Dopo mezzo secolo dall’inclusione di Papua Occidentale nell’Indonesia e dopo un periodo generale di declino della violenza, lo scorso anno si è assistito ad una crescita marcata della violenza iniziata dai melanesiani papuani.
Questa crescita di violenza dimostra che, persino dopo un periodo di tempo così lungo, il sentimento antiindonesiano è rimasto forte come sempre.

A contribuire a questa crescita di violenza ci sono la maggiore penetrazione indonesiana nel territorio ed un più alto livello di unificazione e organizzazione dei separatisti papuani.
Ma anche, e non per ultimo, c’è un’ondata crescente di rabbia per il razzismo indonesiano profondamente radicato ed istituzionalizzato dagli altri indonesiani verso i Melanesiani di Papua Occidentale.
Questo sentimento antiindonesiano è costruito sull’inclusione di Papua Occidentale in pratica dal 1963 e formalmente nel 1969 col profondamente contestato voto, custodito con le armi, di poco più di un migliaio di capi villaggio.
La resistenza armata all’occupazione indonesiana iniziò a metà anni 60 e, in periodi differenti, ha visto una serie di massacri di Papuani al sommo di un sottofondo costante di repressione, la migrazione di oltre un milione di indonesiani nella mezza isola e lo sfruttamento spesso distruttore dell’ambiente delle sue risorse naturali.
Nel tentativo di calmare la rivolta sommersa, fu data a Papua Occidentale l’autonomia speciale nel 2001. Mentre questo comportò che pochi papuani in più ottenessero posti governativi, i finanziamenti in più generati sotto la legislazione dell’autonomia erano in gran parte portati fuori e non creavano in pratica una maggiore autonomia funzionale.
Alla vacuità di questo gesto si aggiunse la successiva divisione di Papua Occidentale in due province, Papua e Papua Occidentale col piano iniziale di una terza in contrasto alla legge dell’autonomia speciale.
Penetrazione indonesiana
Quando cinque anni fa giunse al potere Joko Widodo, promise di risolvere le continue problematiche a Giava Occidentale. Il suo primo tentativo fu di aprire il territorio ad altri esterni, cosa che fu cancellata dai suoi militari.
Cercando le cause strutturali dello scontento, i consiglieri di Widodo decisero che nonostante il contributo sostanziale di Papua Occidentale all’economia indonesiana, lo scontento dei melanesiani di Papua Occidentale era dovuto al loro basso livello di sviluppo economico. Il territorio ha il maggiore tasso di povertà col 28% ed un terzo dell’analfabetismo, il doppio rispetto alla provincia più vicina.
Poiché il 40% della popolazione è costituita da non melanesiani, principali beneficiari economici, la povertà e l’analfabetismo sono di conseguenza superiori tra i melanesiani di Papua Occidentale.
Per affrontare questa situazione Widodo autorizzò nuovi progetti infrastrutturali come lavori stradali nelle aree remote con lo scopo di facilitare un commercio maggiore.
Comunque l’esperienza è che un maggiore accesso alle regioni remote implica un maggiore sfruttamento delle risorse naturali come il diboscamento illegale di legname prezioso e l’emigrazione. L’omicidio dei 17 operai indonesiani e di un soldato a Nduga a dicembre 2018 fu una conseguenza diretta di questi lavori stradali non voluti.
Unificazione separatista
Questo attacco fu immediatamente rivendicato dal OPM, Organizzazione di Papua Libera e del suo braccio armato TPNPB. Fu condotto questo attacco da un piccolo gruppo con legami tenuti al OPM TPNPB. Il termine OPM non ha riflesso la resistenza papuana maggiore per molti anni.
Lo status di OPM è compromesso dall’esistenza di una organizzazione più grande e coerente, ULMWP che è riconosciuto dal gruppo di paesi d’avanguardia dei Melanesiani pro Papua Occidentale. ULMWP si formò nel 2014 in risposta alle domande di una unica voce per i Papuani Occidentali.
ULMWP è composto da tre grandi coalizioni di Papua Occidentale, West Papua National Coalition for Liberation, National Federal Republic di West Papua ed il National Parliament of West Papua. A presiedere ULMWP nel dicembre 2017 fu scelto Benny Wenda che sempre nel 2017 organizzò una petizione, firmata da 1.8 milioni di papuani, in cui si chiede un referendum sull’indipendenza e che fu presenta all’ONU.
Nel frattempo, i gruppi della società civile come KNPB, legata al ULMWP propose di rendere Papua Occidentale ingovernabile per portare l’Indonesia al tavolo del negoziato.
