A due mesi dalla repressione violenta della manifestazione delle magliette rosse a Rachaprasong

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A due mesi dalla repressione violenta della manifestazione delle magliette rosse a Rachaprasong, la situazione nella capitale è ancora tesa.

Non è stata ancora tolta la legge dell’emergenza, migliaia di siti web sono sottoposti a censura e chiusi, la violazione dei diritti umani non sembra preoccupare più di tanto il governo. Nel frattempo si parla di riconciliazione e si istituisce una commissione di verità su quanto successo, mentre è molto forte il tentativo di mettere il bavaglio alla stampa e ai media che esprimono critiche al governo e al partito democratico.

governatore di Bangkok

In questo quadro appare molto strano che la Thailandia sia stata nominata alla guida della Commissione dell’ONU sui diritti umani, nel momento in cui si leva alta la richiesta di una commissione di esperti internazionali che investighi su quanto successo nel maggio scorso a Rachaprasong.

Mentre il governo considera questa nomina come una conferma che la comunità internazionale non ritiene che si sia avuta alcuna violazione dei diritti umani e quindi appoggia il proprio operato, d’altro canto molti analisti fanno notare come la nomina sia quasi un atto dovuto, e soprattutto merito delle qualità dell’ambasciatore thailandese nella commissione, oltre al supporto ricevuto da tutti gli stati dell’Asean. Va inoltre considerato che in Asia i diritti umani non stanno vivendo un periodo molto prospero e felice. Basti pensare alla Birmania, alle ex repubbliche sovietiche, alla Nord Corea.

Nel contempo a chi, a Bangkok, si fosse dimenticato che esiste dal almeno 6 anni uno stato di belligeranza nelle profonde province meridionali Thailandesi (Yala, Narathiwat e Pattani, è arrivato un altro squillo di allarme: due attentati con bombe ai danni di due pattuglie dell’esercito Thai, proprio a Yala e Narathiwat. 8 soldati morti tra cui due musulmani.

Forse A Bangkok tengono di più alla tranquillità della città e della Borsa, forse più preoccupati di ciò che le magliette rosse faranno, con tutto ciò che questo comporta in termini di sicurezza, stabilità e di opposizione. Fatto sta che i 4000 morti, per lo più civili, non sembrano molto colpire le prime pagine dei giornali e neanche di molti blog antigovernativi. I diritti civili sono sempre più un’arma da brandire contro l’oppositore piuttosto che un valore ispiratore del proprio agire politico insieme alla non violenza.

Il premier Abhisit all’inizio del suo mandato aveva promesso di affrontare la situazione nelle province meridionali. Una promessa vuota finora. Nel contempo i militari colpevoli dei massacri di Tak Bai e della moschea di Krue Se, furono assolti.

La legge di emergenza continua a creare tensione e odio, con la sua applicazione secondo i doppi standard tipici della Thailandia, per cui molti giovani musulmani non possono dare voce al proprio dissenso senza essere accusati di terrorismo, mentre le milizie paramilitari buddiste continuano a seminare terrore nella popolazione civile.

“Se non si curano le ferite e le cause di tutto ciò, c’è da aspettarsi che assisteremo altri massacri come quello di Tak Bai o della moschea di Krue Se”

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