Scossa da due grandi tragedie, lo tsunami nelle isole di Sumatra Occidentale e l’eruzione del vulcano Merapi, l’Indonesia arranca, fa fatica nei soccorsi sia per le ragioni già viste in un precedente articolo che per l’incomprensione da parte di molti politici della natura di queste tragedie.

E’ il ministro delle Comunicazioni e delle tecnologie informatiche, Tifatul Sembiring, che si azzarda a dire che sono la decadenza e la depravazione morale a portare a queste tragedie naturali.
All’interno delle tragedie delle centinaia di migliaia di persone costrette a migrare, si vuol segnalare la morte di Mbah Marijan, il custode del vulcano Merapi.
La sua scomparsa segna la distanza tra l’antica cultura giavanese e l’Indonesia moderna, al margine tra superstizione e un antico modo di essere in contatto con le forze naturali, tra l’uomo immerso in un universo di cui è solo il fattore o il custode e l’uomo che nel suo delirio onnipotente crede di dominare la natura.
Sul JakartaGlobe si legge:
“Il suo corpo era piegato in avanti per pregare, ricoperto della cenere grigia della montagna a cui aveva dedicato una vita per fare la guardia. Il gruppo di soccorso aveva trovato il corpo di Mbah Marijan la mattina presto del mercoledì, dentro la sua casa in quello che rimaneva del villaggio distrutto di Kinahrejo, sulle pendici della montagna dove diceva che sarebbe morto.
Il tessuto batik della sua maglietta e del suo sarong si erano fusi con la pelle per le ondate di calore di mille gradi Celsius che si abbatterono sulla casa. Attorno a lui giacevano i corpi di quelli che, precedentemente, avevano provato a salvarlo.”
Secondo colui che aveva scoperto il corpo, Mbah Marijan non aveva sofferto, il corpo ancora rigido, senza i segni del dolore causato dal fuoco.
Secondo le usanze a Giava, suo padre era stato il custode e alla sua morte Marijan aveva preso il suo posto, all’età di 50 anni. Gli abitanti del villaggio credevano che gli anziani hanno la capacità di parlare agli spiriti del vulcano e ascoltarono la sua parola finché non hanno visto con i propri occhi l’eruzione.
In una sua intervista precedente, Mbah Marijan sostiene di essere stato nominato per “mediare con gli spiriti della montagna. Il mio lavoro è di impedire alla lava di scorrere verso giù. Permettere al vulcano di respirare ma non di tossire.”
Conosciuto per la sua fedeltà al sultano (nella moderna Indonesia sono stati lasciati i titoli onorifici ai sultani delle varie isole) e per la sua testardaggine, durante l’eruzione del 2006 aveva rifiutato di lasciare il villaggio affermando che era suo dovere tradizionale e spirituale di rimanere.
“Se me ne vado anche io, non farei onore al mio dovere.” Sopravvissuto ma con molte bruciature rimase in ospedale per sei mesi, dove subì molte operazioni. Le dita delle mani gli rimasero attaccate l’una all’altra.
Un suo amico sciamano che lo invitava a scappare disse ai giornali: “Dice che non può poiché ha delle responsabilità e poiché è quasi giunto, per lui, il tempo di morire in questo posto. Dice ‘non posso andarmene’….”
In Mbah Marijan era riposta la fiducia della popolazione del villaggio, la fiducia verso un anziano, verso una figura sacra per certi versi, con alcuni potere mistici che gli permettevano di entrare in rapporto con gli spiriti del vulcano. Era tanto forte questa fiducia che molta gente ha continuato fino all’ultimo a vivere nel villaggio sfidando il governo ed i suoi avvisi.
Nei suoi momenti finali, altre tredici persone del gruppo di soccorso, tra i quali due giornalisti, rimasero intrappolate nella casa da un’altra eruzione mentre cercavano di convincerlo a lasciare.
In un blog indonesiano “Risky says” si legge:
“Voglio mettere in luce due cose. La prima riguarda lo stesso Mbah Marijan. Da giavanese, comprendo totalmente la sua posizione di guardiano della montagna. Devo dire che è un grande uomo. Perché davvero porta avanti il proprio dovere fino a che la morte se lo porta via.
Il suo dovere di guardiano lo obbliga a restare sul suo posto indipendentemente da ciò che possa significare. E’ colui che controlla la montagna. Sente il proprio dovere e si dedica al compito affidatogli. Non può essere capito da un punto di vista logico e razionale.
Agisce secondo quanto ordinatogli dal Re. Nella cultura giavanese la parola del Re è un ordine. Inoltre Marijan è un abdi dalem il cui lavoro è sempre di obbedire al Re la cui parola è un assoluto nella cultura giavanese. Quindi indipendentemente da quanto sia cambiata la mentalità della gente, che sia logia e razionale, non ha alcuna influenza su Mbah Marijan, la cui vita è dedicata interamente al suo lavoro di custode della montagna, fino alla morte.”
L’insegnamento che l’autore del blog trae è che questo “idealismo” è ciò che sarebbe necessario a molti politici indonesiani (e non solo loro) e che, inoltre, in molti villaggi non è giunta ancora l’istruzione e le conoscenze scientifiche: l’ignoranza della superstizione domina sovrana.
Forse c’è anche da fare un’altra considerazione: se è vero che vi è la fedeltà alla parola assoluta del Re, si legge anche il superamento stesso della parola nel momento in cui rifiuta di allontanarsi anche quando è il re che lo invita. Forse è anche la fedeltà alla montagna vista in una dimensione “umana”.
Il suo dovere, il suo obbligo è nel rapporto con la montagna, con la natura da cui non vuole staccarsi e non può staccarsi, dalla cui mano accetta con mestizia la morte, nell’atto della preghiera, non quindi come una punizione delle nefandezze umane o per il degrado dei costumi e della morale come il ministro indonesiano andava sostenendo.