Tre donne thailandesi che lottano per la difesa dei diritti umani e del lavoro sono state prosciolte dall’accusa di diffamazione in ambito penale da una corte thailandese lanciata contro di loro dalla ditta di pollame Thammakaset Company Lt che persegue dal 2017 con 36 denunce chiunque cita, critica o accusi la compagnia di violazione di diritti del lavoro.

Le tre donne thailandesi, Angkhana Neelapaijit, Puttanee Kangkun e Thanaporn Saleephol, sono state denunciate di aver postato messaggi sui media sociali esprimendo la solidarietà ai militanti dei diritti che erano anche loro stati denunciati dalla Thammakaset.
Puttanee Kangkun ha detto in un comunicato di essere felice che la sentenza conferma i loro diritti anche se questa causa è una forma di “violenza della Thammakaset che consuma tempo, soldi e fibra umana. Ma indipendentemente dal risultato, gli ultimi quattro anni sono stati problematici per noi. Le autorità thailandesi devono impedire che imprese come la Thammakaset entrino in casi giudiziari per tentare di mettere la museruola ai militanti che si battono contro le ingiustizie”
La causa di queste 36 cause di diffamazione si origina da un’indagine di violazione dei diritti del lavoro in un’azienda di allevamento di polli della provincia di Lopburi nel 2016 che impiegava lavoratori dell’emigrazione birmana in Thailandia.
La compagnia costringeva i lavoratori birmani a lavorare fino a 20 ore al giorno e deduceva denaro dalle paghe per infrazioni dei lavoratori.
L’ufficio provinciale del lavoro condannò la ditta ordinandole di dare ai lavoratori un risarcimento di 45mila euro.
La Thammakaset invece iniziò una campagna di accuse di diffamazione contro chiunque parlasse di abusi e contro chi dava solidarietà ai lavoratori.
Dal 2016 sono 39 le accuse penali e civili contro i 23 persone come militanti, lavoratori e giornalisti per aver diffamato la compagnia.
Le denunce contro le tre donne thailandesi si sono concentrati su 30 articoli o messaggi sui media sociali in cui si esprimeva il sostegno a chi si batteva in cui c’era un link al video originale di FR.
“Non la sento come una vittoria. Non provo nulla perché non ci si doveva denunciare proprio.” dice Angkhana Neelapaijit. “Non si possono quantificare gli effetti, il tempo perso, gli avvocati da pagare. Il caso non finisce qui ma ci può essere l’appello alla corte suprema”
Angkhana, moglie dell’avvocato del Meridione Thai Somchai Neelapaijit fatto scomparire durante gli anni di Thaksin al governo, è stata commissaria ai diritti umani in Thailandia ed è ora membro del gruppo di lavoro dell’ONU sulle scomparse forzate o involontarie.
La grande questione che aleggia e che unifica è l’uso continuato di Processi strategici contro la Partecipazione pubblica, processi SLAPP, che servono a mettere la museruola alle critiche che provengono dalla società civile thailandese.
A marzo la Commissione Nazionale dei diritti umani thailandese ha prodotto un rapporto in cui si raccomanda al governo thai di presentare una legge che impedisca i processi SLAPP e che assicuri che chi difende i diritti umani riceva una protezione adeguata contro i processi SLAPP.
Il governo deve agire subito per salvaguardare il diritto di espressione.
Amy Smith, direttrice esecutiva di Fortify Rights, dice:
“Nonostante la sentenza a noi favorevole, nessuno vince mai in cause di violenza giudiziaria. Le autorità thai devono accertarsi che questi casi non vadano avanti. Decriminalizzare la diffamazione sarebbe un passo significativo per la Thailandia per dimostrare di voler davvero prevenire la violenza giudiziaria”.
Legate in qualche modo a Fortify Rights sono Puttanee Kangkun che ha lavorato con FR ed ora dirige The Fort a Bangkok; e Thanaporn Saleephol che ha lavorato anche per FR.
La ditta di pollame ha 30 giorni per appellarsi alla sentenza della Corte di Bangkok Sud.
In un articolo pubblicato su NAR Puttanee scrive:
“Le azioni SLAPP arrecano un danno economico e psicologico sulle persone e avvelenano l’ambiente per la società civile e la democrazia in Thailandia. Quando si formerà finalmente il nuovo governo thailandese ci deve essere nella sua agenda una azione veloce per porre fine ai processi SLAPP per proteggere chi difende i diritti umani”.
La costituzione thailandese del 2017 protegge il diritto di parola e di espressione anche se sulla lesa maestà o articolo 112 questo diritto è messo sotto i piedi.
Il codice penale thai però con gli articoli 326 e 328 prevede pene come il carcere fino a due anni ed una multa fino a 5500 euro, pene che sono considerate a livello internazionale sproporzionate, eccessive e non necessarie che hanno solo l’effetto di bloccare la libertà di espressione.
Con il rapporto della Commissione dei diritti umani, che peraltro ha dormito molto dopo che fu fatta fuori Angkhana, si spera che il nuovo governo, nato dal compromesso del PT con i partiti del vecchio governo, affronti questa questione.
“Il governo entrante promise ai thailandesi un governo orientato verso il popolo. Il nuovo governo deve agire per queste promesse creando un ambiente sicuro che permetta ai suoi cittadini di disseminare e condividere informazioni che fanno bene al paese” ha scritto Puttanee Khangkun.
I processi SLAPP
Questo tipo di processi intentati per “difendere la reputazione”, come dice il proprietario della Thammakaset Chanchai che ha perso tutte le 39 denunce, sono solo una scusa per “imprese che abusano del sistema legale per censurare, intimidire e silenziare i critici”.
Per il proprietario si tratta anche di una questione di orgoglio e vergogna, dal momento che ritirarsi e chiudere sarebbe un modo per “perdere la faccia”, cosa che nel Sud Est asiatico non è ben vista.
“Sto molto più attenta a cosa scrivo online ora. I miei media sociali sono fissati a privato e anche nei commenti pubblici sono attenta a cosa dico. Sento però che in qualche modo mi censuro” dice a BBC Suttharee Wannasiri che vinse nel 2020 uno dei 39 processi intentati da Thammakaset e che attende il verdetto finale in Corte Suprema tra un anno, perché la Thammakaset fece appello.
In un altro caso noto di un’industria nel meridione thai che trattava ananas, fu Andy Hall a subire varie denunce ed accuse per aver aiutato come ricercatore dei diritti del lavoro a scrivere il rapporto di denuncia.
Dopo sette anni di sentenze anche contraddittorie Andy Hall, che ha lavorato anche al fianco dei due giovani birmani accusati della morte di due turisti inglesi a Koh Tao, fu costretto a lasciare la Thailandia perché questa infinita serie gli impedivano di fatti di fare il proprio lavoro.