Sono almeno 400 i rifugiati Rohingya morti nel provare ad attraversare il Golfo del Bengala per andare in Indonesia e Malesia sfuggendo alla Marina del Myanmar
L’imbarcazione di Jamal Majhi a fatica restava a galla tra le onde alte e il vento forte. Al suo interno 180 persone tra cui donne e bambini erano tutte insieme a pregare per la loro vita. L’imbarcazione era piccola, in cattive condizioni e sovraffollata.
In precedenza Jamal aveva supplicato Kefayetullah, il capitano di un’altra imbarcazione che portava 104 Rohingya, a prendere i suoi due piccoli sulla sua barca ma Kefayetullah si rifiutò. Alle tre della notte del 8 dicembre l’imbarcazione di Jamal si inabissò insieme alla vita di tutti quanti a bordo.
Con il carico umano di Jamal in mare, il numero dei rifugiati Rohingya che sono morti nel 2022 nell’attraversare il mare del golfo del Bengala è giunto a 400, uno dei costi maggiori in vita umana degli ultimi anni.
Secondo UNHCR si sa che almeno 12 imbarcazioni hanno provato ad attraversare il mare del golfo del Bengala verso Thailandia e Indonesia e provare a raggiungere la Malesia.

Le imbarcazione hanno visto molte differenti problematiche. Chi ha visto la mancanza di cibo e di acqua che hanno portato alla morte dei rifugiati a bordo. Un’imbarcazione fu salvata da una compagnia vietnamita che poi consegnò i rifugiati alla Marina Birmana.
Un’altra imbarcazione è finita ad Aceh in Indonesia il 26 dicembre dopo essersi persa per settimane in mare. All’arrivo sulla spiaggia la gente ha visto scene pietose durante lo sbarco dei rifugiati. Questa imbarcazione ha ricevuto due volte l’assistenza della Marina Indiana.
La barca di Kefayetullah che portava 104 Rohingya è stata salvata da marinai dello Sri Lanka. Quella di Jamal ha avuto problemi meccanici ed ha iniziato ad imbarcare acqua all’inizio del viaggio ed è scomparsa.
Jamal che era un rifugiato registrato presso il campo di Nayapara aveva acquistato in fretta una imbarcazione a poco prezzo ma inaffidabile. Chiaramente ha avuto poco tempo prima della partenza. Era stato incaricato da quattro parti differenti che avevano dei parenti da trasportare, una dal Canada, una dagli USA, una dall’Indonesia e una dalla Malesia.
Varie fonti dicono che gli erano stati dati Tk70 lakh (1tk lahk = 890€) per comprare la barca, altri 20 per se stesso e altri cinque per gli alimenti durante il viaggio. Gli era stato spedito poi un telefono satellitare dal nord America.
La fretta di Jamal la spiega Bulbul, sorella di Jamal che risiede a Kutupalong. Lei dice che Jamal era in pericolo e aveva bisogno di trovare un modo veloce per trasportare non solo i parenti di chi lo aveva contattato, ma anche la famiglia di 17 persone. Era importante per lui acquistare una barca adatta al più presto. Bulbul ha detto:
“Mio fratello Jamal non voleva entrare nel circolo del contrabbando di Yaba a cui il suo capo Mizan aveva provato a costringerlo”
Jamal, dice Bulbul, era un semplice pescatore ma il padrone della barca voleva che portasse la Yaba dal Myanmar. Mizan lo aveva già picchiato e costretto a firmare una dichiarazione di debito da Tk 30 Lahk.
Per cercare persone che volevano lasciare il Bangladesh, Jamal aveva fatto un video della barca e lo aveva condiviso con la gente del blocco H di Nayapara dove era conosciuto.
Secondo varie famiglie che avevano perso i familiari nel disastro, non sospettavano nulla di errato con l’offerta di Jamal di trasportarli perché in precedenza aveva fatto il viaggio altre cinque volte senza avere problemi.
Inoltre lui ora portava la sua famiglia nel viaggio e ciò rendeva la gente più fiduciosa della sua capacità di fare un viaggio sicuro. I contraenti di Jamal non gli dissero di prendere altra gente. Jamal decise di cogliere questa occasione che era troppo bella e vendette la speranza di una vita migliore alla gente del Blocco H di Nayapara e ai Rohingya di altri campi.
Il suo complice Salamot lo aiutò a cercare altre persone a Kutupalong. I rifugiati pagarono da 1,2Tk lahk a famiglia per il viaggio. (1tk lahk = 890€)
Il 25 novembre Jamal lasciò Nayapara, radunò il suo carico umano a Swapor Deep e salpò il 27 novembre dopo aver fatto molta attenzione ad evitare sia la guardia di frontiera che quella costiera. Rimasero una notte sull’isola di San Martino e il 29 novembre salparono per la loro destinazione.
