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Senato filippino paralizzato a rischio di una crisi costituzionale

Segnali incerti dalla opinione pubblica e dal presidente in carica, lasciano il senato filippino paralizzato con il rischio di una crisi costituzionale

Quanto fatto da tre persone dopo le elezioni intermedie filippine del 3 maggio suggerisce che la guida politica sa come stanno le cose: senza un risultato chiaro, il presidente filippino Marcos, la sua lontana vicepresidente e il presidente del Senato Chiz Escudero sono tutti nella paralisi, ognuno a suo modo, mentre si confrontano con una questione irrisolta precedente alle elezioni: la messa sotto accusa della vice presidente.

Si pensava che le elezioni intermedie avrebbero accresciuto una parte e affossata l’altra, ma tutte le parti ora sono insicure sul dove si trovano. Il risultato è stato un pareggio. Le coalizioni di Marcos e Duterte hanno eletto cinque candidati ciascuno su dodici.

A confondere finora le cose è che la classe politica e la gente erano preoccupati dell’elezione di altri due che rappresentano le forze del centrosinistra che Marcos e Duterte avevano provato ad eliminare sin dal 2016.

Uno è un erede degli Aquino e l’altro il vicepresidente sconfitto della coalizione del 2022.

Il presidente dopo aver annunciato di aver chiesto ai rappresentanti nominati a cominciare dal suo governo di dare le proprie “dimissioni di cortesia” è finito per intraprendere un piccolo rimpasto. Ciò si è manifestato essenzialmente nel rimuovere ciò che restava dell’accordo politico con i Duterte dal suo governo.

Da parte sua la vicepresidente ha fatto una retorica preventiva promettendo “un bagno di sangue” se il processo di messa sotto accusa va avanti. E il presidente del Senato è ripartito da dove aveva lasciato prima delle elezioni: rispondere alle istruzioni costituzionale filippine per cui, alla ricezione degli articoli di messa sotto accusa la camera che guida deve procedere con immediatezza al processo, tirandola invece per le lunghe.

Solo nelle Filippine si può dibattere l’ovvietà come se ciò che si è compreso largamente da tempo sia improvvisamente sconosciuto e moderno. La procedura di messa sotto accusa è in ogni costituzione da quasi un secolo. Presa in prestito dagli USA, ci sono ampi filosofici precedenti legali per affrontare tutto ciò che possa sorgere.

La questione di cui si discute è questa: una procedura di impeachment approvata dalla Camera nel 19° Congresso (che si chiude il 30 giugno 2025) può essere trattata nel 20° Congresso, che si riunisce il 1° luglio 2025, o tutto il procedimento deve essere concluso prima di luglio?

Con l’entusiasmo dei monaci medioevali che dibattevano quanti angeli possono danzare su una punta di spillo, i senatori discutono, o per meglio dire speculano, sull’argomento anche mentre una società civile arrabbiata e le istituzioni educative esercitano improvvisamente i propri muscoli atrofizzati di attivista per l’imbecillità degli argomenti.

Il senatore Ronald dela Rosa, uno dei principali luogotenenti di Duterte, ha proposto una risoluzione per lasciar cadere le accuse senza neanche fare il processo.

A complicare la questione è che diventa legato alla prima cosa che il prossimo 20mo congresso deve fare, l’elezione dei presidenti di entrambe le camere.

Il blocco identificato con i Dutertes è un bene prezioso che nessuno dei due candidati principali, vale a dire il presidente del Senato in carica, Francis Escudero, e l’ex presidente del Senato, Vicente Sotto III, recentemente rieletto per la volta non consecutiva, possono ignorare.

Ciò spiega la postura sia di Escudero che di Sotto, che hanno assunto varie e cangianti espressioni di disagio per la messa sotto accusa di Sara Duterte.

Escudero, all’inizio, quando la Camera gli consegnò gli articoli di impeachment l’ultimo giorno di sessione prima della sospensione elettorale, aveva espresso l’intenzione di organizzare il processo nel 20 o Congresso, solo dopo che il presidente Marcos ha pronunciato il suo discorso sullo stato della nazione alla fine di luglio.

Alla fine ha dovuto fare un passo indietro e ha seguito le mozioni di fare i preparativi minori fino a quando più recentemente ha detto che avrebbe lasciato al Senato nel suo insieme decidere cosa fare. Sotto, da parte sua, dice che le regole sono soggette ad interpretazione, e inoltre, il pasticcio è dovuto al fatto che Escudero non ha fatto partire il processo per tempo.

