuto al fatto anche che si vogliono affrontare le preoccupazioni che sollevano, ma negli ultimi mesi il REDD+ ha fatto qualche passo avanti.
A febbraio Giacarta annunciava che avrebbe ricevuto, dopo un decennio, la prima parte di pagamento di 1 miliardo di dollari di un impegno della Norvegia per prevenire le emissioni di biossido di carbonio.
Era dovuto al tasso ridotto del paese di deforestazione nel 2017, un raro momento felice secondo Global Forest Watch.
E alla fine dello scorso anno il Vietnam divenne la prima nazione del Asia Pacifico a raggiungere un grande obiettivo del UN-REDD legato alle misure di salvaguardia che lo hanno reso eleggibile a ricevere pagamenti secondo i risultati. E’ un’azione con cui l’ONU spera di ispirare altri paesi nella regione ad arrivare alla fase di applicazione.
Nel mondo la California sta considerando una proposta di crediti di carbonio controversa che coinvolge imprese che abbattono le loro emissioni attraverso un mercato come quello del programma cap-and-trade dello stato.
Sta crescendo dello scetticismo sui crediti di carbonio. A giugno Niklas Hagelberg, specialista del clima dell’ONU scrisse un articolo dal titolo “La compensazione delle emissioni di carbonio non sono il nostro lascia passare” in cui sostiene il concetto come una misura temporanea e come strumento per accelerare l’azione climatica”
Nonostante i fallimenti e i dubbi sul REDD+ molti esperti continuano a sostenere l’idea in un momento in cui cresce l’urgenza di fare qualcosa sul clima.
Lo scorso anno gli scienziati mettevano in guardia sulle conseguenze catastrofiche se non si riuscisse a tenere il riscaldamento globale ad un massimo di 1.5 gradi per il 2030.
Le soluzioni basate sulle foreste vanno molto bene: alberi e piante assorbono un terzo del diossido di carbonio che l’uomo aggiunge ogni anno nell’aria. Ma questo tampone naturale è sempre più minacciato: un rapporto della scorsa settimana dice che è accresciuta la perdita di foreste negli ultimi cinque anni. L’impatto delle emissioni è tragico: le emissioni di diossido di carbonio annuali dalla deforestazione nel mondo sono uguali ai gas serra prodotti dall’Unione Europea.
“Abbiamo bisogno più che mai di mantenere la copertura a foreste” dice la professoressa Godden.
Mentre REDD+ non è un sostituto per le nazioni nella riduzione dei consumi di combustibili fossili, è una delle poche aree che ha un potenziale nella gestione delle foreste pluviali tropicali”.
La professoressa Godden ha aggiunto che una grande problematica è di trovare alternative fattibili per l’uso delle foreste per contrastare le forze che le tagliano come diboscameto legale ed illegale.
Gli incendi che infuriano in Indonesia, come negli anni precedenti, si pensa siano stati iniziati da contadini o imprese che illegalmente ripuliscono il suolo per piantare raccolti come olio di palma.
Godden e Arief pensano che più finanziamenti aiuterebbero i progetti REDD+ a raggiungere i loro obiettivi.
“Non è la soluzione ottimale che si credeva” dice Arief. “Abbiamo bisogno di affrontare le cause radicali della deforestazione ai tropici come il debole governo del suolo … Ma l’idea del REDD+ motiva i paesi ad essere più seri nell’affrontare la deforestazione e il degrado delle foreste”.
Gli incendi delle foreste indonesiane di questo anno sono i peggiori dal 2015 quando i ricercatori stimarono che alcuni periodo vedevano emissioni giornaliere dai fuochi superare le emissioni giornaliere dell’intera economia americana.
A pochi giorni da un summit ONU a New York che mira ad accelerare l’azione globale sull’emergenza climatica, dovrebbero occupare nell’agenda una posizione di testa i temi delle foreste del Sudestasiatico e come mantenerle.
Preethi Jha, Thediplomat