Poiché voleva evitare di finire nelle mani delle polizie navali del Myanmar prese l’insolita rotta che evitava la costa del Myanmar. Era consapevole dei tanti casi in cui le imbarcazioni con i Rohingya erano state intercettate dalle forze della giunta birmana nei mesi precedenti al suo viaggio. L’ultima cosa che voleva è di vedere l’intera sua famiglia finire in prigione.
Appena dopo aver iniziato il suo viaggio, Jamal incontrò un’imbarcazione pilotata da un comandante senza esperienza, Kefayetullah. L’uomo che avrebbe dovuto guidare la barca era finito nei guai con le forze di frontiera del Bangladesh e non era riuscito ad imbarcarsi. Kefayetullah prese il timone ma si era perso ed era insicuro della direzione di navigazione verso l’Indonesia. La sua barca non aveva neanche il telefono satellitare. Kefayetullah decise di seguire Jamal che non solo aveva il telefono satellitare ma conosceva la rotta. Questa decisione alla fine portò al salvataggio della barca di Kefayetullah dalla marina dello Sri Lanka.
Jamal rimaneva in contatto con il suo telefono satellitare. Tutto sembrava andare per il meglio fino al 7 dicembre quando la barca iniziò ad imbarcare acqua.
Settara, una delle donne a bordo, era in stato di panico mentre faceva la sua ultima telefonata al marito in Malesia.
Il marito di Settara registrò un audio inquietante in cui Settara diceva:
“Prega per noi. Siamo in una tempesta. Affonderemo”. Il marito provò ad individuare le sue coordinate. Settara prima dice Indonesia e poi si corregge e dice India. Poi gli chiede di nuovo di pregare per lei prima che cala il silenzio tra i due. “Oh Allah” esala il marito.
Gotok Mason, che aveva ingaggiato Jamal, in un’altra registrazione, provava a convincere Jamal e il figlio Babul a restare nelle acque indiane e di consegnarsi alla marina indiana invece che a quella dello Sri Lanka. Mason ripete con urgenza queste richieste al Jamal e Babul mentre erano in barca.
Sodullah, un Rohingya salvato dalla Marina dello Sri Lanka, ha raccontato che Jamal Majhi aveva provato a tenere la barca a galla. Sapeva che non c’era molto tempo. Voleva salvare a tutti i costi i due figli più giovani e chiese a Kefayetullah sull’altra barca di prendere con sé i suoi due figli per salvarli.
Kefayetullah era però molto deciso e disse che non poteva ignorare tutti gli altri che avevano bisogno e salvare solo due persone. Nonostante le suppliche del padre Kefayetullah fu incapace a fare un’eccezione ed i figli rimasero sulla barca condannata a sprofondare mentre andava giù.
Ma il nipote di Kefayetullah in Malesia, Romollo, ha raccontato che c’era un altro risvolto tragico nella storia. Lo stesso Kefayetullah aveva un parente di sangue nella barca affondata.
“Mio zio non ha salvato neanche lui. Come poteva salvare solo una persona?”
La mattina presto di quell’otto dicembre la barca di Jamal alla fine si piega alle onde dopo 12 ore di lotta con le onde. Kefayetullah e la sua ciurma, che erano lì vicino, furono testimoni dell’affondamento. Sodullah ha creduto di vedere nella cattiva luce una ventina di persone che si tenevano alla barca capovolta, ma non era certo. Kefayetullah e la ciurma gettarono in mare sette fusti di plastica per provare a salvare qualcuno.
Ma appena dopo pochi minuti non riuscivano a vedere o sentire nulla. La loro barca poi si allontanò e fu salvata dalla Marina dello Sri Lanka nel golfo del Bengala.
Molte delle famiglie delle 180 vittime sono ancora allo scuro di ciò che è accaduto alla barca su cui viaggiavano i loro cari. Nonostante le suppliche disperate di informazione, non hanno ricevuto notizie del destino dei loro cari.
A peggiorare le cose, sono stati ingannati da notizie contrastanti e false assicurazioni che li hanno lasciati senza speranza. Con il passar dei giorni, la speranza scompare e le famiglie rimangono nell’incertezza del non sapere se i loro cari sono vivi o morti.
La mancanza di trasparenza ed onestà da parte dei trafficanti si aggiunge al loro dolore e sconforto.
Saiful Arakani, Shafiur Rahman Dhaka Tribune