La competizione per l’organizzazione politica di maggiore livello e il piano di ingovernabilità del KNPB diedero il quadro complessivo delle rivolte di settembre. Queste rivolte hanno portato ad oltr 40 morti tra i apuani e ad una decina di morti di indonesiani.
Razzismo istituzionalizzato
A scatenare le rivolte dei papuani melanesiani fu comunque il continuo maltrattamento da parte delle autorità indonesiane e le conseguenti proteste trovarono la solita mano pesante della risposta della polizia e militari.
Questi eventi di Jayapura e del centro regionale di Wamena seguirono le rivolte del mese prima per gli studenti papuani nella città di Surabaya attaccati da polizia ed una folla favorevole al governo.
I Papuani melanesiani sono considerati dalla maggioranza degli indonesiani come culturalmente ed intellettualmente inferiori, una visione che permea anche il governo e le università indonesiane. I soldati e la polizia indonesiana hanno sempre trattato i papuani con maggiore brutalità rispetto agli altri indonesiani.
Mentre migliaia di emigranti indonesiani sono fuggiti da Papua sono giunti migliaia di altri soldati e polizia paramilitare. Ancora più preoccupante è l’arrivo di gruppi di jihadisti islamici, compreso il JAD vicino al ISIS, che ricercano la vendetta.
Il JAD è l’organizzazione che è succeduta al Jemaah Islamiyah di Abu Bakar Bashir, ritenuta responsabile delle bombe del 2018 a Surabaya e delle bombe del 2019 a Jolo nelle Filippine.
Un altro gruppo islamico, FPI fronte dei difensori islamici, ha anche invitato al Jihad a Papua Occidentale creando un centro di ricezione dei jihadisti a Wamena.
Le milizie sono state attive a Papua Occidentale dagli anni 2000 e lavorano di solito in cooperazione con la polizia o i militari del posto. Sono tali milizie che insieme a polizia e militari, ad essere responsabili di alcune morti di Papuani a settembre.
La via per uscirne
Da decenni i papuani chiedono l’intervento dell’ONU con una voce più forte dagli omicidi del dicembre 2018. La rappresentante dell’ONU dei diritti umani Michelle Bachelet ha detto di volere recarsi a Papua Occidentale per indagare ma finora le è stato rifiutato il permesso di entrata dal governo indonesiano.
Il presidente Widodo ha detto di essere pronto ad incontrare Benny Wenda del ULMP.
Benny Wenda ha detto di essere disposto ad incontrarsi ma ha posto condizioni che implicano che l’incontro non è ancora avvenuto.
Comunque di fronte ad accuse penale ed a rischi di sicurezza personale in Indonesia, Wenda non sarebbe in grado di andare a Giacarta per un incontro come proposto da Joko Widodo.
Il problema reale del presidente, comunque, è che gli manca il sostegno dal parlamento indonesiano per cambiare sostanzialmente la politica verso Papua Occidentale, cosa che dipende da una vasta parte della società indonesiana, tra cui l’esercito che si oppone con tutte le forze ad allentare la morsa di Giacarta.
Avendo come ministri della sicurezza e della difesa ex generali come Wiranto e Riyamizard Rycudu, il presidente si è rinchiuso in un angolo politico angusto.
Da parte papuana, il movimento indipendentista ha di fronte vari ostacoli tra cui la mancanza di unità completa di unità del movimento indipendentista.
Con la guida del ULMWP la situazione è migliorata ma resta problematica la continua affermazione di primato da parte del OPM anche se meno grande.

Inoltre molti papuani si ispirano a Timor Est che non fu riconosciuta come parte dell’Indonesia dall’ONU determinando così la possibilità di un referendum di autodeteminazione. Papua occidentale è riconosciuta come parte dell’Indonesia da parte dell’ONU e la cosa complica un potenziale coinvolgimento.
Infine si crede che perché un movimento indipendentista abbia successo, deve raggiungere non solo una maggioranza semplice ma, per le aree fortemente contese, una maggioranza qualificata di oltre i due terzi, affinché non sia un invito alla guerra civile.
La popolazione indigena di Papua Occidentale sembra essere fortemente unita per l’indipendenza e e probabilmente darebbe un voto del 80 o 90% a favore se si dovesse tenere un referendum.
Il problema è che quasi il 40% della popolazione di Papua Occidentale non è melanesiana e voterebbero probabilmente contro l’indipendenza.
I militari indonesiani hanno sempre assunto di avere il primato nella responsabilità per gli affari papuani. Hanno sempre fatto capire che, se dovesse esserci pure un indizio di voto, entrerebbero in campo per fermarlo.
Non sembra esserci un futuro promettente per questa terra.
Damien Kingsbury, NewMandala