I militari indonesiani hanno offerto le proprie rare scuse per i casi di tortura accaduti a febbraio scorso a Puncak a Papua Occidentale dopo che un video è diventato virale causando sia la rabbia di molti che una dichiarazione di condanna del palazzo presidenziale.
Nel video indicato si vedono dei militari indonesiani che pr e tendono a calci in faccia e tagliano con una baionetta la pelle di un giovane papuano immerso in un barile di acqua che si faceva sempre più rossa di sangue. Durante la tortura portata avanti da cinque persone direttamente il giovane è stato al centro di epiteti fortemente razzisti.

Per questo sono 13 i soldati indonesiani detenuti ed altri quaranta indagati per gli abusi.
“Questa azione è illegale e danneggia il buon nome dei militari sconvolgendo gli sforzi di gestire il conflitto a Papua. Mi scuso formalmente con tutta la popolazione papuana sperando che accada più” ha detto il generale Izak Pangemanan, comandante militare a Papua dove da decenni operano sia una ribellione armata separatista che un movimento indipendentistico pacifista.
Il generale Sianturi portavoce dei militari ha confermato che sono 42 i soldati sotto inchiesta dei quali 13 sono coloro che avrebbero partecipato direttamente alla tortura.
Per il generale Nugraha le procedure del TNI assicurano che saranno condannati se sono colpevoli di tortura nei confronti di “membri di un gruppo armato criminale”.
Dopo la comparsa online del video, che ha causato una rabbia molto rara a Giacarta, si era espresso Rumadi Ahmad, vice presidente dell’ufficio della presidenza indonesiana, il quale ha detto che il presidente Joko Widodo si era impegnato ad accelerare lo sviluppo a Papua e che questi casi di tortura se commessi dai militari di sicuro non favorivano questi sforzi.

“Sebbene abbiamo una forte speranza che i nostri soldati non siano coinvolti in tali atti riprovevoli, se si dimostreranno veri, gli individui responsabili devono rispondere secondo le regole applicabili.”
I torturati sarebbero tre giovani, Defianus Kogoya, Warinus Kogoya e Alianus Mirok, dei quali Warinus poi è morto.
Per il generale Izak Pangemanan, Warinus sarebbe morto durante il trasferimento alla stazione di polizia perché si sarebbe buttato giù dal mezzo con le mani legate. Il generale ha ricordato che a Papua sono presenti 19mila soldati indonesiani e che 26 sono stati uccisi dall’insorgenza papuana.
“Lo abbiamo portato in ospedale ma alla fine è morto” ha detto il generale Izak.
I militari il 3 febbraio avrebbero ricevuto un rapporto da gente del posto in cui si diceva che i tre avevano pianificato di incendiare il centro sanitario a Omukia nella reggenza di Puncak. Perciò i militari avevano deciso di proteggere il centro. I tre avrebbero sparato contro i militari di guardia ma sarebbero stati comunque arrestati. Alianus e Defianus sarebbero stati portati poi al posto militare di Gome dove fu girato il video.
La versione dei militari è fortemente contestata dai gruppi dei diritti e citano molti cittadini del posto che dicono che i tre al momento degli spari erano lontano dal centro sanitario oggetto dell’attacco.
Per i gruppi di diritti il giovane papuano è morto in seguito alle torture subite.
I gruppi dei diritti denunciano che quanto accaduto è la pratica solita dei militari a Papua dove tortura e omicidi extragiudiziali accadono da sempre alimentando un’insorgenza separatista che nasce dalla discriminazione del governo indonesiano contro i papuani.
Negli anni 60 il governo indonesiano portò avanti un plebiscito sostenuto però dall’ONU con cui si annetteva questa provincia ricca di minerali e risorse, plebiscito fortemente contestato perché il voto sarebbe stato manipolato.
La versione dei militari è contestata anche da Amnesty International Indonesia che attraverso il direttore Usman Hamid ha messo in dubbio la versione ufficiale dei militari.
“Se davvero avessero voluto bruciare la clinica quello è un atto criminale che ricade sotto la giurisdizione della polizia non dei militari”
Le famiglie di Defianus e Alianus hanno detto ad AI che i due arrestati si trovavano sul tetto di una casa a lavorare e non sul luogo degli scontri a fuoco.
“Non pianificavano di bruciare la clinica perciò i militari devono smetterla di trarre queste conclusioni tanto veloci quanto inaccurate” ha detto Usman che ha invitato i militari a non inventarsi scuse a favore di chi ha commesso quegli abusi mostrati nel video.
“La tortura da parte di forze di sicurezza, indipendentemente da chi sia la vittima, è un crimine inaccettabile sia in pace che in condizioni di emergenza di guerra”.
Un’indagine parlamentare sulle operazioni di sicurezza in tutta la regione papuana è stata chiesta da Emanuel Gobay del Papua Legal Aid Institute il quale ha chiesto anche l’intervento della Commissione nazionale dei diritti umani Komnas HAM. Ha altresì affermato che questi casi di tortura non debbano essere gestiti dai tribunali militari, ma devono essere giudicati dai tribunali normali.
“Le sanzioni militari non possono sostituire il sistema di giustizia penale civile” ha dichiarato Andi Muhammad Rezaldy della Commissione delle vittime di violenza e persone scomparse, Kontras.
La brutalità di questo video che ha spinto i militari a porgere le loro rare scuse alla popolazione papuana non è cosa nuova né sembra essere molto rara e nascono in un ambiente di vendette e rappresaglie tra insorgenza e forze di sicurezza in particolare nelle aree delle alture centrali come a Yahukimo, Puncak, Paniai e Mulia.
Si ricorda inoltre che da oltre un anno un pilota neozelandese è sotto sequestro di un gruppo dell’insorgenza papuana.
“Negli ultimi cinque anni c’è stata una crescita della violenza che coinvolge l’esercito indonesiano e i ribelli separatisti armati” dice Usman Hamid di Amnesty International il quale dice di aver ricevuto moltissimi video di torture di papuani.
Benny Wenda dei gruppi indipendentisti pacifisti di Papua ha chiesto ancora una volta una visita a Papua da parte di esperti dell’ONU, visita sempre rimandata e contestata da parte del governo indonesiano.
“Per quanto estremo e scioccante, il video espone solo come l’Indonesia si comporta ogni giorno nella mia terra”.