Qui il presidente Marcos ancora una volta entra in scena. La sospensione delle elezioni del Congresso ha portato a proposte per cui il Presidente utilizzi il suo potere di convocare il Congresso ad una sessione speciale allo scopo di tenere il processo di impeachment nel bel mezzo della campagna. Non è successo perché il presidente disse che lo avrebbe fatto se richiesto dal Senato e non lo ha fatto.

Detto semplicemente non ha senso aprire un processo nel mezzo di una campagna in un momento in cui la stessa messa sotto accusa è diventata una questione di propaganda a causa dei tempi di approvazione alla Camera.

Il problema è che le elezioni intermedie non hanno risolto ciò che dovevano risolvere: l’equilibrio di potere al Senato, esso stesso un risultato dell’opinione pubblica espressa nei risultati senatoriali, riguardo alle due principali parti contendenti: le coalizioni Marcos e Duterte.

I senatori non riescono ad unirsi perché il verdetto è incerto. Nel caso di parità, l’onere ricade sui senatori che devono intuire in che modo il vento soffi in termini di opinione pubblica divisa.

L’opinione pubblica, volubile perché emotiva, ha già punito severamente i senatori quando hanno frainteso i segni dei tempi in un impeachment.

Un intero elenco di formidabili veterani senatori hanno visto le loro carriere estinte o bloccate per un decennio perché sono andati in senso contrario all’opinione pubblica sostenendo proceduralmente il presidente Joseph Ejercito Estrada durante un voto cruciale su prove durante il suo processo d’impeachment.

Il risultato è stato uno sciopero da parte dell’accusa seguito da manifestazioni nelle strade che hanno preceduto il ritiro del sostegno dalle istituzioni di guardia della democrazia filippina: la chiesa, la società civile e l’esercito, che ha rovesciato Estrada dal potere.

Un senatore filippino ha riassunto la prudenza politica così: “Meno parole, meno errori; nessuna parola nessun errore”.

Più lentamente il senato procede verso un processo, meno possibilità che si aliena fatalmente qualunque parte dell’elettorato diventerà importante; non avere un processo significa che non c’è nessuno da alienarsi per conseguenza di un verdetto.

I Duterte non vogliono affatto un processo perché le prove hanno una peculiare capacità di fomentare la rabbia pubblica. I senatori che stanno per uscire e quelli che stanno per entrare non vogliono un punto di non ritorno così tardi o così presto nel proprio mandato, come potrebbe capitare.

Ancora una volta torniamo al presidente Marcos. Ancora una volta ha detto di non volere una messa sotto accusa. Si è spinto a dire pubblicamente di volere una riconciliazione con i Duterte che dopo tutto erano coloro che hanno iniziato le ostilità.

Comunque sia non è una questione di sincerità; in una società dove apparire conta più della sostanza, ci si aspetta che i presidenti non approvino qualsiasi mossa che possa causare disordine, e ci si aspetta anche che siano i primi a offrire un ramo d’ulivo ai nemici.

Questo aspetto performativo del lavoro è stato soddisfatto e le risposte politicamente desiderabili ottenute, quando il Senato si è impantanato in intramurali sull’impeachment mentre era Duterte che ha promesso un bagno di sangue e ha risposto in modo insultante alla proposta di riconciliazione: il disturbatore non è a Palazzo.

Nel frattempo, il presidente purosangue conosce abbastanza bene la propria classe politica per ridurre le opportunità di estorsione o di mercanteggio da parte dei senatori o dei congressisti che entrambi entrano nella Commissione per le nomine, che deve confermare o rifiutare le nuove nomine al gabinetto.

Dopo tutto, i movimenti attesi sulla scia di una sconfitta di metà mandato sono già stati fatti: l’accettazione rituale della volontà popolare; offrendo sacrifici umani come espiazione purificando il governo, anche se leggermente.

Ma questo non è il momento per espandere le opportunità di mercanteggio in considerazione della saggezza tradizionale che un processo di messa sotto accusa è per un terzo sulle prove, che fanno la forza o la debolezza del caso, un terzo sulla presentazione che prende l’opinione pubblica, e per un terzo sulla gestione, spesso in termini di mantenere la disciplina o degli scrupoli che sopraggiungono.

Quando il presidente Benigno S. Aquino III guidò la carica per l’impeachment e la condanna dell’allora presidente della Corte Suprema Renato Corona, a parte il fatto che fu il presidente stesso a prendere l’iniziativa per portare il caso davanti all’opinione pubblica, negli ambienti politici si è capito che aveva due manager dietro le quinte per questo sforzo: Florencio Abad, che era Segretario al Bilancio, e Manuel Roxas II, che era il principale luogotenente e grande del partito.

Marcos ha adottato un approccio completamente diverso, come già detto: è rimasto pubblicamente al di sopra della mischia. Non c’è nemmeno segno che ci sia qualcuno che faccia da emissario tra il Senato e il Palazzo: e quindi, alla domanda finale su quanto Marcos sia pronto a scommettere tutto, non ci sono segni o presagi che nessuno possa indicare.

Ciò lascia il Senato ancora più isolato; deve pensare di sostenere il peso dell’opinione pubblica senza alcuna garanzia di fare la scelta giusta né di ricevere un sostegno, esplicito o implicito, dalla parte più danneggiata dai Dutertes – i Marcos.

E’ anche del tutto possibile che ci sia qualcuno che gestisce la situazione e che Marcos non voglia proprio far conoscere le proprie carte. E’ anche possibile che non abbia ancora deciso se questa è una battaglia su cui giocarsi tutto, per lo meno non ancora.

Potrebbe trovarsi nella stessa barca come i senatori: con una opinione pubblica divisa, il mese che intercorre tra la fine del congresso attuale e l’inizio del prossimo è un momento per fare i salti mortali, trattare e misurare l’opinione pubblica per mezzo di palloncini di prova – che, come abbiamo visto, sono numerosi.

Una Camera dei Deputati impaziente, sotto la spinta di una impaziente società civile, che gode nel flettere i propri muscoli atrofizzati, potrebbe sollevare tutti del peso di dove va l’opinione pubblica chiedendo alla Corte Suprema di intervenire per decidere se il processo possa svolgersi su due congressi.

I senatori tra cui quelli che aspirano ad essere il prossimo presidente, possono sempre dire che la Corte Suprema ha legato loro le mani.

A quel punto il processo andrebbe avanti, ma non ci sarebbe solo il Vicepresidente sul banco degli imputati: anche il Senato sarebbe sotto processo, dal momento che l’opinione pubblica ha espresso scetticismo sulla sua imparzialità anche se si aspetta che il processo si svolga e che si arrivi a un verdetto nel merito.

Ma anche senza un intervento della Corte Suprema, alla società civile che si sente rafforzata dalla controversia si uniscono altri gruppi che in precedenza non erano ritenuti importanti nell’era post-Duterte: i manifesti sono volati in fretta e furia, mentre i gruppi politici e sociali e persino le voci di alcune figure cattoliche influenti, si sono imbarcati nell’organizzazione di una serie di veglie di preghiera e di raduni per fare pressione sul Senato affinché si pronunci.

Ciò è legato alla sensazione di rinnovata rilevanza e importanza strategica che le forze di centro-sinistra, un tempo sconfitte e disilluse, hanno provato in seguito all’elezione a sorpresa di due dei loro candidati al Senato.

Si rifiutano semplicemente di concedere il campo ai Duterte, sono insofferenti (e generalmente ostili) verso i Marcos, credono nella responsabilità e hanno effettivamente esperienza individuale e collettiva con gli impeachment.

Se riusciranno a mobilitarsi in numero tale da impressionare e a mantenere la pressione in modo da mantenere i problemi in primo piano e, quindi, in cima ai pensieri, è il punto di partenza del mese che ci attende e che determinerà il destino dell’impeachment.

Il fatto che un numero maggiore di senatori dichiari che, dal punto di vista istituzionale, non ha altra scelta se non procedere con il processo di impeachment, suggerisce che la posizione dell’opinione pubblica sta diventando più chiara.

Più tempo il blocco di Duterte impiegherà a raggiungere una maggioranza per far fallire il processo, più coloro che sono ancora indecisi saranno incoraggiati a prendere la strada popolare e vedere dove porta il processo.

Una risoluzione entro luglio potrebbe essere possibile, con il Presidente che ha mantenuto le polveri asciutte, lasciando tutti a chiedersi quanto sia impegnato a favore di un particolare risultato, e senza dover invitare un intervento della Corte Suprema.

Manuel L. Quezon III, Asiasentinel

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